Autodeterminazione, Critica femminista, Pensieri Liberi, Personale/Politico

Io non vado a #Paestum

Io non vado a #Paestum. Non sono andata lo scorso anno e non mi sento particolarmente interessata neppure adesso. Non mi sento coinvolta. Non registro particolare mosse di condivisione. Non potrei neppure permettermelo perché è passato il tempo in cui partecipo ai grandi raduni in cui hai 5 minuti per esporre delle idee che quando le butti lì sul web ci sputano tutte sopra.

Non vado a Paestum perché non c’è alcuna relazione, perché il linguaggio utilizzato sembra ancora tanto accademico, perché ci sono le solite facce giovani che mascherano il fatto che si tratta di una cosa vecchia, con vecchie teorie, perdipiù riaccreditate da un presunto innovativo risveglio di coscienze. Noi lo sappiamo perché da anni siamo in giro per assemblee e non c’è davvero nulla di nuovo. Se vuoi del nuovo devi leggere materiale che arriva da altre nazioni, tradurre cose che in Italia passano di mano in mano e di blog in blog grazie alla generosità e alla pazienza di poche, riconoscere influenze ribelli, queer, che vanno oltre la donnità che è l’elemento chiave per raduni in cui ancora si discute se ammettere gli uomini oppure no.

Non vado a Paestum perché il confine tra chi può permettersi un alloggio ben pagato e quello di chi può accedere al posto sacco a pelo “spartano” non è segnato neppure da una parola che ragiona di conflitto di classe, di un confine che non è fatto solo di soldi, di donazioni generose di donne borghesi che aiuterebbero le “giovani” a sistemarsi meglio, della totale inconsapevolezza del fatto che esistono tante donne adulte e precarie che intendono denunciare la condizione in cui si trovano a partire dal fatto che non c’è gratuità della politica, bisogna pagare la sala per parlarsi, guardare il solito marketing di parte, la solita libreria che fa banchino con donne annoiatissime che stanno lì per ore con la speranza di guadagnare quel 2 o 3% che può venire fuori dalla vendita di un libro, ancora non si riesce a immaginare un momento in cui si accorciano le distanze, i video, lo streaming.

Non vado a Paestum perché ancora nessuno mi ha chiarito come si fa a ragionare di sex workers senza le sex workers a partire da un gruppo femminista, uno dei promotori, quello di Femminile Plurale, che non molto tempo fa pubblicava l’appello della lobby femminista europea invitando alla proibizione del mestiere, ignorando le legittime rivendicazioni di quante chiedono la regolarizzazione, decidendo di nominare la prostituzione a priori in quanto “violenza” e dunque avendo già una tesi preconfezionata per un incontro che sono certa si risolverà nel dare la linea a quante arriveranno per meglio sovradeterminare le decisioni di chi non riceverà neppure ascolto.

Non vado a Paestum perché su tante questioni non ci si riesce a confrontare neppure sul web, dove c’è chi ti snobba perché vuoi guardare altrove, c’è chi parla di libertà e di relazione ma poi lancia la fatwa contro le femministe che non stanno in riga o non immagina altra relazione che non sia con chi la pensa esattamente allo stesso modo.

Non vado a Paestum perché non ci vedo intersezioni, genere, classe, razza, specie, e ragionare di migranti in atteggiamento neocoloniale, facendo parlare le straniere integrate e acculturate o non sapendo neppure se interverranno e rimuovendo il fatto che sono tante, purtroppo, le femministe che hanno lasciato passare senza battere ciglio leggi come la turco/napolitano e poi la bossi/fini che hanno istituito prima i cpt e poi i cie, non ha poi molto senso.

Non vado a Paestum perché di chiacchierare con le borghesi che guardo ben vestite, mentre io non ho neppure i soldi per programmare la prossima settimana e dare un futuro alla prole, non ho davvero voglia, perché poi parli e parli e scopri che comunque la maggior parte di loro ha non solo di che campare ma appartiene alla generazione in cui c’era lavoro che ti fa ambire perfino alla pensione. Di contratti precari, diritto alla casa, occupazioni, riappropriazione di spazi, non se ne parla proprio. E come si potrebbe se perfino per parlarsi si decide di pagare la “sala”.

Non vado a Paestum perché tutto il ragionamento sulla violenza che vedo fare è incartato circa l’affidare la propria sorte a tutori di quelli che arrivi in piazza, per combattere contro la Tav o contro la precarietà, e poi ti manganellano. Anni e anni in cui si parla di emergenza #femminicidio, si chiedono leggi più dure, e poi si sorprendono se il governo piazza la questione della violenza in un pacchetto sicurezza in cui si danno risorse, soldi, alle polizie invece che ragionare di prevenzione e dare fiato ai centri antiviolenza.

Non vado a Paestum perché fintanto che si ragiona di antisessismo in termini di censura, mobilitazione per buttar giù manifesti, cartelloni pubblicitari o bandire spot, così come di attivare linciaggi più o meno condivisi contro chi non pronuncia correttamente il termine “femminicidio” io vedo un gran problema di comunicazione, azione, pratica politica, nessuna familiarità con la sovversione. Non vado a Paestum perchè a ragionare per ore con chi poi affida la mia istanza politica alle istituzioni, le quali dovrebbero tutoreggiarmi, controllarmi, normalizzarmi invece che lasciare spazio alla mia autodeterminazione, non credo possa portare a grandi novità.

Non vado a Paestum perché di sentire parlare di uteri, maternità infrante e affrante, rivendicazione esclusiva dei ruoli di cura per chi si oppone a qualunque tipo di condivisione con i rari uomini che chiedono di poter contribuire alla crescita dei figli, di sentire le solite storie in cui si demonizza chi non la pensa come te, dove si guarda con sospetto quella tal proposta in cui si ragiona di autonomie delle donne slegate da dipendenze economiche prima e dopo le separazioni, non ho davvero voglia.

Non vado a Paestum perché non preferisco sentire file di interventi il cui sostanziale succo è che il maschio ha dei problemi, va rieducato e l’unico maschio con il quale si può parlare è quello che la penserebbe esattamente come noi. Non ho voglia di sentire interventi in cui invece che ragionare del nemico vero che tutti/e abbiamo, chiamatelo liberismo, il capitale, quello che qualunque governo, di destra o sinistra, ti impone facilitandolo, a costo di sfruttare, eleggere a “brand”, il tema dell violenza sulle donne per ricavare legittimazione per praticare ulteriori tagli, revisioni di contratti nazionali, decapitazione di diritti, smantellamento dello Stato sociale, ancora si ragiona sull’unità tra donne e sulle quote rosa.

Non vado a Paestum perché qualcuno deve assumersi la responsabilità dei balletti e delle iniziative bipartisan che hanno legittimato le varie Rauti poi elette a stabilire norme sulla violenza di genere perfettamente in linea con il decreto legge securitario, inutilmente repressivo, che tutte contestiamo. Non ci vado perché non puoi fare l’ammucchiata femminista e poi organizzare one billion rising con chi va al family day, vuole i movimenti pro/life dentro i consultori, non ti permette neppure l’uso della pillola del giorno dopo e ha in mente di cancellare la legge 194.

Non vado a Paestum perché bisogna recuperare coerenza quando si ragiona di autodeterminazione, ché poi è quella cosa che pratichi e rispetti sempre, dove non puoi stabilire che tutto quello che non condividi, le scelte che non capisci, diventerebbero espressione di sottomissione dal maschile. Perché la cultura che ci procura danno, che ci schiaccia ai ruoli di cura, ci impone codici di comportamento, moralizza le nostre esistenze, proibisce alle donne un lessico e quelle scelte contro cui si scaglia il giudizio moralista di preti e femministe, il porno, il sex working, non dipende “solo” dai maschilisti. Io ho diritto alla mia autodeterminazione senza che vi sia nessuno che stabilisca per me cosa sia violenza e cosa no, cosa sia sottomissione al maschile e cosa no e poi, davvero, siamo nel 2013, viviamo di letture e pratiche queer e ancora c’è chi pensa che il mondo sia diviso tra donne e uomini? Cos’è essere donna? Cos’è essere uomo? Cos’è essere persona nell’epoca in cui i generi sono tanti e vari e ancora state lì a ragionare se bisogna ammettere a parlare con voi quelli che hanno un pene tra le gambe?

Non vado perciò a Paestum perché dove si rifiuta di parlare con l’altro da se’, con una netta confusione tra sesso biologico e genere, si ritiene che la meraviglia stia solo nell’esser donna in quanto tale e dunque escludere il maschile dal confronto ci autoassolve da qualunque forma di corresponsabilità.

Non vado infine a Paestum perché la rimozione del conflitto e la mediazione mi pare vadano al ribasso, perché mi sembra sostanzialmente inutile, anche se nulla poi in effetti è inutile e in ogni caso non ho i soldi e non ho alcuna intenzione di dar fondo ai risparmi per fare qualcosa in cui il copione mi sembra già noiosamente scritto. Vi leggerò, forse guarderò i vostri video vetrina in cui le “giovani” intervenute racconteranno con le parole delle storiche di che femminismo è fatto il nostro femminismo. Seguirò i report successivi, inclusi quelli che parleranno di riconoscimento delle pratiche altrui, salvo quando a non essere riconosciute sono le pratiche di chi non si emoziona più a stare tra donne, parlare donne, mangiare donne, defecare donne, avendo atteggiamento normativo sulla maniera in cui bisognerebbe essere donne. Certamente mi terrò al corrente per vedere a che punto sta la vostra elaborazione. Però scusate se a tutto quello che sarà detto lì, possibilmente sorretto dalle teorie del femminismo della differenza (con la Irigaray che dalle colonne de Il Giornale dice che senza le differenze sessuali non c’è futuro – sigh!), preferirò ampiamente andare a rileggere una intervista della Butler o un intervento di Preciado.

Buona e spero affollatissima assemblea. Tenete saldi gli entusiasmi e non badate a me/noi. E d’altro canto chissenefrega di quello che ha da dire una Eretica qualunque. No?

Leggi anche:

#Paestum, autodeterminazione, rimozione del conflitto

12 pensieri riguardo “Io non vado a #Paestum”

  1. Ciao,
    non sono mai stata a Paestum, desideravo recarmi lì, quest’anno, poi ho seguito le diverse discussioni sul blog e credo che anch’io lo seguirò da lontano. Condivido ciò che hai scritto nel post, tuttavia c’è uno spirito di “guerra”, non di lotta, la quale, invece, reputo un momento di fondamentale confronto e condivisione di differenze. Quando accenni alla Irigaray credo ci sia un fraintendimento semantico di base. In alcuni testi(Io amo te) ad esempio è abbastanza chiara la posizione della differenza come possibilità di riconoscimento. Questo non significa che se io non ti riconosco, tu non esisti, ma che “io” riconosco a “te” come ciò che io non sono e non mi permetto di invadere la tua coscienza modificandola o restringendola grettamente nelle categorie che mi appartengono. Lo sforzo che richiede è oggettivo, nel senso di riconoscere l’altra/o e soggettivo, in quanto metti in discussione le tue “certezze”. L’intervista mi sembra riduttiva e posta male. La questione dell’identità è necessaria per passare a quello che Butler definisce la disfatta del genere, ma prima devo passare dal mio corpo e riconoscerlo diverso da un’altro, poi posso cominciare a costruire il mondo a partire dalle differenze, queste differenze non devono assolutamente divenire gabbie sociali e costruzioni morali o peggio ancora etico-antropologiche. Finisco col ricordare la posizione di Carla Lonzi sulla legge 194, anche quella strumento di potere machista, un permesso accordato al soldato, anche quella rientra nell’atto normativo della costruzione sociale piccolo-borghese, e con questo non intendo cancellare la 194 ma sottolineare che il “progresso” spirituale non coincide quasi mai con quello tecnico-burocratico dello sviluppo sociale. Paestum è ancora lontana da una critica della differenza come strumento di lotta sociale, si parte dal bar e dalle cene con le amiche, dal letto con il proprio compagno/a, al lavoro con le colleghe/i, poi si dorme in un sacco a pelo e ci si racconta ma no si decide come l’altro/a dovrebbe essere.

    Agata

    1. Cara, io ho qui un paio di suoi libri, e giusto ieri rileggevo una roba atroce sull’ordine materno e quel che è nell’intervista secondo me è coerente con quel che lei ha sempre detto. partire da se’ c’entra molto poco con la differenza tra sessi. il genere è una cosa che prescinde dalla biologia e lei, così come molte che si basano sul suo pensiero, è ancora ferma infatti alla differenza sessuale.
      il mio corpo è diverso anche dal tuo, ci scommetto, e quando si parla di generi non si può fare degenerare un discorso fino a creare una prigione normativa che addirittura ti dice che tu altro non puoi essere che quello che ti ha dettato la biologia. la Butler capovolge totalmente quel discorso ed è liberatorio, finalmente, sapere che io sono altro a parte un utero. 🙂

  2. Scusate la mia ignoranza! Ma cosa c’è a Paestum? Si lo so l’Anfitreatro, il Tempio di Athena e di Hera, il Kratos Bianco e l’Aglianico. Ma non state parlando di questo..

      1. Ahh.. Grazie! Ho capito, sono quelle donne che danno la spinta vitale e propulsiva che nessun altro potrebbe dare.
        Non voglio mancar di rispetto a nessuno, ma attenderò momenti migliori per andare a Paestum……

  3. Io penso che la differenza sessuale di Irigary metta in luce la necessità di ogni individuo a relazionarsi e questa relazione è costruita a partire dal corpo e dall’esperienza, quindi dal confronto con l’altro. Non credo sia prescindibile una riflessione sulla differenza, ovviamente questa non deve assolutamente arroccarsi su posizioni normative( tipo la natura femminile è procreare, quindi mi riconosco nell’utero). E’ vero che i termini utilizzati dalla filosofa scivolano spesso in una semantica assolutistica e ontologica, che personalmente prendo con le pinze ed è anche vero che il discosro decostruzionista della Butler sia necessario a smantellare questa tendenza alla costruzione biologica dei generi, ma credo anche che la riflessione sulla differenza come dialogo e attività continuamente mutante di riconoscimento sia indispensabile. Ripensare continuamente la differenza è anche ribaltare le categorie predeterminate. Grazie per il confronto, magari ci si vede a Paestum, non per l’incontro, ma al tempio di Athena!

  4. espressioni come “alloggio spartano” (sacco a pelo), “contributo di 10 euro per tutte” per pagare una sala (si paga per poter avere un luogo in cui parlare di libertà.. ah la coerenza), e soprattutto “le ragazze più giovani che del femminismo ne hanno solo sentito parlare” solo le prime e già antipatiche motivazioni che mi portano a evitare certi incontri… scusate, ma preferisco parlare di autodeterminazione partendo dal luogo, dal modo di organizzare le giornate e dal tipo di relazione che dovrebbe esserci tra le varie partecipanti, orizzontale e non maternalistico… di mamma ce ne ho una che mi avanza per almeno altre 10 vite XXDD
    un bacione grande

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