Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Comunicazione

Se #IlManifesto deve espellere chi scrive #fuorinorma

In rete potete assistere spesso a polemiche che riguardano la cattiva modalità in cui si discute di violenza di genere. Ci sono articoli che ogni tanto feriscono la sensibilità di alcune, confliggono apertamente con teorie che sono accreditate, polemizzano su questioni che toccano la sensibilità collettiva.

Se fai riferimento ad argomenti che fanno leva su molle emotive e non ne parli nel modo giusto o quantomeno nel modo in cui ne parla la maggioranza, bisogna fare attenzione affinché quello che esponi ricalchi in egual misura ogni parola, ogni pensiero recitato da altre persone.

Prendi la questione della violenza sulle donne. In rete esiste un vasto gruppo che adopera una precisa modalità nei confronti di ogni scritto che non è nella norma. Puoi chiamarlo moderno tribunale dell’inquisizione. Puoi chiamarlo esercito della salvezza a tutela della narrazione dominante. Il punto è che agisce moralizzando quel che scrive chiunque altr@ ed è così che hanno fatto con me tante volte per dettarmi contenuti e altrimenti dirmi che dovevo essere messa a tacere o silenziata o ostracizzata.

Moralizzare e ostracizzare, in certi casi esigere che una posizione sia isolata e delegittimata, è il rimedio che usa chi ha come metodo l’aspirazione di ripulire la rete da ogni intervento fuori norma. Ed è una posizione alquanto popolare perché quando tu esponi una critica ad un determinato testo e chiedi conto e ragione a chi l’ha pubblicato sperando in un “mea culpa” pubblico raccogli infatti attorno a te proprio tutte quelle forze, quei nomi, quei commenti di soggetti che fanno quasi esclusivamente questo: moralizzare, ostracizzare, esigere l’espulsione da un giornale, da un blog, da una pagina facebook, dal web, dalla faccia della terra.

La stessa critica fatta da chi non ha intenzione di ostracizzare niente e nessuno, da chi vuole discutere, viene ovviamente strumentalizzata e adoperata come ulteriore legittimazione ai pruriti di censura e di linciaggio di qualcun@.

Ci sono cose, sul web, che vale la pena recensire e commentare perché la critica non è mai un fattore negativo e il pensiero critico è necessario per fare evolvere la cultura, le nostre discussioni. Ma se al commento e alla critica aggiungiamo la esplicita richiesta di espulsione di una firma da un determinato posto, la colpevolizzazione di un intero gruppo, se teniamo a esortare le folle indignate sempre pronte all’uso che non aspettano altro che questo per avere qualcun@ da linciare, in quel caso temo che non abbiamo fatto cultura ma abbiamo semplicemente fornito un osso a chi non vede l’ora di spolparlo.

Il punto è che quando si fa una critica mettendo al muro una firma che ha scritto sciocchezze e con quell@ anche chi l’ha pubblicat@, devi aspettarti che sarai elett@ ad honorem a capo dello stesso gruppo di bella gente che ieri esigeva la mia espulsione da Femminismo a Sud e da tutto il web per aver parlato di violenza sulle donne in una maniera differente.

Allo stesso modo, oggi, si sta chiedendo conto e ragione a Il Manifesto di quel che pubblica un tale che di violenza di genere ha capito nulla (e condivido le critiche) e attorno alla rivendicazione si raduna una folla che esige la testa della firma, la sua espulsione da Il Manifesto, la sua pubblica delegittimazione da parte di un giornale che dovrebbe indignarsi, dire che ha sbagliato, chiedere scusa e non farlo proprio mai e mai più.

Lo stesso atteggiamento è stato tenuto nei confronti di firme de Il Fatto Quotidiano o altre testate in cui quel che si chiede, sostanzialmente, è di espellere, scomunicare, la persona che ha scritto cose che altri non condividono. Si tratta di opinioni, non di scritti che realizzano reati, a meno che non vogliamo decidere che quando una persona parla di violenza di genere scrivendo cose non condivisibili tanto basti a toglierle, come farebbero ben altre categorie politiche autoritarie, la tastiera, il mestiere, di mano.

Argomentando esponi la tua incazzatura, dici quel che pensi, ti confronti. Ma dichiarare la responsabilità di tutto un gruppo esigendo una presa di distanza e una espulsione è un metodo che non condivido. E’ un metodo che chiunque tra noi può subire. E’ lo stesso metodo che porta un gruppo politico a decidere di non inserire i libri di alcuni scrittori e alcune scrittrici nelle pubbliche biblioteche perché si sono espresse in un certo modo riguardo ad altri temi.

Non so. Ditemi voi che ne pensate. Da Il Manifesto si esige una scomunica indignata o una bella discussione pubblica?

—>>>(qui la discussione sulla loro pagina facebook)

19 pensieri su “Se #IlManifesto deve espellere chi scrive #fuorinorma”

  1. L’articolo del Manifesto non è fuori norma ma è perfettamente nella norma di un pensiero repressivo e sessista che pensa alle donne esclusivamente come esseri relativi all’uomo. Ed è il pensiero che, purtroppo e lo sappiamo bene, è ancora dominante, e che non ha certo bisogno di essere difeso da noi, che invece cerchiamo di contrastarlo da una posizione ben più debole e difficile. C’era davvero bisogno di questo post? Boh.

    1. il post serve visto che attorno a chi oppone un pensiero critico, utile, c’è chi ne trae legittimazione per i soliti pruriti di censura e di linciaggio. gente che Il Manifesto non l’ha neppure mai sfogliato né sostenuto che oggi scaglia una mole livorosa di attacchi che di certo non tendono a difendere le donne quanto la sostanza paternalista e autoritaria di un pensiero che in nome della difesa delle donne compirebbe le peggio cose.

      1. Non so di preciso a chi ti riferisci, io ho letto solo commenti di gente giustamente arrabbiata. Il Manifesto l’ho comprato e sostenuto per anni. Se ciò che vogliamo combattere è il sessismo è anche con loro che dobbiamo prendercela, visto che pubblicano roba del genere, e che la pubblicano da sinistra.
        Domanda: ciò che fa sì che questa società crei relazioni malate tra i generi (relazioni che arrivano al punto che qualcun* – solitamente donna – perde la vita) è proprio quel pensiero che Il Manifesto sponsorizza, o il fatto che ci sia chi chiede che quel pensiero venga rigettato a sinistra?

        1. Non mi riferisco a te. Ovvio.
          E alla tua domanda rispondo con un’altra domanda: ciò che salva la vita alle donne è il pensiero autoritario di chi vuole censurare e reprimere o di chi lavora sulla cultura facendo ben attenzione a non legittimare i pruriti di chi spera in un bel linciaggio virtuale pubblico per svoltare la giornata?
          Cultura è in generale non avallare mai il pensiero autoritario perché il pensiero autoritario è anche quello che moralizza la tua e la mia vita, prevarica la nostra autodeterminazione e ci consegna ai tutori e ai repressori più che sessisti se noi siamo #fuorinorma.

          1. Ma chi è che sta linciando Il Manifesto? E’ una domanda seria, evidentemente mi sono persa qualcosa.
            Cultura è, per il 99% delle persone, dei gruppi economici, di quelli politici e dei media, proprio quella brodaglia sessista e priva di qualunque interesse per gli esseri umani che Il Manifesto ha pubblicato, e si tratta di un nemico enorme, fortissimo. La nostra cultura è un’altra, ma è debole, ultra-minoritaria e, purtroppo, anche continuamente nella necessità di difendersi perché, come abbiamo visto benissimo in questo caso, l’anti-sessismo non è un dato di fatto neanche a sinistra. Per auto-determinarci quella cultura fortissima dobbiamo combatterla, l’anti-sessismo dobbiamo pretenderlo – e sottolineo, pretenderlo. Non si può retrocedere neanche di un passo da questo punto.

            1. Mo’ esigi delazione. 😀
              Fatti un giro su facebook e vedrai che bei commenti.
              La cultura minoritaria per difendersi deve avallare gli autoritarismi?
              Allora il decreto femminicidio ci piace un sacco? O il disegno di legge delle donne del pd che vogliono mandare in galera quelli che fanno manifesti sessisti?
              L’autoritarismo legittima solo se stesso e chi lo sostiene e lo usa come mezzo di controllo delle idee, dei soggetti e dunque, infine, anche di ciascun@ di noi. In poche parole ogni volta che tu legittimi l’autoritarismo stai legittimando chi ti crea danno.

              1. Non capisco, mi stai rispondendo come se ritenessi che tutte le idee sono uguali, come se sessismo e anti-sessismo stessero sullo stesso piano. E ancora: ti sembra che i sessisti siano in qualche modo e in qualche luogo ostacolati nell’esprimere le loro idee? Ma quando mai! Davvero dobbiamo difendere la loro libertà di pensiero?
                E poi che significa la tirata sul decreto femminicidio? Io sono contro quel DL, ma non per questo pretendere l’anti-sessismo a sinistra fa di me una persona autoritaria!
                Personalmente penso che ciò che mi fa danno sia una sinistra che non sa che cos’è e che cosa pensare.

                1. non c’entra. conosco la differenza tra oppressione e resistenza. ma la resistenza non si appella a tutori per reprimere quel che li opprime. e qui ci troviamo comunque su un terreno differente che è quello delle idee. non hai a che fare con chi ti censura e ostacola quel che tu dici e pensi. hai a che fare con un giornale che se gli mandi un intervento te lo pubblica. io francamente non ho capito cosa si chiede. c’è già una condanna esplicita? si esige la scomunica del tizio? si esige un articolo di pubbliche scuse? cosa si chiede esattamente?

                  io vorrei una discussione pubblica, politica, senza tentazioni di censura, senza scomuniche e livorosi attacchi (e non parlo di te né di chi discute criticamente), senza che vi sia più lo spazio per argomentare. vorrei una discussione senza forconi. il riferimento ai decreto si riferisce ai metodi che certe minoranze vorrebbero usare per difendersi. c’è differenza, appunto, tra resistenza e autoritarismo. .)

  2. Voto per la discussione!
    Però è vero che un giornale che ha una certa ispirazione (vale sia per il Manifesto che per Il Fatto) dovrebbe aver una maggiore coerenza nel pubblicare gli interventi “interni”, una testata non è un forum dove si confrontano le idee di chi legge, bensì un piccolo mondo che, pur nei margini di una certa tolleranza, dovrebbe avere una linea. E ritrovare dei luoghi comuni tradizionalisti su pagine di buona ispirazione progressista-radicale… beh, fa venire in mente una certa sinistra da vecchio PCI! Il che non giustifica reazioni vetero-analoghe, cioè lapidazioni o grida contro l’eresia.

  3. Io credo che ci siano due problemi diversi in questa questione. Il primo è quello dei linciaggi mediatico/informatici, su cui sono d’accordo con te. Chi scrive esprime un’opinione: criticare duramente sì, censurare o espellere o bruciare sul rogo assolutamente no.
    L’altro problema o piano di discussione invece credo sia più strettamente legato a scelte e dibattiti editoriali che i giornali si trovano sempre più spesso ad affrontare. E cioè: un blog ospitato su un giornale è un blog e basta e la persona che scrive è l’unica responsabile oppure nel momento in cui il blog è ospitato dal Manifesto esige cmq una linea editoriale, perchè di fatto diventa quasi una rubrica d’opinione? Per fare un esempio, posso avere un blog sotto l’ombrello del Manifesto, chiaramente razzista? Questi però sono problemi che spetta al giornale, credo, risolvere…

    1. è la stessa domanda che si fanno quelli che cercano di imporre una responsabilità legale alle piattaforme blog per quel che scrive il singolo blogger. 🙂
      ma non siamo sullo stesso piano. io comunque attendo la discussione politica e non mi interessa ragionare di “responsabilità” intese in quanto colpe. uno spazio può anche pubblicare un pezzo che non condivide e poi ragionarci attorno, discuterne, aprire spazio ad interventi. il sessismo non lo intercetti e combatti se lo censuri. ma io non voglio fare l’avvocata difensora. può essere che abbiano fatto una enorme cazzata ma io voglio distinguere la critica politica antisessista da metodi che esortano alla censura. questo è il topic della discussione che volevo fosse tenuto in considerazione. 🙂

    2. per l’appunto su twitter Mila Spicola scrive: “@FikaSicula @ilmanifesto ben vengano le discussioni, plurali e anche le cazzate, almeno se ne parla trasversalmente, non da un angolo solo.” e io sono d’accordo.

      1. Anche io sono d’accordo sulla discussione e sul fatto che un giornale non debba essere un monolite di pensiero unico.
        Ma c’è una differenza tra il blog tuo personale ospitato su una piattaforma più o meno indipendente e invece una testata giornalistica. La responsabilità di un quotidiano è legata al ruolo pubblico dell’informazione. Mentre la piattaforma dei blog è una scatola potenzialmente vuota in cui tu crei il tuo spazio, il giornale è un po’ diverso. Il paragone dovrebbe essere fatto tra te e la redazione del Manifesto, non tra la piattaforma e la redazione. Tu decidi la linea editoriale del tuo blog e decidi chi ospitare sul tuo spazio.
        Poi ripeto, il Manifesto ha pubblicato un intervento di un blog che ospita con cui sono in netto disaccordo, ma questo non influisce sulla mia opinione del manifesto, che in altre occasioni ha invece pubblicato riflessioni su cui mi sono trovata molto d’accordo, nè mi porta a chiedere che l’autore venga ostracizzato. La tendenza a chiedere censura c’è sicuramente ed è spaventosa quando invece la pluralità è preziosa.
        Ma rimane il problema, altro e qui non in discussione, ma c’è, della posizione dei blog nelle testate giornalistiche…

  4. No, un attimo, per me il Manifesto può pubblicare anche proclami nazisti se vuole.
    Chiedo solo che il giornale in questione sia responsabile di quello che si scrive sulle sue pagine e non cerchi di aggirare l’ostacolo dicendo che “quello è uno spazio personale e quindi la gente ci scrive quello che vuole”.
    Quella è una rubrica all’interno del giornale e se qualcuno ci scrive sciocchezze,e quando glielo fai notare risponde “hai frainteso” (come si usa da un bel po’ di tempo in questa nostra nazione), il direttore del giornale si deve prendere la responsabilità e quindi intervenire, o far intervenire nel dibattito per spiegare il suo punto di vista sull’argomento e sulle sciocchezze.
    Si può fare in mille modi diversi per dare forza alle proprie scelte.
    La sensazione che ho, però, ahimè, è che al Manifesto non ci sia alcuna forza capace di lavorare con le idee e che sia tanto, tanto più semplice usare la modalità “social network on”: far cagnara e vedere di nascosto l’effetto che fa.

    1. a me non pare che abbiano scritto “hai frainteso”. mi pare stiano dicendo che non condividono. sulla richiesta di responsabilità politica di un giornale che pubblica un intervento di quel tipo c’è da discutere. cosa si intende per responsabilità? come si pretende si esprima l’ammissione di responsabilità? che tipo di “provvedimenti” auspica chi ce l’ha con il tizio che ha scritto quel pezzo?
      ho letto in giro per la rete pensieri che non mi sono piaciuti per niente al riguardo. e non c’entrano niente con la critica al sessismo.

      1. A dire di esser stato frainteso è stato l’autore del post, non il manifesto 🙂 Al che – giustamente secondo me – Loredana Lipperini ha replicato che se ritieni ci sia stato un fraintendimento è compito tuo fare in modo che questo malinteso venga meno rispiegando ciò che volevi dire. C’è stato un breve dibattito, sì, nel senso che è stata pubblicata una lettera giunta in redazione all’autore in questione, con relativa risposta del medesimo che se possibile è perfino peggio del post originario, più alcuni post sparsi qua e là più o meno polemici ed articolati. Io ho dato il mio piccolo, piccolo contributo sostenendo polemicamente che sarebbe meglio se l’autore/psicoterapeuta/psichiatra si rileggesse Freud tralasciando il fallocentrismo che tutti ci hanno sempre letto dentro – perché dopo Lacan e le ondate femministe degli ‘anni 70, e anche il Dott. Recalcati qua da noi, Freud è stato un bel po’ rivisto, soprattutto andando al di là della complementarietà uomo/donna col primo in posizione di vantaggio sulla seconda. E che anche interpretando la cosa in termini astratti e simbolici, come sempre dovrebbe essere quando si parla di questioni psico-qualcosa, le teorie di Thanopulos non tengono comunque.

        Anche io avrei voluto un dibattito più esteso, ma anche Thanopulos dubito abbia modo di rispondere ad ogni singola critica che gli è stata mossa. Purtroppo. Quindi, di fatto, nel dibattere ce le cantiamo e suoniamo da sol* 😀

  5. anch’io ho visto diverse critiche, ma da nessuna parte qualcuno che chieda “la testa del giornalista”. Avrò perso qualcosa (come Adriana) ma vedo semmai indignate richieste di spiegazioni sulla linea editoriale, e sul perché proprio il Manifesto scelga di veicolare, con quell’articolo, messaggi pericolosi (e falsi).
    Se una linea editoriale sul problema violenza (e in genere maschile/femminile, che poi è la relazione alla base di tutto, anche di quella fra classi), nel Manifesto esiste, speriamo sia vicina alla sensibilità espressa da Luisa Betti. Il che non esclude diverse opinioni – ma il negazionismo sessista è più che una sfumatura di opinione.
    E se si nega addirittura che la violenza di genere esista, non basta appellarsi all’ “autonomia degli autori”.
    Quello che tutti chiediamo al Manifesto è di esprimere una posizione chiara.
    Più chiara. Anche la criptica boutade di Thanopulos, ha 1 solo concetto chiaro, quello nel titolo: “NON è violenza di genere”. Ah si? ah bè. E dove andrebbe a parare? si, e dunque..? le solite femministe stronze che vogliono per sè tutta la scena, pruriti piccolo-borghesi..?? eccetera (sappiamo dove si va a finire). Il sessismo contro le donne è davvero la cosa più trasversale e radicata che esista, specie là dove c’è una qualunque briciola di potere – dunque brulica nella politica, nella psicoanalisi, nell’informazione.. eccetera.
    Se quelle cose le scriveva il sedicente “Libero” ci si poteva stupire?
    Se inizia a spargerle il Manifesto, per favore non copriamo con lo status di “posizioni non omologate” teorizzazioni contro le donne (contro il genere femminile!) e dunque, in nuce, già intrinsecamente, potenzialmente fascisteggianti.

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