Antispecismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

Come hackerare il ruolo materno!

Di maternità e stereotipi sessisti. Continuando il ragionamento già iniziato.

Quando si parla di mamma spesso si riassume tutto il dizionario zoologico del mondo. All’improvviso, giusto tu che pensavi di essere persona, disancorata dal genere che ti hanno attribuito, vieni paragonata ad ogni possibile animale dell’universo. Per fare leva sul tuo presunto “istinto” materno si narrano le eroiche gesta di gatte, leonesse, tigri, lupe, e se l’abc zoologico di chi parla avesse altre specie a disposizione le elencherebbe tutte.

La persona che diventa madre compirebbe eroiche gesta e inenarrabili acrobazie pur di salvaguardare la vita a quello che da figlio obbligatoriamente viene ribattezzato “cucciolo”. Dunque troverete in varie discussioni su madri e affini che ‘sti figli sono tutti “cuccioli” e le madri sono tutte felini, equini, ovini, bovini, mammiferi, fauna acquatica e se includiamo anche i rettili, che immagino abbiano anche quelli un “istinto” materno, abbiamo esplorato anche i comportamenti di branco delle terre più inospitali.

Insomma, con tutta la mia sensibilità antispecista, terrei a dire che la balla della “natura” per intrappolare le donne in ruoli di genere precisi è tutta culturale e se proprio proprio dobbiamo esplorare le zone di altri animali allora terrei a ricordare che:

le gatte, per mia esperienza diretta, praticano una sorta di eugenetica e quando hanno figli che non sono sufficientemente sani se li mangiano. Quando i figli delle gatte crescono ho visto compiersi i peggiori incesti. La madre con il figlio, il figlio con la sorella, perché quando la gatta va in calore non c’è parentela che regge e  se pure le metti di fronte un crocifisso continua a fare quello che vuole. In generale, comunque, tutta quella storia che certi animali sono affezionati ai figli allo stesso modo in cui pretendono di esserlo gli esseri viventi umani è anche quella una proiezione e una costruzione culturale buona per walt disney & co. Gli animali hanno sicuramente una affettività ma non è detto che sia peggiore e/o identica alla nostra. Dopodiché vorrei sapere, dalle persone che praticano mammismo in affinità con il mondo animale, cosa ne pensano dell’istinto di protezione di animali da macello. Immagino che queste donne che identificano noi umane nei comportamenti animali dimentichino volentieri di essere facenti parte dello stesso codice biologico quando si mettono a tavola e mangiano una bella fetta di carne.

Se vogliamo andare avanti con il mondo animale, ricordo comunque alcune specie che dopo aver allattato il “cucciolo” non lo cagano più neanche a pagamento. E che dire delle specie in cui le “mamme” depositano uova sepolte non si sa dove e poi tornano a viaggiare dirigendosi verso altre avventure?

Ma anche gli animali più simili a noi, tipo le scimmie, non sono altrettanto “mammesche” (per fortuna!): avete mai visto una mamma scimmia andare a rompere le scatole al figlio scimmia per mettergli in ordine l’appartamento, controllare se ha mangiato, e stressarlo a più non posso per obbligarlo a darle dei nipotini? Anzi: avete mai visto realizzato il teorema “naturale” della famiglia allargata in cui la nonna bada ai figli della mamma, la quale bada ai propri figli e insegna alla figlia che quando diventerà madre smetterà anche di essere persona?

La biologia è solo biologia. La costruzione culturale che ci farebbe naturalmente portate a fare questo o quell’altro è una trappola che ci obbliga a restare fedeli al ruolo di cura in eterno.

Le stesse persone che pensano alle madri solo come custodi del “cucciolo” attribuiscono altrettante caratteristiche sessiste, per “natura”, ai padri che sarei curiosa – a quel punto – di sapere a cosa servono. Tu tarzan e io jane? Se io sono una tigre che combatte per difendere i cuccioli lui sarà il guerriero? Il cacciatore? Il mio esclusivo e personale domatore? Colui il quale mi porta il pezzo d’animale sbranato nella savana da dividere con il mio cucciolo? A che diamine servirebbe per “natura” l’uomo?

A niente: la madre sarebbe una “bestia” (detto in senso specista) che se le tocchi il figlio ha il sacrosanto dovere di diventare una fotocopia – in gonnella – del terribile hulk. Che poi è la stessa cultura che autorizza fior di sante madri a fare le sceneggiate in difesa di figli quand’essi compiono crimini atroci. La stessa cultura che impone che una madre debba essere sempre lì a difendere quel figlio o quella figlia qualunque cosa lui o lei abbiano fatto. E’ la stessa cultura che ti massacra di sensi di colpa se non ti ritieni in grado di interpretare il ruolo di cura quando tuo figlio ha problemi di vario tipo. Guai a dichiarare distanza. Guai a considerare quel ruolo in maniera obiettiva. Guai se ti senti sollevata del fatto che c’è altra gente che vuole prendersi “cura” di tuo figlio, alleggerirti la vita, aiutarti a ritenere, finalmente, che sei altro a parte che una madre. Guai se non ti mostri disperata, affranta, una martire beddamatre santissima che vive il dolore più grande del mondo nel caso in cui arriva il padre e dice “porto il bambino in vacanza per una settimana“. Guai se non interpreti esattamente il ruolo che ti si impone di interpretare.

Ed è secondo questo principio natural naturalistico che il maternage di ritorno ti dice che è tanto bello se invece che mandare il bimbo all’asilo nido lo cresci tu, ché è bene che rinunci a lavorare perché ovviamente abbiamo la prova provata che i figli cresciuti da madri casalinghe (disperate) erano e sono tanto più equilibrati di quelli cresciuti oggi con quelle terribili iene delle “mamme in carriera” (cosiddette tali in senso dispregiativo), alla faccia di tutte quelle che hanno lottato tanto per avere diritto di lavoro, servizi nei territori, eguale condivisione delle responsabilità genitoriali con i padri.

Il maternage di ritorno ti avvisa anche circa la presunta pericolosità della matrigna. Nel caso in cui ci si separa non c’è nessun@ che possa, a tempi alterni, prendersi cura di quel figlio tanto quanto la madre. Le famiglie allargate si fottano. Se il padre vorrà avere rapporti con suo figlio sarà solo ed esclusivamente alle condizioni dettate dalla madre e sennò saluti e baci e a non rivederci più.

La matrigna è certamente identica a quella di Cenerentola o di Biancaneve. C’è tutta una letteratura misogina a dimostrare che se metti in mano tuo figlio alla nuova compagna del tuo ex come minimo quella lo frigge e se lo mangia a colazione. Gli farà spalare la merda dalle stalle anche se non ha una fattoria e non ha le stalle, lo rinchiuderà dentro uno stanzino dicendogli che fuori il mondo è pieno di radiazioni e dunque non dovrà più vedere la luce del sole, lo renderà partecipe di perversioni sataniste che di regola tutte le nuove compagne mettono in atto. Anzi, vi avviso: se vi candidate al ruolo di “nuova compagna” di un uomo che ha già un figlio, bisogna che scriviate sul curriculum che amate il gotico e il satanismo, perché se non siete il più possibile vicina a satana non siete evidentemente affini allo stereotipo.

La matrigna è dotata di ampi poteri. E’ affetta da schizofrenia perché parla da sola con uno specchio, sente le voci e pensa pure che lo specchio le risponda, manda in giro cacciatori a cercare pezzi di cuori con cui fare intrugli magici (in genere le dicono “si si…” e voltato l’angolo chiamano la neuro “dottore, la prego, pensa di nuovo di essere la beddamatre di biancaneve“), ha potere di ipnosi perché in quella storia il padre è un po’ stronzo e un po’ no e c’è da convincerlo ad autorizzare cattiverie. Lo è sempre molto meno di quanto non lo sia comunque la matrigna che è anche in grado di piegare la volontà di chiunque venga in contatto con lei. La matrigna, manco a dirlo, è “sterile” e perciò incazzata nera, perché di misoginia in misoginia e di stereotipo sessista in stereotipo sessista si ritiene che una donna che ha avuto figli sia la dolcezza fatta persona, una mutante extradotata di facoltà empatiche e sensoriali e dunque in grado di provare amore, comprensione, solidarietà umana nei confronti dell’universo mondo.

Se la gente ha qualche problema, la madre non ha bisogno di saperne di più. Lei lo sente. Perché “una madre lo sa” e bla bla vari e stereotipati dello stesso tipo. E siamo dunque alla leggenda delle fate buone, la fata turchina che è anche in grado di adottare un figliolo di legno e di farlo diventare umano se si comporta bene, e delle streghe cattive.

All’uomo padre, naturalmente, tutte ‘ste facolta extrasensoriali non si attivano. Scemo era prima e scemo resta dopo. Lei, d’altronde, giusto in quanto madre, è un essere superiore. Non sbaglia mai. Proferisce solo frasi delicatissime e l’uomo che la mette incinta è addestrato a fare le uniche e povere cose che può fare. Lui è rozzo, stupido, privo di sensibilità, non sa comunicare, grugnisce, a malapena sa parlare e quando deve mostrare il suo valore bisogna che lanci frecce, bombe o missili nucleari. Questo è ciò che si pensa degli uomini in generale. Queste sono le trappole sessiste in cui questi soggetti sono incastrati.

Concludo: Ho partorito e non ho sviluppato alcuna facoltà extrasensoriale. Ero empatica, sensibile, protettiva, se è vero che lo sono, prima e nei confronti di chiunque sentissi più fragile di me, e lo sono stata dopo. Non sono superiore a nessuno, tant’è che per alcune cose ho avuto bisogno del consiglio e dell’aiuto di chi mi stava attorno, padre e uomini inclusi. Penso che quando i figli diventano più o meno indipendenti, ovvero possono staccarsi dalla tetta e nutrirsi autonomamente, i ruoli sono assolutamente interscambiabili. In generale penso che, appunto, il ruolo di “madre”, nei modi e tempi e nelle caratteristiche imposte, sia davvero una costruzione culturale. Decostruire questo ruolo e rileggerlo autonomamente senza provare senso di colpa (ohi… la colpa perché non si è quello che cultura vorrebbe…) ogni volta che non si è abbastanza tigri o che si persegue anche un minimo di autonomia individuale al di là della maternità (e del martirio), è assolutamente necessario.

Siamo persone, e la nostra vita non inizia e non finisce con un parto. Siamo persone. E per ciascun@ di noi non può valere una norma universale. La lupa faccia la lupa, se crede. Consiglio comunque, per lo meno, di andare a indagare su quel che fa davvero una lupa prima di dire o fare qualunque cosa. Io e tante altre come me continueremo a fare le anarchiche, anzi, le hacker del ruolo materno: come smontarlo e rimontarlo secondo quel che ci piace. Perché la maternità è una scelta e ancor di più una scelta è la maniera in cui viversela.

Leggi anche:

La maternità è una scelta, la maniera di viversela invece no…

Sei madre? No, sono persona. E sono anarchica!

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11 pensieri riguardo “Come hackerare il ruolo materno!”

  1. Mia mamma è casalinga da tutta la vita e a malapena son venuta su da sola.Mai che mi seguisse in niente.Che odio queste teorie della ” famiglia tradizionale sana “

  2. No ma aspetta, l’istinto materno esiste, fa parte dei mammiferi e sì le scimmie hanno l’istinto mammesco, i rettili no, i pesci no e gli anfibi no, i mammiferi sì.
    Ma detto questo, la conclusione più logica che se ne dovrebbe trarre è: “E CHI SE NE FREGA?”.
    Perché tra istinto e dovere sociale c’è l’anello mancante, l’anello mancante è per l’appunto la cultura, che è cultura e che cerca presupposti naturali per giustificarsi (da cosa poi???).
    Il tutto in una follia giudaico-cristiana dove sembra che tu non possa nemmeno pensare a respirare senza la gentile concessione di Dio-ehm-della Natura.
    Quindi direi che mi sono profondamente rotto di queste diatribe e speculazioni su ciò che è naturale e ciò che non è naturale, per cercare di giustificare un comportamento culturale o sociale, mi sono rotto di chi giustifica il suo modello di società oppure il suo comportamento individuale sul presupposto che il ruolo materno sia naturale, ma mi sono rotto anche di chi cerca di giustificare il suo modello di società oppure il suo comportamento individuale sul presupposto che l’istinto materno non esista.
    Stesso discorso vale per la squallida diatriba insulsa che porta a dover scoprire se l’omosessualità sia o meno naturale, con imbecilli che dicono di no (contro ogni evidenza dei fatti) e imbecilli che dicono di sì al punto di affermare esista la predisposizione genetica all’omosessualità (sempre schifosamente e autoritariamente accompagnata dalla presunta femminilizzazione cerebrale, vaglielo a dire ai bears).
    Notizia dell’ultima ora, TUTTO CIò CHE ESISTE è NATURALE E SE NON LO FOSSE NON POTREBBE ESISTERE.
    Quindi spero che prima o poi sta merda di cultura occidentale riuscirà a proporre diatribe un po’ più interessanti.

      1. Ma infatti son d’accordo, cioè ripeto siccome la natura è tutto ciò che esiste e quindi possibile, è imbecille definire ciò che è naturale e ciò che non lo è. Perché ciò che non è naturale semplicemente non esiste, quindi è irrilevante.
        Comunque sia, non ci si libera dal “naturalismo” solo liberando gli esseri vaginamuniti, tutto ciò che riguarda i doveri impliciti ed espliciti e gli stereotipi impliciti ed espliciti, e le leggi implicite ed esplicite che vincolano i penemuniti sono ancora incentivati o semplicemente non analizzati.
        Quindi la sconfitta del patriarcato la vedo veramente dura, perché anche il solo pensare che la donna sia vittima della cultura e che debba autodeterminarsi e l’uomo non interessi, è patriarcato, e continua a forgiare uomini che non sanno di avere alternative all’essere i tutori e conservatori dell’autoritarismo per inerzia.
        Esempio, non si può parlare di maternità scelta, finché non si parlerà anche di paternità scelta, che in Italia non è solo culturalmente ostracizzata, ma anche legalmente, senza che a nessuno freghi niente.

    1. Io non sarei così drastico, alcune ricerche citate dalla dottoressa Brizendine hanno verificato che il cervello della donna a 6 mesi di gravidanza inizia a rimpicciolirsi per poi riprendere le vecchie dimensioni a qualche mese dal parto e la cosa ha una possibile spiegazione: poichè lo spazio nella scatola cranica è limitato allora alcuni circuiti cerebrali vengono smantellati per crearne di nuovi relativi alla maternità. Anche nel caso del padre le ricerche indicano che si creano nuovi circuiti cerebrali alla nascita del bambino, a patto che sia favorita la sincronia.

      Ovviamente l’istinto lo abbiamo tutti ma in misura non sempre uguale anche perchè gli istinti e gli ormoni ci predispongono ai comportamenti ma non li determinano. Nel bosco vicino casa dei miei c’è una gatta selvatica a cui diamo da mangiare quando la vediamo che puntualmente abbandona i cuccioli, altre gatte si comportano in modo diverso quindi i comportamentio istintivi vannoi visti come una media più che in termini assoluti.

      Su queste tendenze biologiche poi si inserisce la cultura che può ampliare ciò che già esiste ma di certo non creare dal nulla.

  3. A me è piaciuta la definizione di istinto materno come quell’interruttore che ti si accende in testa nel momento in cui stai per lanciare il neonato dalla finestra dopo ore di pianto ininterrotto. Tutto il resto è sovrastruttura ideologica. Tutte noi figlie sappiamo quanto crudelmente sanno sbagliare le madri, però poi ci illudiamo di essere le madri che “lo sanno” e che non rifaranno mai gli stessi errori. No, è vero: con un po’ di consapevolezza, almeno non si ripetono esattamente gli stessi identici errori, se ne fanno altri.

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