Autodeterminazione, Precarietà, Welfare

La donna precaria e l’uomo-transito

Francesca, 32 anni, laureata, con impieghi precari che sono andati male. E’ tornata a casa, dai genitori, lo scorso week end. Non potrà ripartire a meno che non capiti una prospettiva differente. La madre è preoccupata e nel frattempo innaffia le piante nel suo balcone. Francesca vive in un paesino popolato da 2000 anime d’inverno e circa 10.000 d’estate. Una delle tante mete turistiche della Sicilia.

Francesca dice che in quel paese d’inverno ci muore. Non c’è niente, a parte la famiglia e una serie di “viddani” che poi sarebbero quelli che lavorano la terra, le serre, soprattutto, e vanno in cerca di donne da sposare e quando non hai lavoro, sei laureata, resti incastrata in un paese senza spiragli, finisce che a questo genere di corteggiatori un po’ ti affezioni.

Non ho snobismi o classismi da sfogare e lungi da me pensare che l’omo allitterato sia migliore. Anzi. Ho incontrato uomini fantastici, spesso padri delle Francesche laureate grazie a tanti sacrifici, i quali non avevano il coccio di littra e che non erano propriamente dispensatori di scienze infuse ma quando si relazionavano alle loro compagne erano intelligenti, umili, moderni. Semmai le loro donne erano un pochino ipocrite perché avevano necessità di altro tipo di relazioni intellettuali e in quei rapporti perivano, neppure poi tanto condiscendenti, perché la prospettiva altrimenti sarebbe stata quella di invecchiare con i genitori esaurendo la possibilità di fare sesso con tutti gli abitanti del circondario.

La femmina allittirata in un posto come questo, dove io arrivo d’estate e dal quale riparto dopo un po’, attende i mesi estivi per incontrare le amiche di ritorno dalle città, un po’ si vergogna di esibire il compagno con l’abbronzatura da “viddano“, collo bruciato, braccia con l’impronta delle maglie, anche se ora i “viddani” hanno imparato a dissimulare togliendo la maglia e così vedi la differenza solo perché le gambe sono decisamente più chiare di tutto il resto.

Senza ripercorrere stereotipi e luoghi comuni, in ogni caso, vorrei registrare la trasformazione di Francesca che dalla città s’è trasferita nel paesello e oggi la vedo salire sul macchinone che sono soliti esibire i coltivatori in serra, grande stereo a tutto volume, lei con un tacco e un abbigliamento assignurato che non mi sembra neppure più lei, mi strizza l’occhio e dice che lui la porta a fare finta di essere qualcun@ in un megavillaggio dove passeranno la giornata per poi finire in discoteca a notte fonda.

Mi chiedo dove sia finita la ragazza che avevo conosciuto qualche anno fa, quella che vestiva un po’ da frikkettona e che, con sommo rammarico del padre, aveva portato a casa e in vacanza un tipo simpatico coi dred. Mi chiedo se la precarietà ti può ridurre a questo, a diventare la brutta copia di te stessa, e non perché quel destino, per chi lo sceglie e lo ama, sia brutto, ma perché so perfettamente che lei con quel mondo non c’entra proprio niente.

E’ buono” – mi dice lei chiacchierando del più e del meno, e si giustifica perché lo sa che io lo so, dunque lui è buono e lei lo piglia come stazione di rifornimento per raccattare un po’ di autonomia fittizia e sesso, sapendo che lui rappresenta tutto quello contro cui lei ha sempre lottato, colui il quale se ti vede poi ti mette il timbro in fronte, ti compra, ti considera sua, perché se tu vai via, mia cara, se tu, Francesca, domani finalmente troverai un lavoro, un pretesto che ti porterà di nuovo via, lui avrà perso la persona sulla quale ha investito per realizzare  il suo progetto che non è mai stato il tuo.

Lui vuole una moglie e dei figli. Tu vuoi altre cose o comunque non vuoi stare con lui. Mi chiedo: quante sono le donne istruite, che avevano altri progetti nella vita, che a causa della precarietà si sono accasate, accompagnate, con uomini che avevano progettualità, livello culturale, di istruzione, differente? E sono contente? Davvero questi uomini sanno coesistere con donne che hanno inquietudini e aspirazioni differenti? Davvero sapranno affrontare e accettare l’indipendenza delle loro compagne quando saranno, se mai riusciranno ad esserlo, economicamente autonome? O non si sentiranno presi per il culo e scambieranno quell’indipendenza per la ragione per cui tu te ne vai?

Non sarebbe meglio dire da prima che tu te ne andrai un giorno? Non sarebbe meglio dire che il motivo per cui ti perderà è che in fondo tu non hai mai voluto questo dalla vita e non vorrai stare con lui? Perché di questi uomini da stazionamento provvisorio per la tua precarietà ne ho visti tanti e sono brava, ormai, a intercettare l’ipocrisia di queste donne incastrate in quello che sono, né carne né pesce, un po’ stramaledicendo i genitori che le hanno fatte studiare, di modo che avessero altre prospettive e mente un po’ più aperta, e un po’ stramaledicendo se stesse per il fallimento cui sono andate incontro e per la vita nella quale sono capitate in transito che non le corrisponde.

Donne incastrate che non potranno dire a se stesse, in eterno, che alcuni uomini non ti accettano perché tu sei indipendente. E’ che c’è stato un misunderstanding. Lui, sanu sanu – decisamente ingenuo o troppo presuntuoso per non capire che non è lui che vuoi – e voleva una cosa, mentre tu, con tutti gli strumenti culturali/intellettuali per essere consapevole di quello che stai vivendo, sai che ne volevi un’altra. Storie che vedo da anni e delle quali prevedo più o meno tutto, intuendo anche come finirà, fin dalle prime settimane. Dunque, riepilogando: ‘azzo ci fai, Francesca, con uno che alle 8.30 del mattino, ti spara lo stereo della macchina in strada svegliando tutto il vicinato? Ma soprattutto: tu glielo hai detto che prima o poi te ne andrai?

3 pensieri su “La donna precaria e l’uomo-transito”

  1. Analisi illuminata ed illuminante di una realtà molto comune alle donne nate e costrette dalla mancanza di lavoro, e quindi di indipendenza economica, a restare nel paesello…Mi sento chiamata in causa, mio malgrado. Tanti tentativi ma eccomi qncora qui a tentare di trovare la mia strada… Ma non mi sono mai adattata all”uomo-transito, nè mai lo farò. Preferisco una sana sigletudine che non mi faccia dimenticare chi sono e cosa voglio realizzare nella mia vita. Un saluto e complimenti per il tuo spazio 😉

  2. Questo post mi ha colpita, perché avrei potuto esserci io, oggi, incastrata in una relazione con un uomo-transito. Uno di quelli buoni e gentili, ai quali ti fai anche scrupolo di dire che non può funzionare perché non vuoi quello che vuole lui, semplicemente. E allora finisci per sposarlo, e soffrire e farlo soffrire, perché io credo che finirebbe per soffrire anche lui.
    Quello che mi ha salvata, credo, è stato il passare praticamente senza fasi intermedie da adolescente complessata e quindi inguardabile a donna adulta e determinata (o che comunque iniziava a determinarsi), di quelle che “sì, sono single, e con questo?”
    A 20 anni ho promesso a me stessa che prima di avere una relazione stabile avrei realizzato altri due obiettivi, un lavoro tutto mio e solo mio e una casa tutta mia e solo mia.
    Uno dei due (casa) l’ho realizzato anche se ci ho messo una vita, per l’altro ci sto ancora lavorando (sì, precaria anche io).
    Auguro ad Annalisa di trovare la sua strada senza accettare soluzioni di ripiego.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.