Comunicazione, Contributi Critici, Femministese, Questa Donna No

La schizofrenia della donna emancipata e schiava dei cliché cavallereschi

Arriva Andrea e segnalandomi un articolo pubblicato in quella fabbrica di stereotipi che è spesso la 27esimaora dal titolo “Siamo emancipate, ma se il conto lo paga lui…” mi dice “La schizofrenia della donna “pseudo-emancipata”, indipendente, agguerrita ma ancora schiava dei cliché cavallereschi.”

Non mi riconosco per nulla nel modello delle donne descritte nell’articolo come d’altro canto non vedo rappresentate tante mie amiche e amici che in quei cliché perirebbero semmai dalle risate. Lo scambio reciproco di averi tra precari/e e persone autonome si realizza nel fatto che io porto la pasta, tu ci metti il sugo, e si fanno gli spaghetti per tutti, oppure che si paga il conto facendo il calcolo di quel che costa e dividendo equamente. Le gare dell’offrire, quando si verificano, andare per primi alla cassa a pagare, dalle mie parti non trovano differenze di sesso ma di tasche. Però forse chi scrive non parla propriamente di condivisione e money/sharing tra precari ma di ben altri riti che avendo fatto nella vita come secondo o terzo lavoro anche la cameriera mi annoiano alquanto (hai presente quanto sia scocciante per chi aspetta chi dovrà pagare il conto che la coppia di clienti temporeggi e giochi a chi fa finta di tirare fuori il denaro dal portafogli e a chi poi fa il/la gradass@ tirando fuori il centone?).

Insomma quel che avrei da dire io sull’articolo è un bel chissenefrega. Decisamente non è una narrazione che mi rappresenta anche se pretende di rappresentare tante, la maggioranza delle donne (così dice). Però ci sono di mezzo stereotipi che non riguardano solo me, c’è pure il fatto che da articoli così viene fuori che le sedicenti femministe siano una categoria un po’ paracula, perciò voglio conoscere il punto di vista di Andrea che così scrive:

Quando ancora guardavo la TV mi capitava di sentire frasi piuttosto fastidiose venire fuori dai “salottini-ginecei” di D’Ursiana scuola.
Affermazioni che si potevano riassumere più o meno così: i “maschietti” oggigiorno sono in piena crisi d’identità, l’emancipazione femminile li mette al muro perché le donne sono migliori e si sentono soverchiati dalla loro forza. Ora, sarà anche vera la prima affermazione (a parte quel “maschietti” che… vabbè), ma sugli altri concetti rimanevo sempre basito.

A parte la stronzata che le donne sono meglio degli uomini, che mi sembrava di essere all’asilo (specifichiamo, è falso anche il contrario)… le donne non sono confuse? Le donne sono sicure di sé, del loro “nuovo ruolo” in società?
La realtà mi pare raccontare una storia un po’ diversa.
Generalizzando (cosa che non si fa): gli uomini sono confusi, le donne schizofreniche (per usare un’iperbole, ovviamente).

E dopo questa pallosa premessa arriviamo all’articolo linkato prima.

Le donne italiane oggi vivono contemporaneamente in due mondi paralleli, che, essendo paralleli, non potranno mai coesistere: uno è il mondo in cui stanno combattendo (e sconfiggendo) il patriarcato, l’altro è quello in cui esigono (esigono!) di essere trattate secondo le regole della cavalleria. La cavalleria non esiste senza il patriarcato, è una cosa molto semplice, possibile che la donna italiana media non ci arrivi?

Tralasciamo tutta la parte “galante”, tipo aprirle la porta, spostarle la sedia per farla sedere ecc. insomma tutte quelle gentilezze il cui significato è “essendo donna hai un handicap, non sei capace di fare le cose da sola, te le faccio io“, che poi ancora ancora in un contesto consapevole e un po’ (auto)ironico sono cose che trovo innocue, parliamo invece dell’abitudine di “pagare la cena” (che poi non sarebbe solo la cena ma vabbè).

L’uomo paga perché porta la pagnotta a casa (con tutto ciò che ne consegue), l’uomo paga perché la donna non lavora (deve stare a casa a fare i figli), l’uomo paga perché protegge, tutela, gestisce la donna, l’uomo offrendo doni alla donna, pagando per i suoi bisogni reifica e reitera il suo dominio sociale implicito in quello economico.

Una donna che accetta di far pagare un uomo per i propri bisogni (o lo esige) si mette simbolicamente sotto la sua ala, entra simbolicamente nel suo dominio di gestione.
Se poi l’uomo paga al primo appuntamento (il caso di cui si parla nell’articolo), che altro non è che la premessa (o la prima di una serie di premesse) di un eventuale coito, la connotazione simbolica del gesto acquisisce una forza ancora più grande.

Ma allora perché una donna “evoluta”, emancipata, che magari si definisce femminista, dovrebbe dare per scontato il fatto che sia l’uomo a pagare? Perché piuttosto non offendersi se lui fa lo splendido e tira fuori il portafoglio? No, anzi, se non paghi sei pure un cafone.

Non vorrei essere frainteso…
Non è che ogni volta che ci si offre da bere tra uomini e donne si metta in gioco una questione di ruoli dominanti, per carità, è una cosa buona e sana offrirsi le cose.
Ma qui non si parla di amicizia o compleanni o “sono felice ti pago la cena”, o vattelappesca.

La questione del “ruolo dominante” entra in gioco quando l’intera cultura di un paese dà per scontato che uno dei due sessi debba pagare, l’altro no, quando tutti, uomini e donne, riconoscono nei sessi dei ruoli precisi.

Ma fino a che punto ne siamo consapevoli?
Da un lato è normale che i cambiamenti avvengano in modo disordinato, non lineare, che il passato si lasci sempre dietro delle “incrostazioni”, dall’altro capita spesso che a desiderare la sopravvivenza della tradizione sia chi ne trae vantaggio.

Insomma, non credo che quando un ragazzo offre la cena ad una ragazza lo faccia perché è un maschilista, e non credo che una ragazza che accetta sia una retrograda, è una cosa automatica, ancora troppo viva nella nostra cultura.
Però se poi quella ragazza afferma di essere femminista allora è una gran paracula, perché del patriarcato tiene in vita solo ciò che le piace.

I cambiamenti profondi di una società passano e si manifestano anche nel cambiamento dei costumi e delle abitudini.

E poi sinceramente per un uomo è davvero imbarazzante, non sai mai chi hai di fronte, se esci con una ragazza entri in un loop del tipo “ok, darà per scontato che pago io, però non è giusto, ok va bene pago, del resto se lo aspetta non vorrei ci rimanesse male, e se non vuole? Alla fine mi pare offensivo… boh, magari faccio solo il gesto e aspetto… ma se poi si offende anche solo per il gesto?”… non so se rendo l’idea.

Mi chiedo anche se alcune donne non ritengano naturale che l’uomo debba pagare illudendosi che si tratti di un gesto di prostrazione di fronte alla loro superiorità… del tipo “paghi tu perché io ti concedo il mio preziosissimo tempo, la mia preziosissima presenza, ti sto facendo un favore ad uscire a cena con te”. Mi vengono i brividi.

Per concludere, un aneddoto (non vedevi l’ora eh?).
Festa universitaria, anni fa. Io e un mio amico sorseggiavamo felicemente le nostre peroni da 66, due ragazze molto carine si avvicinano, una con un gran sorriso dice al mio amico “scusa mi fai fare un sorso?”, il mio amico, anche lui con un gran sorriso “ma certo!”, la ragazza prende la bottiglia (piena), fa un sorso, poi lancia uno sguardo furbetto all’amica e, approfittando della folla e del casino, si dilegua.

Il mio amico sbuffa, mi guarda, scuote la testa, quindi va nella stessa direzione, la ritrova e le dice, pacato, con il tono di uno che ci è rimasto veramente male: “senti, io sono stato gentile e tu mi freghi la bottiglia? Ma che modo di fare è?
Non l’avesse MAI detto.
Le due ragazze, incazzate nere, hanno cominciato ad urlargli addosso svariate parolacce, e tra una parolaccia e l’altra gli hanno spiegato che ad una ragazza quelle cose non si dicono (???), che lei è una ragazza quindi doveva lasciarla stare, che tra l’altro era pure uno spilorcio perché a una ragazza le si doveva (doveva!) offrire da bere.
Insomma, in pratica gli stavano dicendo “oh, io sono una bambina, non sono in grado di intendere e di volere, non devo assumermi la responsabilità delle mie azioni quindi faccio un po’ come mi pare e se ti lamenti sei un mostro”.
Se dovessi scommettere un braccio sul fatto che quelle due ragazze si ritenessero femministe e antisessiste, lo farei senza alcuna paura.

Potrei andare avanti per giorni a lamentarmi, ma la smetto qui, spero che il mio punto di vista possa in qualche modo esserti utile, in ogni caso per me scrivere è stato catartico…”

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35 pensieri su “La schizofrenia della donna emancipata e schiava dei cliché cavallereschi”

  1. Le generalizzazioni sono sempre molto irritanti, quelle che riguardano il femminismo ancora di più. Mi ritengo femminista in quanto rivendico pari possibilità al di là delle differenze di genere e nel rispetto degli interessi personali. Ho studiato e lavoro in situazioni a presenza nettamente maschile e non è facile. Mi limito ad esaminare il singolo caso di cui parla l’orribile articolo citato. Se una persona insiste ad invitarmi a cena, sceglie il posto e siamo nell’ambito del corteggiamento trovo maleducato non offrire la cena. Perchè? Se la persona mi avesse invitato a cena a casa sua, mi sarei presentata con un dono (una bottiglia di buon vino, un dolce) e alla fine della cena troverei assurdo dividere a metà la spesa. A meno che non fosse stato chiarito prima. Per questo sono una femminista di comodo? E soprattutto non hanno altro a cui attaccarsi per sminuire la donna? Immagino che gli stessi uomini che tanto si battono per dividere il conto si rifiutino strenuamente di farsi lavare le mutande dalla propria compagna!
    Scritto questo, la cena a mio marito di solito la offro io, perchè mi fa piacere fargli un piccolo regalo ogni tanto 🙂

    1. Scusate ragazze, ma voi che femministe siete? Perché siete ragionevoli, aperte al dialogo, per nulla saccenti… sono spiazzata. Ma perché non fanno scrivere voi sui giornali? Le vostre colleghe non vi rendono giustizia!

  2. Io le mutande me le lavo da solo. Secondo me l’articolo è interessante. Se invito chiunque a cena ci sono situazioni in cui è bene che paghi io. A prescindere da cosa ha tra le gambe l’invitato. Però la chiave è secondo me il fatto che la cavalleria(ho scritto cavalleria, non gentilezza) presuppone il patriarcato. E ti ci aggiungo che pure l’amore romantico e disperato presuppone una irrazionalità che se stimolata può finire anche male. Insomma, le robe si comprano in blocco. Infatti io le mutande le compro al mercato, 3 per 10 euro. E me le lavo da solo.

    1. vabbè, questa è una ulteriore provocazione, immagino (conoscendoti :P), che chiarisco (prima che fraintendano e ti/mi/ci crocifiggano quell* che stanno in perenne ronda antisessista) perché che l’amore debba finire male, che in soldoni significa che se ci menano ce la cerchiamo, non è scritto da nessuna parte. però concordo con te sul fatto che l’amore romantico e disperato sia un altro dei costrutti culturali che porta con se’ cultura del possesso e bla bla che fanno abbastanza schifo. di autonomia economica, emotiva e relazionale non se ne parla. si parla solo di dipendenze, mi amerai per sempre, ho bisogno di te, non posso vivere senza di te, senza di te io ci sto male, e bla bla bla…

      1. Io guarda, dico solo che esaltare la parte irrazionale vuol dire liberare la bestia. Io sono sempre continente e stitico, e non credo ai flussi di spiriti o alle urla nei film del giovane Di Caprio. L’amore romantico vince contro tutto, amor omnia vicit o qualcosa del genere. In questo caso non è che te la cerchi, ma non ti rendi conto di quale Dio stai adorando. L’amore irrefrenabile. E poi vallo a irrefrenare a comando. Io preferisco i recinti, però poi finisce che Faggioli dice che sono anaffettivo. Non è un discorso semplice, lo so.

          1. prima o poi mi racconterai meglio di chi fa i lavori di casa in casa tua e del perché chi fa i lavori di casa in casa sua non vuole saperne di fare il cavaliere… 🙂

  3. Tu, laglasnost, dici che articoli di questo tipo rafforzano la convinzione che le femministe siano una categoria di paracule. Io dico invece che sono il grosso dei commenti femminili a quel tipo di articoli a rafforzare quella convinzione.
    D’altronde anche su un blog come questo si commenta così: “non hanno altro a cui attaccarsi per sminuire la donna?”. E allora come la smantelliamo questa convinzione?
    Tu hai ormai scritto in lungo e in largo di “autodeterminazione”. E allora cosa devo pensare quando leggo che la maggior parte delle donne si dichiara “femminista, emancipata, ma in accordo con l’articolo”? Quando improvvisamente il confronto viene spostato dal piano logico e razionale a quello emotivo e personale, ed il fatto che “alle donne piace che l’uomo sia cosà” diventa d’un tratto una motivazione più che sufficiente (e non in contraddizione con la presunzione di antisessismo) per giustificare la pretesa che l’uomo, in ambito di corteggiamento prima e in ambito di coppia poi, svolga il tradizionale ruolo maschile. Che fine fa l’autodeterminazione per gli uomini?

    1. i commenti delle donne di cui parli voglio sperare non siano tutti di femministe perché le femministe che conosco io sono d’accordo con me. d’altronde quel che in italia spesso si autodefinisce in quanto femminismo io lo chiamo donnismo e passa per la convinzione che in quanto donne avremmo tutte lo stesso sentire e le stesse pretese (appunto) sulla base della percezione della singola. io che sono femminista sono attenta a smontare gli stereotipi e non ad avvalorarli e non potrei mai fare commenti da talk show televisivo di quart’ordine parlando delle mie contraddizioni se non appunto definendole in quanto contraddizioni.
      voglio dire che non è che le femministe che conosco io sono soldatesse che fanno militanza a punti per cui le contraddizioni e le complessità non esistono. anzi. il punto è che con autoironia problematizziamo tutte ‘ste faccende perché stiamo crescendo, come voi, giusto a partire dal fatto che ci mettiamo perennemente in discussione. laddove trovi granitiche certezze e quella che sta normando anche la mia vita (la maggior parte delle donne vorrebbe questo o quello è detta sulla base di che?) tira fuori sciocchezze del genere in lei non vedo una compagna femminista con la quale mi trovo a mio agio nell’interloquire. semmai intercetto una ideologia che giustifica tutto e il contrario di tutto. il femminismo per quel che mi riguarda è personal/politico ed è una pratica in divenire ed essere o autodefinirsi donne emancipate non significa perciò essere femministe e antisessiste o quanto meno devi pensare che esistono vari femminismi (tanti).

      l’autodeterminazione degli uomini è una questione che a me, ad esempio, interessa molto perché tu non puoi essere quello che voglio io. non puoi realizzare la tua identità a soddisfare le mie esigenze. quindi io non pretendo niente dall’uomo e non mi esercito a normare la tua vita. semmai è il contrario: continuamente mi viene detto cosa un uomo si aspetta da me e io mi sento colonizzata e costretta in ruoli che non mi appartengono. la vera donna dovrebbe essere, la vera donna dovrebbe fare, la vera donna dovrebbe dire. è un continuo leggere, guardare, vedere messaggi che mi educano a essere quello che altri vogliono che io sia. e se capisco quanto sia atroce non riuscire ad autodeterminarsi a fronte di questo po’ po’ di autoritarismo normativo che passa sulla mia pelle figurati se io o altre come me non comprendiamo quanto sia terribile fare esattamente la stessa cosa con gli uomini. il punto chiave della faccenda, almeno per me, è che nel mio processo di decolonizzazione non posso e non devo colonizzare te. Alcune lo fanno. alcune. non tutte.

      questa è una cosa che ho scritto qualche tempo fa. forse esprime meglio il mio punto di vista. https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/06/07/intervista-alla-aggiusta-maschio/

  4. È sempre bello vedere quante persone sono capaci di parlare a nome di un tot di miliardi di persone.

    L’articolo non l’ho letto, con un titolo simile non poteva non essere sciocco, scritto apposta per provocare.

    Io non conosco Andrea, e però siamo pari, perché anche lui non conosce me, che non vado in giro a pagare cene. È vero ahimè che sono più precario che trombatore ma, o ognun per sé oppure una volta pago io una volta paghi tu (più o meno, figurati se tengo il conto), a meno che un* dei due (e non è assolutamente detto che sia lei, anzi…) non sia insolvibile, nel qual caso…

    Mi è capitato di mantenere la mia compagna. Mi è capitato di essere mantenuto dalla mia compagna. Ciò non ha intaccato né il mio ego, né la mia mascolinità, né la mia insicurezza. (Tranne forse le volte che non c’era bisogno che nessuno mantenesse nessuno perché un qualche stipendio lo si prendeva entrambi, ecco, quello sì che accresceva l’ego e scacciava le insicurezze. Sulla mascolinità non so esprimermi.)

    @Drugo:
    E allora cosa devo pensare quando leggo che la maggior parte delle donne si dichiara “femminista, emancipata, ma in accordo con l’articolo”?
    Dovresti pensare che hai letto una stronzata, la maggior parte delle donne (più di tre miliardi) nemmeno sa che quell’articolo esiste.

    1. Ha raccontato un aneddoto, non ha fatto una proeizione della sua esperienza su TUTTE le donne. Né ha parlato di tutte le situazioni. Ha detto che ci sono donne che si comportano in questo modo (vuoi negarlo? Puoi negarlo?) e lo fanno pure rivendicando una presunta “emancipazione, autonomia, autodeterminazione” di comodo.

      Sei molto fortunato se non hai conosciuto donne con questa indole, siano esse ragazze, o anziane, O semplicemente non ci hai fatto caso.

      Il fatto che ce ne siano, e qualcuno possa incontrarle con maggiore o minore frequenza non implica che siano tutte così le donne, o non ve ne siano affatto.

      Mi pare che l’unico che parla in nome di tutti sia proprio tu.

      1. Non ho mica capito, chi ha raccontato un aneddoto, l’articolista originale, Andrea o Drugo?

        E io quando ho parlato a nome di qualcuno che non fossi io?

        Io (credevo si capisse!) ho attribuito la generalizzazione all’articolo originale, e magari anche un pelino ad Andrea, che però mi ha battuto sul tempo, visto che lo premetteva lui stesso.

        Ma soprattutto:
        “ci sono donne che si comportano in questo modo”
        Estiqaatsi!?
        Cioè, stiamo parlando del fatto che non tutte le cene a due di Andrea (che continuo a non conoscere) sono andate meravigliosamente bene? A me sembrava si parlasse di modelli sociali e comportamentali, a partire prima da un articolo che lancia la solita trita provocazione e poi (e soprattutto) dal testo di Andrea, a cui però facevo notare che magari sceglie male le commensali, tutto qua.

        Il mondo è molto grande e molto vario, qualunque cosa tu possa immaginare, troverai chi lo fa e gli piace, chi non lo fa ma vorrebbe e chi non lo fa e gli fa schifo l’idea.

        (Aggiunto prima di inviare, giusto per abbassare il tasso di polemica e provare a riformulare in modo un po’ più costruttivo):

        L’articolo originale e il testo di Andrea fanno riferimento a un certo rito sociale (cena precoitale) che, in quanto rito sociale, non è un fenomeno immanente, che esiste in sé; è più che altro un modello a cui siamo padron* di conformarci o meno a seconda dei gusti e della fantasia.

        1. Yep, siamo perfettamente d’accordo, siamo padron* di conformarci o meno, ma, come tu scrivi, è (purtroppo, e ancora) un modello! Il punto è proprio questo 🙂

          Ho consapevolmente (e, come hai notato, espressamente) generalizzato per puntare i miei piccoli e umili riflettori su un tipo di atteggiamento che, inutile negarlo, esiste.
          Esiste nella mia esperienza e anche in quella di tantissimi altri uomini e donne italian*, non di tutt*, mi pare scontato!
          Insomma se generalizzo dicendo “sto generalizzando” come si fa a pensare che io stesso prenda sul serio la mia generalizzazione? Dico che sto generalizzando proprio per informare chi legge che sto parlando in modo esteso di qualcosa che non considero realmente “totale” (per fortuna, mi si lasci aggiungere), ma che comunque esiste nella cultura italiana, in che misura non ne ho idea (sarebbe interessante verificare, magari non con i dati di Meetic), ma di sicuro in modo consistente e non effimero (altrimenti neanche tu avresti parlato di “modello”, o sbaglio?)
          Se non ci credete provate a chiacchierare in proposito con le vostre conoscenti e amiche, secondo me potreste rimanere sorpres*.

          Ho anche scritto che “le donne” sono schizofreniche… ma si tratta di una metafora iperbolica, qualcuno ha pensato che io creda davvero che tutte le donne soffrano di schizofrenia?
          Per carità no, e non credo neanche che ne soffrano quelle che amano farsi offrire la roba e definirsi femministe.
          Allo stesso modo la generalizzazione (voluta, consapevole ed esplicita), il parlare della “donna italiana media” è un’iperbole, una esagerazione, chiamiamola “licenza stilistica”, se vi va.

          Ecco, volevo solo informarvi che le mie parole non sono da considerarsi giudizi o affermazioni estese SUL SERIO a tutte le donne italiane, o del mondo, mi dispiace che qualcuno l’abbia intesa così.

          Si, laglasnost, su quella questione del non scusarmi per tutto mi sa che dovrò lavorarci.

          1. 😀
            no no, ma che dici. ho un altro po’ di cenere da cospargerti sul capo se ancora non bastasse.
            alla peggio fornisco un ottimo servizio di punizione/espiazione “maschio colpevole” in sessione stile bdsm con tutto l’ambaradan di insulti e scudisciate virtuali così poi tutt* sono soddisfatt*. 😛

            ps: le donne che stanno condividendo questo post sono molto infastidite dalle generalizzazioni stereotipate di chi ha scritto il pezzo sulla 27esimaora e non per quello che hai scritto tu. allo stesso modo mi pare che la questione che si pone ora è eventualmente un confronto tra identità maschili che come è ovvio sono differenti, diversa percezione, diversi punti di vista e prospettive…

    2. L’autrice dell’articolo potrebbe anche parlare esclusivamente a suo nome, ma se poi tra i commenti migliaia di donne dichiarate femministe dimostrano approvazione, io ne prendo atto. Non trovo affatto ragionevole né utile ignorare il fenomeno solo perché tu (o laglasnost) hai una cugggina che la pensa diversamente.
      Bisogna riconoscere che la maggioranza è la maggioranza, e l’eccezione appunto un’eccezione.

      1. Certo, ma i commenti su un sito non sono rappresentativi se non delle persone che lasciano commenti su quel sito. E anche in quel caso, rappresentano quello che ci piace dire, non quello che effettivamente siamo.

        Poi, dichiararsi femministe emancipate vuol dire molto poco, cosa dovrebbero dire?
        È come quando lo psicologo ti dice che sei intelligente e sensibile, che dovrebbe dirti, sei scem*? O l’oroscopo che sei un tipo indipendente, leale e creativo: chi è che lo legge e dice no, io sono succube, infingardo e piatto…

        1. “Commenti sul sito” è un’espressione che ho usato per sintetizzare l’idea che la maggioranza delle donne che ho conosciuto si dichiara emancipata e femminista, e sono anche piuttosto sicuro che si dichiarerebbe d’accordo con l’articolista. Se vuoi convincerti che le donne strane le abbia incontrate tutte io fa’ pure, io non ho intenzione di confondere regola ed eccezione.

          Sulla seconda parte del tuo post poi non so che dire: sono proprio io a sostenere che quelle donne siano emancipate soltanto a parole, quindi non è il caso che tu me lo spieghi.

  5. In genere paga chi invita. Chi invita qualche volta è un uomo. Personalmente cerco di evitare gli inviti a cena, perché spesso danno per scontato il dopocena…………. Trovo ideale l’aperitivo o un caffè. Se è lui che invita e di conseguenza paga, il suo gesto di cortesia e, diciamolo, di corteggiamento, non è troppo oneroso né troppo impegnativo. Si può essere femministe, ma non si possono ignorare gli stereotipi e le regole sociali e neppure l’immaginario collettivo. Trovo molto curioso il fatto che ci sia una graduatoria negli inviti. Si parte dal top (cena di pesce) per arrivare alla pizza. Una si domanda: “Sono una donna da cena di pesce o una donna da pizza?”. Poi c’è anche chi ti invita per interi week end a sue spese…… Infine c’è da tenere conto della tirchieria, caratteristica poco desiderabile in entrambi i sessi. Tutto sommato, per una vacanza o un week end è molto meglio pagare ognuno la propria parte. E’ assai imbarazzante se vuole pagare sempre lui. Si finisce col trattenersi per non sembrare approfittatrici ed è una tortura. Le ragazze che hanno fregato la birra sono maleducate, non femministe. Ho saputo di uomini che si sono fatti regalare di tutto dalle donne, che si fanno mantenere. Conosco una donna che sta ancora pagando i debiti contratti quando era follemente innamorata di un mascalzone, evidentemente molto femminista 😀

    1. “Si può essere femministe, ma non si possono ignorare gli stereotipi e le regole sociali e neppure l’immaginario collettivo.” ah – ah – ah
      Attenzione qui, io penso che ammesso che una donna o un uomo, nel tuo caso ci, interessi forse è il caso di precederlo e invitarlo tu a cena, e gli stereotipi sono apposta lì perchè il singolo li cambi, non è che sono sempiterni, ognuno di noi deve certamente esibire una combinazione di adattamento e cambiamento rispetto all’ambiente circostante, altrimenti come cambia? Specialmente nelle relazioni con le persone che ci stanno più a cuore.
      Poi tiri fuori la tirchieria, non si tratta affatto sempre di tirchieria, io offro ad una persona in quanto tale, amica conoscente o altro, non in quanto donna, dopo di chè se c’è interesse reciproco è giusto che ci si offra a vicenda, senza aspettarselo l’un l’altro, sia chiaro.
      Certo è indubbio che ci siano anche i mantenuti, e non è quella l’emancipazione femminile che cerchiamo, chiaro.
      Evochi la graduatoria delle cene, dici che la trovi curiosa, ma non hai detto come la pensi a riguardo :), non l’hai fatto tuo questo schema, nè ti valuti così, spero, sarebbe darti un valore economico.
      Per quanto riguarda l’aspettarsi un dopo cena, beh è molto meno sistematico se appunto, non è scontato chi offra. Certo molte donne sono le prime a volere che li corteggiamento sia un gioco di sottintesi e questo crea difficolta nel parlare francamente delle cose e degli stereotipi, dando benzina al conservatore che dice che se non si sa chi deve offrire cosa, non ci sono più codici condivisi e diventa un casino e non si capisce cosa fare per essere carini/e, accettare, fare gli/le splendide? E se è un rifiuto?
      Ma secondo me, passatemelo, sono seghe mentali, alla fin fine.
      Io per in un corteggiamento ideale, nell’eventualità che lei volesse subito arrivare al sodo e io no, ma solo perchè vorrei più atmosfera (cosa ritenuta tipica delle donne, lol, ma io sono così) e conoscenza, come dovrei dirlo? E’ ancora costume, in quanto è meno diffuso che una donna la prenda male se un uomo non accetta subito una proposta, oppure con sospetto, mentre un uomo è normale che aspetti, anzi è scontato che lui voglia arrivare al punto fin dal principio e lei tenga il “gioco”.

  6. Caro Andrea, capisco grossomodo ciò che scrivi, ma la cavalleria non presuppone il patriarcato e non sottende che la donna è debole e va protetta. Si apre la portiera per giocare a fare il cavaliere, o per fare il gesto, o spontaneamente, per semplice premura. Si offre una felpa se fa freddo perché si vuole bene, perché ci si preoccupa, perché si sceglie di sopportare il freddo per un’altra persona. E non è neanche una gentilezza che fa apparire l’altro in difetto, non è offrire favori che ti elevano. Tutto ciò non deriva dal patriarcato, il patriarcato stesso è una derivazione.

    1. La cavalleria sottintende eccome che la donna è debole e va protetta. Non si tratta affatto di semplice premura o gentilezza, perché se così fosse essa sarebbe bidirezionale, e niente esimerebbe la donna dall’essere premurosa e gentile a sua volta, e niente impedirebbe all’uomo di vedersi offerta una giacca per essere protetto dal freddo.

      1. concordo.
        cavalleria si intende che tu mi proteggi perché pensi che io sia debole e indifesa, che non sappia provvedere a me stessa e non sappia difendermi. il che vuol dire anche che non mi reputi abbastanza in grado di fare molto altro. non c’è reciprocità. non è un patto di mutua solidarietà tra pari.

        1. ma neanche per sogno 🙂

          la cavalleria ognuno la ridefinisce per sé, e quindi le gentilezze non sottendono per forza debolezza e bisogno di protezione in quanto soggetto debole. La reciprocità e la parità non sono escluse a priori. Se l’altro non è gentile e premuroso non squalifica il gesto e l’intenzione di chi lo è. Inoltre non impone affatto che l’uomo debba essere protettivo. Ma se lo è, non per questo è un uomo che si considera superiore. La reciprocità non è rilevante, perché se uno ha più freddo di un altro ha più bisogno, così come se è più povero.

          1. Se tu hai ridefinito la cavalleria come più ti aggrada allora stai parlando di un argomento differente da quello che stiamo trattando noi e che ha trattato l’articolista.
            L’articolista ha chiaramente stabilito che l’offrire, le gentilezze, la protezione, sono comportamenti esclusivamente di responsabilità maschile. E laddove si stabilisce esclusività si esclude reciprocità a priori.
            E la reciprocità è rilevante, tra pari. Se uno è più bisognoso o più povero di un altro, non gli è pari, inutile giocare con le parole per cercare di avere ragione a tutti i costi.
            Se lasciassimo all’individuo la scelta di essere protettivo o di chiedere protezione potremmo anche parlare di gentilezze e premura. Ma la visione dell’articolista (e a questo punto non se anche la tua) non prevede scelta per l’uomo: l’uomo non può scegliere di chiedere o aspettarsi protezione, neppure se ha effettivamente più freddo della donna o è più povero di lei. L’articolista non se lo chiede neppure se l’uomo ha più freddo o è più povero. Per lei l’uomo, se vuole essere considerato uomo, non può chiedere e neppure avere bisogno di protezione o gentilezze. E questa è una visione del rapporto di coppia che è tutt’altro che pari: implica proprio disparità. La donna è, secondo questa visione, A PRIORI più debole oppure più speciale. Non mi interessa molto quale delle due, sinceramente.

            1. @ Drugo

              io sono intervenuto rivolgendomi ad Andrea, non all’articolista, e a ciò che Andrea suppone sottintenda la cavalleria e altri gesti. Andrea pensa e scrive che certe gentilezze hanno un retropensiero. Io intervengo e dico che no, queste gentilezze non per forza hanno quel retropensiero. La cavalleria non presuppone reciprocità ( né la esclude per forza, ma la esclude per scelta ), presuppone la specialità dell’altro, la mia subordinazione, il fatto che io scelgo di privarmi di un benessere perché l’altro stia bene, e questo non presuppone nessun retropensiero di debolezza, inferiorità o altro. E dunque, la cavalleria ( poi possiamo chiamarla in mille modi ) può esistere anche senza il patriarcato. Nel mio discorso, le idee dell’articolista non c’entrano niente.

              1. Non è vero quel che dici. La cavalleria che Andrea critica presuppone la specialità della donna, non di un generico “altro”. E poiché questa specialità si concretizza nel sollevarla da determinate responsabilità, ne consegue una concezione della donna come di un sesso debole, da proteggere, oppure una concezione di specialità, addirittura superiorità. Riconosco che Andrea sbaglia nel considerare solo la prima delle due.

                1. @ Drugo

                  beh, se Andrea sbaglia ( in questi due specifici punti, come ho detto dall’inizio ), la cavalleria è possibile senza il patriarcato e le gentilezze non presuppongono il retropensiero di cui parla. Non è che ci sono vie d’uscita. So che può sembrare un puntiglio, ma visto che io questi gesti li compio non ci tengo affatto a essere etichettato per quello che non sono.

                  1. http://www.treccani.it/enciclopedia/cavalleria/
                    Il cavaliere è maschio per definizione.
                    Non esistono cavalieri femmine.
                    Le regole della condotta cavalleresca sono nate in una società al 100% patriarcale.
                    Il buon cavaliere è uomo retto, religioso, puro e gentile, utilizza la sua forza per fare del bene, quando ha di fronte una persona più debole si prodiga per aiutarla.
                    Di conseguenza il buon cavaliere è obbligato a mantenere tutta una serie di comportamenti particolari nei confronti della donna, che “ai tempi dei cavalieri” era considerata debole e “incompleta” dall’intera società, donne comprese, cioè si viveva in un periodo in cui era normale, scontato e ovvio per tutti che la donna fosse “inferiore”.
                    Il concetto di condotta “cavalleresca” o “galante”, pur con le sue trasformazioni, è sopravvissuto per più di mezzo millennio, mantenendo saldi i suoi principi di base, ed è per sua stessa definizione una prerogativa esclusivamente maschile, lo dice anche il dizionario:
                    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/C/cavalleria.shtml
                    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/G/galanteria.shtml
                    Per questo, oggi, quando si dice “cavalleria” o “galanteria” (termine di origine francese coniato sempre tra XIV e XV secolo all’interno dello stesso filone culturale) si intende esclusivamente la cortesia dell’uomo nei confronti della donna, con tutti gli annessi e connessi.
                    Tu stai confondendo la cavalleria con la semplice gentilezza e con la premura.
                    Ma qui si parla di cavalleria, non di gentilezza e premura.
                    Il titolo del post parla esplicitamente di “cliché cavallereschi”.

                    Drugo: tenendo in vita la cavalleria si tiene in vita un immaginario in cui la donna è debole, tenendo in vita la cavalleria in una società in fase di transizione come la nostra, in cui si va verso la (speriamo) piena parità dei diritti e dei doveri, vuol dire contemporaneamente creare un immaginario in cui la donna è speciale. Credo che questi due immaginari convivano e si sovrappongano, ma che in questa fase ancora transitoria una eventuale donna che ritiene di avere quei diritti in quanto “speciale” (in senso positivo) alla fine non faccia altro che mostrarsi debole, come nel caso del comportamento delle due ragazze alla festa, credevano di poter fare quello che volevano senza conseguenze perché abituate ad essere trattate in modo “speciale” dagli uomini, esigevano un “trattamento speciale” che si immaginavano essere una sorta di “omaggio alla loro femminilità”, quando in realtà si trattava della stessa condiscendenza che si da ai bambini e ai malati di mente.

                    1. Un piccolo appunto: in letteratura ci sono testimonianze di cavalieri donne (ad esempio Bradamante), ma si tratta di eccezioni.

    2. Certo in questa maniera l’uomo esprime affetto e dolcezza, ma sarebbe una cosa carina da fare indipendentemente dai sessi. Per esempio anche la donne, se è interessata ad un uomo potrebbe esprimerlo, con un po’ di carineria, in effetti già lo fa e capisco che il clichè dell’uomo che si sacrifica e sta al freddo per la donna è legato all’esibizione della sua prestanza fisica e resistenza, oppure semplicemente a quest’ultima, senza esibizione, non saprei esattamente.
      Quanto al patriarcato, non saprei, ma è quasi chiaramente un espressione del controllo del territorio e delle lotte di potere tra uomini, dove la donna è identificata con il bottino in gioco, seppure un bottino trattato con apparente e pretestuoso riguardo.

  7. Mi ricorda una mia collega di qualche mese fa che ha fatto praticamente il diavolo a quattro perché una sua amica è stata invitata a cena da un uomo che poi le ha chiesto di pagare la metà del conto.
    A quanto ho capito l’amica in questione faceva come lavoro le pulizie, lui invece era decisamente benestante e l’ha portata in un ristorante costoso, fuori dalla portata di lei, e qui posso capire che lei si aspettasse che il conto lo pagasse lui, ma non in quanto uomo, solo in quanto con maggiori disponibilità economiche. Se lui voleva dividere, per come la vedo io, poteva anche scegliere un altro posto.
    Quanto a me, da ex cameriera conosco bene i rituali al momento del pagamento, quelli “offro io – no, tu hai offerto ieri, oggi io” e corse alla cassa con banconote da 20 in mano, e li ho sempre trovati patetici, mi sanno troppo di “offro io non per essere gentile ma per dimostrarti che sono gentile”.
    Quando sono io che esco a cena, i miei ragionamenti sono diversi: io precaria, lui no, il conto lo paga lui e io cerco di fargli spendere il meno possibile, due anni fa quando lavoravo e guadagnavo quanto lui trovavo normale pagare il conto, anche se devo dire che avevo un po’ paura che fosse lui a rimanerci male nel vedermi prendere i soldi, soprattutto i primi tempi.
    Esiste anche una variante: cena a casa mia, tu fai la spesa, così scegli anche il menu, e io cucino (cosa che per fortuna so fare abbastanza bene).
    In passato mi è successo di decidere a testa o croce chi, fra me e un collega uomo, dovesse pagare il conto del bar. Alla fine ho pagato io, ed è una cosa normalissima.
    Sull’articolo ho solo un commento, anche se i commenti li dovrei evitare visto da dove proviene: ascoltare qualcuno che sta parlando senza interrompere NON È un gesto di cavalleria. È semplicemente educazione.

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