Scena prima. C’è una ragazza che ha appena preso la patente. Un giorno decide di mettere a frutto gli insegnamenti e pensando che non ci sia nulla di male, ché c’è la compagna di scuola che lo fa tranquillamente senza alcun problema e anzi con l’assenso di entrambi i genitori, va in garage e prende la macchina del padre per fare un giro. Si tratta soltanto di qualche centinaio di metri attorno ad un paio di isolati, con il cuore in gola e il terrore che possa succedere qualcosa di male all’auto. Quando torna a casa pensa sia molto semplice rimettere la macchina lì dov’era e invece il punto è che lei sa entrare in quel garage a marcia avanti e fare la marcia indietro le viene difficilissimo ché il buco è risicato e sicuramente danneggerà l’auto. Allora nel frattempo si affaccia la madre dal balcone che le urla “disgraziata… cchi facisti… ora to’ patri ti ‘mmazza” e lei parcheggia l’auto come può e sale in casa con la consapevolezza che sarà uccisa. In effetti il padre arriva, trova la macchina parcheggiata fuori, si precipita dalla figlia che si è chiusa in camera, sfonda la porta e le si attacca al collo togliendole tutto il fiato che lei aveva in gola. La madre urla e sbraita e dato che il problema è irrisolvibile e lei somatizza mette in atto un diversivo, ovverosia sviene. Lo svenimento le costa un livido in testa che la costringe a letto per tre giorni e il padre dà alla figlia la colpa anche di quello. Cioè: non solo si stava facendo, lei, con il verbo riflessivo che in questi contesti familiari di violenze autoindotte è sempre d’obbligo, ammazzare ma era anche causa del malore della madre che poi era anche quella che teneva in piedi concretamente la famiglia. Dunque, per punizione, con la gola stretta e i lividi sul corpo e sul cuore, sentendo piena la colpa per aver fatto una cosa così grave come ritenere di poter dimostrare a suo padre che perfino lei, in quanto femmina, potesse essere degna di fiducia per la guida dell’auto, ha messo in ordine e portato avanti quella casa fino a che la madre, agnello sacrificale, madonna, martire di un contesto in cui cercava di mantenere armonia giustificando perennemente il marito e colpevolizzando la figlia per le legnate orbe che buscava (è tutta colpa tua!) non si è sentita meglio. Preoccupazione principale della madre, a parte quella di non vedere uccisa la figlia, era quella di non vedere andare in galera il marito dal quale dipendeva economicamente la famiglia, perché avendo altri figli responsabilità vuole che le donne dovevano inventarsi delle maniere per tenere ‘sti mariti e padri padroni il più possibile fuori dai guai affinché il pane in casa non mancasse mai.
Tutto ciò io lo ricordo come fosse oggi e fin da allora, come per altre circostanze in cui vicine e signore conoscenti mettevano in atto pantomime assurde per consentire ai mariti di essere produttivi facendo le kapò a mantenere ordine e disciplina nelle case, quand’anche le mandanti – con l’aiuto dell’orco di casa – per rimettere in riga i figli che a loro non riusciva tenere lì obbedienti – avevo già deciso che il problema fondamentale per risolvere la violenza familiare era l’indipendenza economica, innanzitutto quella.
Scena seconda. Il film di cui vedete il trailer è di Daniele Ciprì, bravissimo nella sua maniera di fotografare Palermo o una certa sicilianità riuscendo a mettere in luce i due aspetti onnipresenti delle situazioni palermitane perennemente definibili in una tragicomicità che io conosco bene.
E’ il racconto di un ragazzo che vive in una delle tante famiglie palermitane, abitanti di un quartiere di periferia, ammassati tutti assieme, patri, matri, figghi e niputi, nella stessa palazzina. Capofamiglia un personaggio come a Palermo io ne ho visti tanti. Composizione familiare solita. A margine un cugino armato che fa il macho e il picciotto della mafia. In questo contesto cresce una bambina che viene ammazzata per errore mentre giocava. Si becca due proiettili diretti al cugino. La picciridda diventa il tramite attraverso il quale la famiglia può riscattare la sua povertà chiedendo il risarcimento che è dovuto dallo Stato ai familiari delle vittime per mafia. 200.000 milioni che questa famiglia disgraziata (con un padre padrone bifolco che poi è senza strumenti, culturali e pratici, senza un lavoro decente e lì a umiliare tutto il giorno l’altro figlio perché non sarebbe sveglio quanto lui) gestisce malamente.
Non comprano cose essenziali ma un’auto di lusso perché la macchina fa status e quella macchina rappresenta un mezzo per accedere al paradiso dei poveri, secondo lui, il padre. Il figlio, un giorno, istigato dal cugino, la prende in prestito e le fa un graffio. Quel graffio fa imbufalire il padre che lo massacra di botte, dopodiché manda a chiamare il cugino e dopo un paio di schiaffi si ritrova con la pistola puntata in pancia e morto stecchito sul pavimento del soggiorno. Tra tutti i tratti reali, realistici e le frasi tipiche, il perfetto disegno di talune abitudini di certe famiglie palermitane, c’è la parte finale che è perfettamente chiarificatrice di una serie di cose che io so e che non avrei saputo mai esprimere e definire con la stessa maestria di un regista come Ciprì. Sono le donne della famiglia che decidono il destino nel cugino e il figlio. Il cugino è quello sveglio e in assenza del padre deve essere lui che in cambio del favore di non essere mandato in galera dovrà provvedere a tutta la famiglia vita natural durante. Il figlio che aveva preso legnate e che non aveva potuto proferire parola alla fine, per il bene della famiglia, deve andare in galera e accollarsi la responsabilità dell’omicidio.
Quel che si vede nel film è un deserto, non solo culturale ma anche di servizi, realtà, tutto quel che non esiste in un quartiere dormitorio dove la gente è ammassata a marcire senza speranza alcuna. In quel contesto poi ti chiedi come mai una donna, la madre, la nonna, chi lo sa, non sono state in grado di andare a lavorare invece che mandare un figlio in galera? Già… perché? Perché diventano le principali complici, omertose, di un sistema criminale che le tiene al cappio e massacra i loro figli? Perché in quella condizione di ricatto non c’è modo di fare un passo che vada oltre? Dove sono le donne emancipate e autodeterminate in quel contesto? E come fa ad emanciparsi un ragazzo come quel figlio che finisce in galera come vittima di uno scontro tra machismi di cui lui non era artefice né protagonista?
Domande aperte. Il film non si esaurisce alla trama che ho sintetizzato in modo assai banale. Il film è molto di più e vi suggerisco di vederlo perché è davvero un piccolo gioiello d’arte che racconta con una immagine un contesto intero. Buona visione dunque e fatemi sapere se vi è piaciuto! 🙂