FinchéMorteNonViSepari

Vi presento Pasquale e Gina: i miei sabotatori interni!

La seconda volta che tornai con lui mi dissero che dovevo averci una specie di sabotatore interno. Sabotatore. Sabotatrice. Se sei vittima di violenza e agisci quella situazione solo in quanto vittima, senza ritenere minimamente di avere ruolo che non sia di passiva ricevitrice di legnate, è più probabile che non ne uscirai mai.

Io questa cosa l’ho imparata sulla mia pelle. Ho cominciato a vederci chiaro e a “salvarmi” quando ho smesso di percepirmi come vittima e mentre tutti quanti mi indicavano il mio nemico esterno io ho cominciato a cercare il mio nemico interno. Se non sconfiggi quello, bella mia, o se quanto meno non impari a familiarizzare e a capire di che si tratta, hai mille e una possibilità di ricaderci e puoi pure dare la colpa alla sfiga e al mondo cattivo attorno a te quanto ti pare ma ciò non toglie che se vuoi salvarti la vita devi innanzitutto capire perché mai nutri il tuo sabotatore interno in una coazione a ripetere senza fine.

L’ho chiamato Pasquale, il sabotatore intendo. Certe giornate la chiamavo Gina, perché che sia un sabotatore maschio non l’ha poi deciso nessuno. C’ho parlato e come succede nelle comunità ricche di presenze piene di complessità ho poi deciso che quella presenza non potevo proprio cacciarla via. Un Pasquale o una Gina che ci fa fare un sacco di stronzate scelte sbagliate e che dice che andrà tutto male penso che li abbiamo quasi tutti, bene o male. Il punto è quanto spazio gli lasciamo, se diventano il pezzo fondante di tutta la nostra esistenza o se bilanciamo con mille altri pezzi di noi che sono lì e ci fanno stare bene.

Il mondo fuori, quello che ti dice che tu sei vittima e che il tuo carnefice è soltanto altrove, cerca solo di placare la propria ansia, divide il mondo in bianco e nero, ha molti strumenti per opprimerti e davvero pochissimi strumenti per salvarti perché non sa che a salvarti devi pensare solo tu.

Non hai notato? Ti trovi a vivere situazioni spiacevoli, più e più volte, sembrano capitare per caso, invece tu sai bene che esiste uno schema di comportamento che ti porta a ricreare una determinata circostanza per correggerla, trarne le stesse sensazioni, ricavarne un ruolo che è l’unico che sai vivere. Ci possono essere tantissime ragioni ma alla fine il punto è che se non capisci che hai un ruolo attivo in quella storia non hai davvero modo di evitare che succeda ancora.

Da dove viene quello schema e perché lo riproduci puoi dirlo solo tu. Ed è nella direzione di quella ricerca che dovrai investire se vuoi uscirne fuori. E lascia perdere chi ti rincorre con l’aureola in mano per incoronarti martire del giorno e stabilire che tu sia funzionale alla catarsi di una collettività che attraverso te si ripaga di altre mancanze che non ti riguardano. Sono quelli che ti diranno che la vittima è elemento passivo, non ha alcuna forma di co-dipendenza, non è corresponsabile, dove corresponsabile non significa tollerare, giustificare, assolvere chi ti picchia perché chi lo fa se non picchiasse te picchierebbe qualcun’altra, significa che tu puoi davvero cambiare questa cosa, puoi migliorare la tua vita, puoi fare in modo che non accada più e la prima cosa da fare perché non accada è che ti assuma la tua parte di responsabilità e combatta la tua battaglia contro Pasquale o Gina o che almeno tu stabilisca con loro una relazione positiva e consapevole.

Quel che ti succede tu lo scegli, talvolta lo determini, e so che fa male dirselo, ma le relazioni che stabilisci ti corrispondono perché corrispondono al tuo piano di sabotaggio della tua stessa vita. Ti servono per farti rivivere un momento che hai vissuto. Ti servono perché ricreare di riflesso gli schemi di comportamento nei quali sei cresciuta è il tuo obiettivo. Perché cerchi di correggere eventi traumatici, caratterizzanti la tua infanzia. Perché l’unico modello di relazione che conosci è più o meno violento. Perché ti vuoi vedere come perseguitata dalla sfiga mentre il presente ti sfugge via e ti lasci sfuggire opportunità molto diverse.

Non può altrimenti essere un caso se non riesci a interessarti a uno, due, tre uomini ai quali piaci molto ma che hanno il “brutto” vizio di non essere paternalisti, autoritari, un po’ violenti. Capita che perfino nelle relazioni con persone che nulla c’entrano con quello schema entri in gioco il sabotatore o la sabotatrice interna perché la storia abbia fine, perché fallisca, perché si riproduca un meccanismo che schiaccia lui nel ruolo del carnefice e te, di nuovo, in quello della vittima.

Succede anche nelle relazioni esterne. Se non sei ancora uscita dal circuito della violenza vittimista è molto semplice che tu sia una persona passiva/aggressiva, che provoca, impone, tiranneggia intervenendo nelle vite e negli spazi altrui per poi dirti vittima se ti mandano a quel paese. E’ molto semplice che tu sia intrappolata in quello schema se insisti nel dare valore al concetto stesso di vittima totalmente deresponsabilizzata, se pensi che il mostro sia fuori da te e ti basta solo allontanarlo per risolverti la vita. Non è affatto così. Tu sai che non lo è.

Non parlo di tutte le situazioni e men che meno penso che in tutti i casi vi sia una prassi che implichi una assunzione piena di responsabilità da parte della vittima. Io parlo di situazioni circoscritte, violenze nell’ambito della relazione dove lo schema è sempre uguale, precisamente identico, dove lui picchia, lei resta, lui e lei testimoni e veicoli di una cultura e una mentalità e prenderne distanza è complicato e davvero non basta buttare fuori lui se quella cultura ce l’hai dentro e se dopodomani o torni con lui o te ne trovi un altro uguale.

Di questa cosa bisogna che ne parliamo io e te. Non fartela dire da certi uomini che quando dicono che tu prediligi il macho invece che quello insicuro in fondo ti stanno dicendo che è come se te la fossi cercata. Perché la responsabilità di quella scelta è di una cultura di cui anche loro si fanno tramite. Dopodiché il peso delle conseguenze che ne derivano è nostro ma nostra è anche la ricerca, la crescita, la soluzione. Nostro è un percorso che non può essere distinto dal resto dell’umanità perché se cresciamo soltanto io e te, due donne, mentre lasciamo il mondo nell’abisso di un totale analfabetismo relazionale, con chi fuori delega e giustifica violenze, con chi immagina che la nostra assunzione di responsabilità significhi deresponsabilizzazione di chi ci fa del male, con chi non fa su se stess@ lo stesso lavoro che facciamo noi, se siamo sole, io e te, davvero non abbiamo risolto molto.

Allora bisogna socializzare le esperienze e questi percorsi perché  si eviti di dire un sacco di sciocchezze quando si parla di violenze e perché se c’è una minima speranza che un’altra si salvi e domani possa parlare qui con noi è già una buona cosa. Vieni a parlare con me, dai un nome al tuo sabotatore interno e poi presentamelo. Facciamo raduni di sabotatori interni e cominciamo piano piano ad uscire dal ruolo della vittima per diventare soggetti autodeterminati che sanno, appunto, autodeterminare un percorso che ci porti fuori dalla violenza per davvero.

Qual è il primo segnale per capire se da vittima vittimizzata sei diventata un individuo responsabile delle proprie azioni e dei propri fallimenti? Quando comincerai a empatizzare con il mondo intero e smetterai di riconoscerti in chiunque tu identifichi in quanto vittima. Quando acquisterai equilibrio nel considerare le vicende del mondo intero. Quando non avrai bisogno di risolverti il tuo problema attraverso le vite vittimizzate altrui. Quando smetterai di usare le altre vittime di violenza come scialuppe di salvataggio sperando di trarne ulteriori alibi per evitare di assumerti la tua fetta di responsabilità. Quando smetterai di sentirti vittima, santa, martire e inizierai a essere persona e perdipiù “umana”. Allora è più che certo, ti assicuro, che quello che ti è successo non ti capiterà mai più.

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.

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