MenoePausa

Ho incontrato uno stantuffo-man

Sgradevole. Il tizio che ho incontrato e che immaginava le donne fossero tutte oggetto. Naturalmente io per lui sono una ributtante femminista e naturalmente la questione saliente del suo discorso è il fatto che egli non sa fare sesso. Lui è uno stantuffa vagine, così si definisce. Uno che non si cura di dar piacere anche a lei ma che considera un corpo femminile come un luogo attraverso il quale sfogare i suoi bisogni.

Gli dico che dall’altra parte della storia c’è una lei e lui mi dice che ogni donna non pensa ad altro che ad essere stantuffata. Dunque va da se’ che ogni “stantuffata” per lui sarebbe consensuale a prescindere, che glielo chieda o no, che riceva un si o meno non importa, perché le donne, secondo lui, sono piacevolmente predisposte allo stantuffamento senza se e senza ma.

Plausibile che egli pensi che se va a puttane poi alla puttana non spetti neppure un pagamento perché la stantuffata a lei è sicuramente piaciuta e dunque perché essere pagata per aver ricevuto in dono cotanta attenzione, delicatezza e maestria nell’arte del far sesso?

Oggi, domani, dopodomani la donna considererebbe un regalo la sola vista dello stantuffo e se a lei gliela stantuffi non può farle che piacere. Queste sono chiacchiere da bar di uomini adulti che immaginano le donne siano prive di capacità e diritto di desiderio, scelta, autodeterminazione.

E’ la mentalità che immagina le donne come oggetto di consumo in un discorso totalmente egocentrato che finisce per non vedere l’altra, le sue esigenze, i suoi desideri. E c’è di più. Si proietta sulle donne in questo modo un desiderio che non è il suo ma che corrisponde perfettamente a lui.

Ci sono voluti tanti anni per fare capire a tanti uomini che le donne sono qualcosa di più di un buco con qualcosa attorno. Che abbiamo pensieri, esigenze, desideri e che tutto ciò può non coincidere affatto con quello che pensa qualunque lui incontrato.

Perché si, se tu mi vedi per strada e mi molesti immaginando che io altro non attendo che la tua attenzione, non hai ben chiaro che io posso scegliere e che quel che non mi piace e non desidero per me è una molestia.

Perché si, se tu hai voglia di “scoparmi” immaginando che io altro non attenda di essere “stantuffata”, non hai ben chiaro che potrei non gradire di “scopare” proprio con te e se non sai darti altra presuntuosa spiegazione al mio rifiuto che non sia il fatto che sarei lesbica, come fosse un insulto, una malattia, l’unica ragione per cui potrei non gradire il tuo stantuffo, è veramente un gran problema perché le donne sono persone e non accessori occasionali.

Le donne pensano, desiderano, scelgono e se non le vedi sei davvero cieco, e se non sai accettare un no e una critica senza insultare una donna offendendola per il suo corpo, le sue caratteristiche personali e fisiche, sei un maschilista. Uno che vede le donne solo in rapporto ai propri bisogni, all’uso che può farne, uno che vive in un perimetro egocentrico che davvero non capisce quando e come io possa sentirmi stuprata, per esempio.

Perché se tu immagini che ogni stantuffata è un gran regalo e interpreti il mio no commentando con qualcosa tipo “ma dai che è piaciuto pure a te perchè eri tutta bagnata…” non hai capito quanto sia volgare e fastidioso e ributtante, invece, tutto ciò.

Ho incontrato questo tizio e mi ha fatto venire in mente un altro tizio e altri tizi che ho avuto la sfortuna di incontrare nel corso della mia vita, e di questi tizi così sicuri che altro non desideri che di essere stantuffata da chi immagina evidentemente di essere nulla di più che uno stantuffo, se ne incontrano talvolta. E lì c’è poco da discutere. Bisogna girare con le bandierine attaccate al collo per dire “io sono una persona” sempre che capiscano, che intuiscano, che riescano a vederti per quel che sei e non per quello che vorrebbero tu fossi.

Ma chi si sente né più e né meno che uno stantuffo si sente perfino minacciato nella propria virilità dalla presenza di un vibratore. Se il vibratore ti fa vibrare e riesce a farti avere un orgasmo allora lo stantuffo si pone in competizione e osa dire che vibra più del vibro e che ti farà urlare di piacere più di qualunque attrezzo tu voglia utilizzare.

C’è chi da stantuffo teme lo “stantuffo” altrui e mi chiedo come sia possibile immaginare che il proprio stantuffo sia strumento di piacere per qualunque donna e poi temerlo peggio che fosse la morte, una punizione atroce, quando quello stantuffo potrebbe toccare proprio a te. Seguendo lo stesso principio chiunque tocchi lo stantuffo sarà più che felice di essere toccat@. E invece no, perché lo stantuffo che viene spacciato come strumento di piacere a tutti i costi, anche se lei non ha mai detto si o alla fine dice che non è per nulla soddisfacente, viene a quel punto percepita come un’arma. E l’arma equivale ad una umiliazione e quell’umiliazione non è violenza in quanto tale ma per il fatto che ti rende così simile ad una donna, oggetto passivo, che non può desiderare ma deve solo farsi stantuffare.

Essere trattati come una donna è umiliante per un uomo. Non si capisce perché per la donna invece dovrebbe essere un piacere. Di quanto poi ci sia di omofobico in tutto questo ragionamento che non vede le donne se non come appendici ad uso e consumo del proprio pene e non vede gli uomini se non come virili stantuffatori, che se non stantuffano vagine allora sarebbero tutti pronti ad attentare alla virtù del maschio virile, non serve proprio dirlo.

Ho incontrato questo tizio, oggi, e mi è rimasta una sensazione assai sgradevole, di quello sporco che ti rimane appiccicato addosso tuo malgrado, che ti si incolla e non ti si scolla più, e per quante docce si possano fare non c’è proprio modo di farlo venire via.

Concepisco il sesso come qualcosa che può essere vissuto come si vuole, purché sia consensuale, non applico moralismi di nessun genere alle idee altrui, ma proprio non capisco perché c’è chi intende quale “idea” quella che passa per l’uso che vuole fare del mio corpo. Di certo io non passo il tempo a ragionare dell’uso che potrei fare di un corpo maschile. Non c’è oggettivazione nella pretesa, sacrosanta, di essere riconosciute come persone. Non c’è prevaricazione mentre tiro su un cartello e dico “ehi signor stantuffo, il tuo progetto di stantuffamento comprende me e io sono persona e non una cosa“. Non c’è risentimento né desiderio di dominio se esigo spazio per poter esserci, esprimermi, avere perfino spazio di critica che non mi è concesso perché alla fine dei conti se dico al tizio queste cose la prima dedica gentile che mi farà è che sono una troia che certamente non ha assaggiato uno stantuffo come si deve. Dopodiché dirà che sono certamente brutta, una cozza inchiavabile e che me non mi si stantufferebbe se non in stato di necessità. Perché sono queste le cose da uomini veri che questi veri uomini sanno dire.

Non so ma avrei bisogno di molta tenerezza, adesso. Avrei bisogno di qualcuno che mi dicesse che mi vuole bene e che mi abbracciasse e accarezzasse a lungo per quanto io sopravviva e sappia reagire a queste parole che sono così offensive da essere mortificanti.

Qualcun@ dica: perché una donna deve essere oggetto di questo genere di umiliazioni?

NB: Antonella, Meno&Pausa, è un personaggio di pura invenzione. Spin Off di Malafemmina, precaria un po’ più giovane. L’about di Antonella dice che si tratta di una donna precaria post quarantenne e in pre-menopausa. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

6 pensieri riguardo “Ho incontrato uno stantuffo-man”

  1. mmm, mi sa che come commento è troppo lungo, però mi è tornato in mente:

    Non distinguere la luce dal buio mentre si aspettano notizie peggiori che il morire stesso.
    Di fianco giacciono scatole di cioccolatini scaduti affiorano formiche da ogni dove
    non respiro più come prima e mi annoio. Cosa provo a parte un leggero sconforto dovuto alle previsioni del tempo e alla lettura del giornale di ieri, chi osservo, chi sono questi tizi che camminano nella mia casa in cerca di oggetti che non possiedo più da tempo?
    Tu mi dicevi sempre che non è bello andarsene dal cinema senza vedere tutti i titoli di coda, ma io sapevo risponderti con una timida alzata di spalle che poi avrei comprato il dvd.
    La spesa l’ho fatta, il meccanico è stato scortese e mi ha sbirciato insistentemente la scollatura, mentre io fissavo le sue mani sporche e il nero fra le unghie e il viscido negli occhi, desiderosa che morisse e cadesse così ai miei piedi.

    Ancora mi manchi?

    In questo sono simile ai pesci, può sembrare che non abbia niente da dire, che mi accontenti di aprire la bocca per prendere fiato, che mi rassegni al ruolo, a qualsiasi ruolo che mi sia stato assegnato, e basta, che io finisca lì, che esista solo su chiamata, solo se servo a qualcuno, a qualcosa.
    Alla famiglia che senza di me, all’educazione dei figli, adesso anche nei parlamenti e nelle giunte comunali, nelle facoltà scientifiche, servo sempre di più. Servo.

    Di nuovo avverto la sua ombra, le sue mani bramose di carne palpabile, vorrebbe strappare ogni tessuto sintetico che incontra, ogni fibra naturale che l’ostacola, sento il suo respiro affannato, sento che sta per cedere alla bestialità tramandata da millenni e anche di più, sento che ogni mio grido sarà malinteso, sarà linfa vitale per l’animale.

    Anche ieri hai impiegato mezz’ora per accordare la tua chitarra, hai sempre paura di rompere l’ultima corda, la più sottile, sei stato fermo con il pollice e l’indice della mano sinistra a fissare l’accordatore elettrico che si è fatto buio e ho dovuto accenderti la luce, ti ho chiamato due volte e vedevo che tremavi un poco. Poi non volevi mangiare.

    Non ho sonno, eppure dovrei. Domani mi aspetta una giornataccia; se passo la mano nell’altra metà del letto sento tutta l’assenza del mondo, sento una parte del mio cuore uscire di nuovo senza salutare.

    C’è ancora spazio per la polvere nella mia testa, urla mia madre che sta seduta di fronte alla finestra a guardare il mare. Siamo al quinto piano. Nel palazzo ci odiano tutti. La chitarra di mio figlio e le urla di mia madre. Me stessa. Quando scendo e salgo le scale le occhiate mi trafiggono. Sento le buste della spesa strapparsi, le bottiglie d’olio andare in frantumi e la mia disperazione nuda di fronte alle risate sguaiate e sprezzanti sommergermi fino a farmi soffocare.

    Ancora 4 in matematica. Più una specie di zuffa per colpa di una offesa. Una macchiolina di sangue altrui sui jeans e una convocazione dalla preside dell’istituto tecnico industriale.

    E tu correvi con il sole alle spalle e ridevi con il naso all’insù. Eri felice e si vedeva.

    La dimensione del lutto è tetra e commovente, però anche liberatoria, soprattutto nei funerali sotto la pioggia. Quando penso a qualcuno che se ne è appena andato, penso che il mondo sarà per un po’ più leggero, e anche il suo corpo, libero dal peso dell’anima, libero dagli sguardi degli altri, dai loro pensieri, onde che colpiscono, colpiscono sempre, micro punture insistenti fino a che la misura è colma.

    Non mi crede più. Mio figlio da quando prende brutti voti a scuola non mi crede più. Dice che gli ho sempre detto che era bravo e intelligente e adesso dice che lo prendono in giro. Ora è meglio aspettare e sperare in un buon voto, mi va bene anche se in religione o educazione fisica. Ma ce l’avrà una fidanzatina?

    Cos’è che mi manca allora, che mi aspetto ancora dalla vita, dalle vite, da quelle degli altri, da questa città, da questa casa con famiglie e luci accese a fingere il focolare domestico, cosa dovrei aspettarmi prima di invecchiare? Dovrei forse rimettermi in cerca di un uomo, un altro? Adottare una sorellina per allargare l’allegra compagnia, magari un cucciolo che costa pure meno, potrei uccidere la vecchia sorda che urla invece, e dare una svolta netta a questa storia, invece che lamentarmi; posso? Non ho vizi, non bevo e non mi drogo, mi lavo, fatico, mando avanti una casa e una famiglia.

    Prenderai freddo così, còpriti – mettiti la felpa grigia quella con il collo alto… – sennò mettiti la sciarpa – a che ora torni? È troppo tardi, si cena alle sette e mezzo lo sai – come sarebbe che mangi da solo? –
    Non se ne parla neanche.

    Un vecchio assiste al suo riflesso di fronte ad una vetrina di un negozio di dolciumi, scoprendo nuovi solchi sulla pelle, nuove rughe, nuovi segni di un passato, mentre un tuono all’improvviso gli ricorda che è il momento, la vita prova a distrarlo per un’ ultima volta. No, queste sono scemenze.

    Alle sue spalle rapinatori in maschera fuggono sparando colpi in aria, lasciandosi alle spalle i corpi sgraziati e macchiati dalla pioggia e dal sangue di due gemelline che ancora stringono i lecca-lecca in mano, le sirene della polizia strillano ma non per loro, è un giorno da cani e c’è molto da fare.

    La benzina io la metto alla sera, quando torno dal lavoro, la metto da sola anche se d’inverno fa freddo e mi sporco le mani. Però l’odore che da bambina non facevo altro che aspettare ogni volta che uscivamo in macchina non mi stupisce più, non lo avverto neanche. Guardo lontano, il quartiere dove abito, si vede il mio palazzo, le luci accese a quasi ogni piano. Non so se è come dicono, che il cemento che avanza ha distrutto il paesaggio di un tempo, ma certo lo sguardo è sempre in prigione, senza possibilità di evadere se non volgendosi al cielo, non riesco più a pensare al futuro, ai miei spazi, sono finite le possibilità di immaginarsi i cambiamenti, vedo muri che stringono il cerchio, che tolgono il respiro. Non c’è spazio neanche per camminare, si cammina in macchina, a passo d’uomo con tubi di scarico come valvole di sfogo. La radio è meravigliosa, se non ci fosse la radio nel traffico ci sarebbero continue stragi, la gente comincerebbe a girare armata in attesa di una freccia non messa, di una macchina che si spegne, di un clacson stridulo e impertinente. Eppure arrivo tutti i giorni puntuale al lavoro, nel mio studio dai colori tenui e accoglienti con la musica da camera diffusa a basso volume, dove trascorro la vita ad ascoltare gli altri mentre penso a cosa aggiungere prima che il tempo sia scaduto e tocchi al prossimo.

    M. prima di cominciare a parlare respira con ritmi irregolari e sembra prendere la rincorsa, poi è un fiume in piena di parole, fino a che si ferma di colpo, prende una grossa boccata d’aria che sembra che ricominci o che voglia chiudere con qualcosa di grosso e invece si spegne, guarda basso e produce un piccolo sospiro.

    Capisce! La mia cacca, la mia cacca stava tutta nei pantaloni, era fredda, fredda! Era cacca morta. Non puzzava, però era fredda. E allora Napoleone doveva sentirsi solo in quell’isola lontana, così solo, e intanto la cacca mi faceva venire i brividi e la maestra mi guardava perplessa, mi diceva continua che stai andando bene, ma io mi sentivo come Napoleone, solo e in imbarazzo, ce la siamo fatta sotto tutti e due, poi ho chiesto di andare in bagno, la maestra mi ha risposto prima finisci, io ho detto non posso, poi ho detto sono Napoleone esigo di essere lasciato libero di andare in bagno, e tutti a ridere i miei compagni, la maestra si è spaventata perché io l’ho detto con una voce strana, una vocina come un diavoletto, stridula mi ha detto che si dice la maestra, che le ha fatto venire i brividi, perché anche i miei occhi erano diversi quando gliel’ho detto. E allora la maestra non riusciva a dire nulla e tremava e io che non ce la facevo più ho cominciato a mettermi le mani nelle mutande e a tirare fuori dei pezzettini di cacca, che un po’ era liquida e un po’ era solida, ma non puzzava, e allora i compagni tutti a ridere come matti, qualcuno strillava, qualcuno c’aveva proprio lo schifo dipinto in faccia, però io non riuscivo a togliermi tutta la cacca di dosso e allora mi sono abbassato i pantaloni e pure le mutande per fare meglio e sono rimasto con il pisello di fuori che era diventato tutto marrone e c’aveva la pelle raggrinzita perché poi mi hanno detto che quando i maschi sentono il freddo gli fa così il coso loro.

    Prendo appunti, scarabocchi, farfalline e cuoricini. M. fa un lavoro molto semplice: è impiegato alle poste italiane, accoglie chi arriva all’ingresso e fornisce le prime indicazioni, preme i pulsanti della macchinetta che stampa i numeri per le file, tre pulsanti per le diverse operazioni.
    Vive in periferia, una casetta con poche stanze ereditata dai suoi genitori; vive con un gatto, un gatto bianco e grasso, nella foto che mi fece vedere si capiva chiaramente; ha 41 anni. È brutto, non ci sono molte parole per farlo capire ed è anche spiacevole doverlo dire, perché sembra avercele tutte; è solo e brutto, ha una collezione di giornate tutte uguali divise per luoghi in cui ha trascorso la sua esistenza, la casa quando erano vivi i suoi genitori, la scuola elementare, la scuola media, il lavoro alle poste, la sua casa adesso. Per campare non gli manca nulla, può arrivare dritto alla morte senza intoppi, e più lo ascolto più mi sembra che non dovrebbe essere qui a raccontarmi le sue vicende, a farsi leggere i suoi sentimenti, a farsi cavare fuori da sé quello che tiene nascosto, quello che sarebbe stato se non fosse nato e cresciuto in mezzo alla sfortuna.

    Ancora il vecchio dell’altro giorno. Ha un foglietto in mano. È una multa. Mi chiede perché gliel’abbiano fatta. Sulle prime non lo capisco nemmeno io. Poi capisco che ha parcheggiato troppo vicino alla carreggiata. Ci parcheggiano tutti. È toccata a lui stavolta. Gli chiedo se ricorda della rapina, delle bambine uccise. Niente, non capisce, pensa solo alla multa, a come fare per il reclamo. Lo accompagno al bar. Gli chiedo se ha i soldi per pagare la multa. Dice di sì, per fortuna ha la pensione. Ne ha due. Gli arrivano ancora i soldi dalla Francia, in cui visse per 10 anni appena dopo la fine della seconda guerra mondiale. È sposato, ha quattro figli, tre sono donne.

    Eccoli qua, gli uomini che incontro.

  2. Che. Profonda. Tristezza. Vorrei poter capire da subito, avere qualche indizio, se l’interlocutore ha questa visione del mondo. Prima che apra bocca. Per allontanarmene

  3. Non è solo la donna ad essere oggetto di queste umiliazioni. Il maschilismo, che fermenta perfettamente in alcuni ambienti femministi spontanei, si scaglia contro il genere umano, dettando leggi e parametri di giudizio sia nei confronti delle donne che nei confronti degli uomini. L’uomo di cui hai parlato ha una visione limitata della donna, ma ce l’ha anche dell’uomo, perché lo vedrà di valore solo e soltanto se determinate caratteristiche sessuali.
    Tutto l’articolo mi sembra perfettamente condivisibile rovesciando i generi: la donna occdentale, più che l’uomo, ha dei problemi a gestire i “no”, la donna occidentale, più che l’uomo, autoesalta il proprio corpo, la donna occidentale, più che l’uomo, pretende di fare sesso senza pagare.

  4. Sono finito sul tuo blog casualmente, cercando qualche spunto per prendere in giro un mio amico che si definisce lo “stantuffo del tavoliere”. Senza voler fare il moralista, ritengo che una donna debba in primis rispettare sé stessa, vivendo la sessualità soltanto se innamorata del proprio partner, in un clima di fiducia e tranquillità reciproca. Non riesco a comprendere, pertanto, le donne cacciatrici, che cercano partner occasionali, anche se, prima di impegnarmi con la mia attuale fidanzata, ho avuto numerose avventure con ragazze e donne adulte molto attraenti che mi avevano puntato sia per il mio aspetto esteriore che per il mio status familiare e professionale. Una donna cacciatrice si squalifica e molto spesso verrà trattata con poco rispetto dallo “stantuffatore” di turno. Naturalmente, in passato, ho sempre trattato con il massimo rispetto le mie avventure di una notte (o di un week end), cercando di ascoltarle con attenzione e manifestando la mia disponibilità a rimanere in amicizia con loro, fermo restando che sanno che ormai sono impegnato e si comportano in maniera altrettanto rispettosa, evitando inviti piccanti o rievocazioni delle notti di sesso trascorse insieme.

    1. Il “rispetto di se'” usato come scusa per mettere l’ennesima cintura di castita’ alle donne e’ una stronzata di proporzioni colossali. Punto. Io scopo quanto, quando e con chi mi pare, e ho grande rispetto della mia persona. Infatti non permetterei mai ad un uomo “stantuffatore” di avvicinarsi a meno di 5 metri, perche’ sono uomini come questo che mancano di rispetto al mio corpo, non io che lo assecondo e lo ascolto. Ed e’ inutile che fai tanto il liberale dicendo che le tue avventure di una notte le hai rispettate, quando il disprezzo che provi per le donne libere trasuda da tutto il tuo intervento. Sei un sessista e non te ne rendi nemmeno conto.

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