Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Lo Stato che dice di difendere le donne reprimendone l’autodeterminazione

La violenza è mancato rispetto dell’autodeterminazione. Non puoi dire di lottare contro la violenza sulle donne, per esempio, se non rispetti la loro autodeterminazione. Sempre. Comunque. Non puoi ragionare di antiviolenza senza valorizzare l’autodeterminazione delle donne, senza favorirne il protagonismo, senza provare a tirarle fuori dallo spazio vittimistico in cui vengono schiacciate da un discorso pubblico completamente orientato dai tutori, i piani dei tutori, le ansie dei tutori, i paternalismi dei tutori.

Di cosa stiamo parlando? Di persone, popoli, uomini, donne, tutti, che se dicono di no, se si ribellano, vengono puniti. Pensate alla repressione di piazza, ai presupposti autoritari che determinano la esclusione e la criminalizzazione del dissenso. Pensate a quelli che decidono che chi si ribella è un terrorista o una antisistema. Quel che succede quando si parla di violenza sulle donne attiene a quello spazio e non altro che a quello.

La retorica fascista vittimizzando le donne che resistono, che dicono no e perciò vengono uccise, le ha fatte diventare sante, ha tolto loro la patina di ribellione, sottrae loro la parola pubblica, sovradetermina la  loro narrazione, le esclude, le patologizza, le rappresenta come im-potenti, invece che in tutta la loro forza e la loro potenza, le ha rese martiri, deboli, bambine, incapaci di intendere e volere, perché normalizzare in senso generale la rivoluzionaria azione di resistenza agli autoritarismi di donne che in privato prendono le legnate che ogni manifestante prende nelle piazze, ha legittimato quello stesso Stato e quei tutori che delle donne vittime di violenza si servono per rafforzare e legittimare fascismi e autoritarismi.

Ogni ragionamento che martirizza le vittime di violenza tende a questo, inconsapevolmente o meno, perché la prassi comunicativa è la seguente:

– la donna libera che dice no e perciò viene punita non è un modello da veicolare. Perché rimette in discussione tutto l’assetto della società, ogni piccolo o grande contesto sociale, a partire dalla famiglia, fino ad arrivare allo Stato.

– la donna innamorata che viene tradita e picchiata ingiustamente, che ingenua si è affidata, lei, che voleva solo una famiglia e i figli da crescere (pensate alla retorica propinata da Amore Criminale), lei che era il perno della società, regina del focolare, ammortizzatrice sociale, amante della famiglia etc etc, è stata ingiustamente massacrata da un mostro, un malato, un uomo che l’ha ripagata con la violenza dopo anni e anni di cura e dedizione.

Da un lato c’è la strega che lo Stato, le fasciste, continuano a combattere e criminalizzare e dall’altro c’è la martire da salvare e tutelare di cui lo Stato si serve per orientare e legittimare politiche repressive sul piano economico, per esempio, finanziario, sanitario, sociale, culturale.

Io estendo la questione alle persone, perché le donne sono persone come tante altre.

Persone la cui autodeterminazione viene sistematicamente offesa ogni volta che c’è da parlare di lavoro, sanità, ruoli sociali, immigrazione, sessualità, istruzione, cultura.

In Italia una donna autodeterminata non può andare in piazza a manifestare per il diritto al reddito o all’istruzione pubblica che viene malmenata.

Non può chiedere l’applicazione della legge 194 perché trova sul suo percorso migliaia di obiettori e volontarie no-choice che non le consentono di scegliere alcunché.

Non può amare, fare coppia, vivere una relazione stabile con una altra donna perché c’è chi la offende, la limita, vuole normare il suo privato discriminandola.

Non può viaggiare e insediarsi nel nostro Paese perché se ha un altro colore della pelle e un’altra cultura di riferimento o è obbligata a fare la badante, la prostituta o deve andare in un Cie, un lager per persone autodeterminate che osano varcare la frontiera.

Non può esigere di regolarizzare la professione di sex worker e pagare le tasse e vedersi restituiti servizi che le servono perché vogliono martirizzare pure chi non ha alcun bisogno di essere salvata.

Non può scegliere di lavorare e vivere altro ruolo che non sia quello di cura assegnato dal welfare che la vuole lì a offrire servizi gratuiti che lo Stato non fornisce.

I soggetti autodeterminati non possono pretendere di condividere la genitorialità, la cura degli affetti, in termini responsabilmente equi, per ridisegnare un welfare differente.

E quanti altri soggetti vengono ogni giorno insultati e prevaricati senza che si faccia nulla?

Dunque perché dovrei essere felice del fatto che un parlamento così più o meno orientato parli di violenza sulle donne quando da quegli stessi luoghi vengono fuori provvedimenti che mi/ci offendono dalla mattina alla sera?

Se io dico no ad un uomo autoritario e violento lui potrebbe accoltellarmi, poi potrebbe pure bruciarmi viva.

Se io dico no allo Stato, ai tutori e mi ribello secondo voi che fine faccio?

Si può combattere la cultura dell’offesa e della violenza contro chi non ha rispetto per la mia autodeterminazione se non si combatte quella cultura in generale? Si può combattere quella cultura se invece che di diritti quando ci si riferisce alle donne si parla sempre e solo di tutele?

Cosa stiamo legittimando, oggi, noi? Sarà il caso di chiederselo?

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