Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

L’antiviolenza può riprodurre la violenza?

Le radici della violenza. Della banalità del male o giù di lì. Io so che la violenza è totale assenza di empatia, disumanizzazione, demonizzazione della persona che si intende massacrare, oggettivazione.

Puoi fare violenza su un oggetto, un mostro (perché ne ricavi che da quel mostro sia lecito difendersi ammazzandol@), qualunque non-persona della quale si dice ripetute volte che bisogna aver paura. Incutere il timore di qualcun@ è da sempre uno strumento di normalizzazione, di repressione del dissenso, di inibizione della critica e di stabilizzazione del sistema, controllo delle masse sociali.

Ed è lo strumento del potere riprodotto a volte anche dall’antipotere. Il potere, il soggetto con aspirazioni autoritarie si esprime così. Basta dire una, due, cento volte che una persona è un oggetto, attribuendole nomignoli disumanizzanti, ratti, come venivano chiamati gli ebrei, troie per le donne, streghe per le femministe, finocchi sono i gay, criminali sono definiti tutti gli immigrati, e poi c’erano i nomi usati per mandare i cristiani dentro l’arena per il divertimento dei re, quel che si disse – storicamente si racconta – su Gesù, come chiamavano Ghandi, ridicolizzato e demonizzato in mille modi, o più modesti rappresentanti politici che a prescindere dal fatto che si condivida o meno quel che dicono comunque poi diventano oggetto di linciaggio che è frutto non di sereni confronti politici basati sul rispetto della persona ma di discussioni pubbliche fondate su integralismi, odio e necessità di indicare capriespiatori al popolo arrabbiato. Ci sono uomini, donne, persone, padri, madri, che per le idee che hanno vengono etichettati/e, di volta in volta, da criminali con definizioni – terroristi, violenti – che ne caratterizzino e ne dimostrino la mostruosità.

Generalizzazioni che diventano sessismi, razzismi semantici di ogni specie, ragionamenti dubitativi su certe categorie di persone delle quali non si suppone mai sorpresa, diversità, difformità rispetto allo stereotipo che ci siamo ritagliati/e in testa, personalizzazioni e letture proiettive degli eventi che diventano stigmi sociali precisi e genericamente criminalizzanti.

Per tornare al punto: CarmillaOnline elenca i sette punti che secondo Martha Nussbaum (1999) definiscono il concetto di oggettivazione.

1. Strumentalità: l’oggetto è uno strumento per gli scopi altrui;

2. Negazione dell’autonomia: l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione;

3. Inerzia: l’oggetto è un’entità priva della capacità di agire e di essere attivo;

4. Fungibilità: l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria;

5. Violabilità: l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità. È possibile farlo a pezzi.

6. Proprietà: l’oggetto appartiene a qualcuno.

7. Negazione della soggettività: l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La domanda è:

è possibile essere riconosciute in quanto vittime di violenza senza essere di nuovo ridotte ad oggetti, strumento per gli scopi altrui, entità prive di autonomia e autodeterminazione, considerate prive di capacità di agire e di essere attive, soggetti interscambiabili, private di umanità e confini che ne tutelino l’integrità, appartenenti a qualcun@ (branchi, gruppi sociali), oggetti le cui esperienze e i sentimenti sono trascurabili?

L’altra domanda è:

il discorso pubblico contro la violenza sulle donne è empatico, non disumanizzante, non oggettivante, non demonizzante? Si può dire di combattere la violenza riproducendo altrettanta se non più grave violenza?

Di caso in caso, senza mai generalizzare, perché generalizzare produce razzismi, sessismi, apre le porte ad ulteriori autoritarismi.

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