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Facebook Marketing sulla pelle delle donne uccise (ridacci i capezzoli!)

Fantastica notizia. Il Femminicidio che fa brand sancisce la legittimità della censura/morale formato facebook. Più che la controcultura potrà una guerra – a garanzia del portafoglio di facebook – fatta a colpi di “segnala” “abbatti” “stermina” una pagina o un post assegnando ad una speciale commissione di faccialibro legittimità di giudizio su cosa rappresenti offesa per le donne e cosa no. Ed è il tutore virtuale pubblicizzato sui media quello che ci mancava.

Di facebook e del suo ruolo di censore in generale ho parlato tante volte ed è gradevole vedere che gli inviti a sterminare i rom o ad ammazzare le donne vengano rimossi responsabilmente perché rappresentano apologia ed istigazione alla violenza. C’è già – credo – una specie di funzione in cui potresti segnalare i contenuti che manifestano odio in rapporto ai sessi ma questa cosa in generale non si capisce a chi e a quale contenuto sia riferito.

Non io perché non legittimo facebook a eliminare contenuti che non mi piacciono ma tante amiche, di cui ho grande rispetto, tenaci e fiduciose, hanno segnalato nel tempo cose raccapriccianti, donne sgozzate con battute tutte da ridere, cordiali “ammazziamo la troia” con foto annessa. Cose che sparivano, per fortuna, a volte. La guerra si è assestata su un enorme punto interrogativo quando alcune donne hanno preteso la censura su immagini genericamente giudicate sessiste, che sicuramente sessiste lo erano davvero, solo che regola vuole che facebook censuri quel che definisce pornografia ovvero capezzoli evidenti e tette che allattano i figli. Poi lascia lì poppe e culi strabordanti, modelle ammiccanti, che sono belle, un po’ svestite, ma non rappresenterebbero pornografia.

Io ho certo un’idea tutta mia di cosa sia pornografia. Considerando che non ne penso male, anzi, ma che la riproporrei sullo stile del post porno femminista. Però volendo ragionarne e attribuendo al termine un fattore molto negativo direi che io odio la pornografia emotiva, quella sentimentale, la pornomostruosità per pornoindignazione. E in generale direi che non capisco perché mai non si creino settori per post-diciottenni che possano serenamente godersi una figura capezzolata e una tetta in bella vista. Solo che non c’è alcuna opzione che mi “tuteli” dalla figura piena di cuoricini dell’ultima vittima di femminicidio con scritto in basso “salviamo le nostre donne”, più un inno di mameli e un annuncio ronda nei pressi della casa del femminicida (soprattutto se straniero!).

Dice il quotidiano che dopo una enorme petizione digitale che ha ottenuto un sacco di firme il social network, questo strumento sedicente libertario, che non tutela la privacy e raccoglie dati personali su dati personali su ciascun@ di noi, come un papà buono, un protettore, interviene per aggiungere una specifica voce nella categoria di veti contro la discriminazione delle donne e in rapporto all’odio. Messaggi offensivi, violenti, non saranno più tollerati. Dopodiché alcune organizzazioni vogliono partire da lì per poi affrontare una “discussione più ampia nel settore hi-tech“.

Ho fatto molte ricerche e analisi sul sessismo della rete e ho sempre detto che la rete è genderizzata e non è neutra e che era ed è necessaria una azione di controcultura, di autodifesa culturale e digitale, di sovversione semantica e comunicativa. Non ho mai parlato di tutori né di censure. Tantomeno ho parlato di una moralizzazione della rete.

Le ultime discussioni a tal proposito, d’altronde, lasciano intendere che ogni discorso che prende spunto dall’offesa sulle donne diventa argomento per determinare offerta di provvedimenti e sanzioni autoritarie e liberticide.

Ho una profonda avversione verso qualunque messaggio d’odio nei confronti delle donne, spero che quei messaggi d’odio spariscano dalla testa della gente, dalla mentalità comune, prima che da facebook, perché quel che trovi su facebook è lo specchio di una mentalità diffusa che non cancelli o cambi con un colpo di spugna. L’effetto conseguente è quello che un proibizionismo possibile si associ ad un moralismo crescente e a pruriti di censura nei confronti di tutto ciò che rappresenta un’idea che non è la nostra. E le opinioni dovrebbero sempre essere salvaguardate, se espresse in forma rispettosa dell’altr@, a prescindere dal fatto che le condividiamo o meno.

L’altro effetto è che domani dire “troia” ad una donna diventerebbe trasgressione, perfino rivoluzionario, con la legittimità che è data a tutto ciò che è criminalizzato in quanto osceno, sporco, vietato.

Pensate alle punizioni su ragazzini di 15 anni i cui account vengono sospesi perché hanno scritto una cosa che viola le regole di facebook. Secondo voi ad account riottenuto smetterà il quindicenne di dire ciò che dice o non si diffonderà una rincorsa al “diritto” di offendere le donne in nome della libertà di espressione? Non si rafforzerà l’idea che la moralizzazione della comunicazione online sia percepita come oppressiva? Normalizzatrice? Ad imporre un registro di comunicazione comune?

Come facciamo a sapere poi che tipo di discrezionalità userà facebook per accogliere le richieste di cancellazione di qualcosa? Se a me, per dire, è stato cancellato in passato un link (con disattivazione dell’account) in cui chi scriveva parlava di orgasmo spiegato a sua madre (un contenuto femministissimo), se sono stata segnalata per aver postato una immagine contro l’aborto con una pancia nuda e su scritto “mine”, come faccio a sapere che domani non arriverà una volontaria del movimento per la vita che segnalerà come contenuto offensivo per le donne un mio post in cui parlo di sex working o di sessualità lesbica? Davvero vogliamo affidare ad una azienda privata, ad una sottospecie di tutori la valutazione su ciò che è offensivo per le donne e cosa no?

Io rilancio la mia prospettiva: più alfabetizzazione e meno controllo. Serve più cultura e non censura. Serve una visione più libertaria e non moralista.

Dopodiché spero che nessuno osi affermare che questo mio ragionamento squisitamente politico sia funzionale a chi in rete o su facebook scrive cose offensive contro le donne perché quei linguaggi, quella cultura io lotto – in modo differente – per cambiarli e non per sancirne la legittimità.

Il discorso politico non può essere “se non sei dalla parte dei tutori sei dalla parte dei violenti“. Io sono dalla parte delle vittime, non dei tutori. Io sono dalla parte delle persone che vengono discriminate e non di chi sulla loro pelle censura, norma, moralizza la loro stessa esistenza.

Non me ne faccio niente di un tutore un po’ fascista che mentre dice di difendermi mi allunga le gonne e mi obbliga ad occultare i capezzoli. Ecco.

—>>>Ulteriori approfondimenti online su questo qui e qui.

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2 pensieri riguardo “Facebook Marketing sulla pelle delle donne uccise (ridacci i capezzoli!)”

  1. Corsi e ricorsi storici. la storia è sempre uguale a se stessa, prima o poi ritorna,
    adesso il grande inquisitore sarà un apparecchio orwelliano?

    quando ero ragazzo io era considerato da maleducati parlare in un certo modo in pubblico, utilizzavamo le due lingue ‘italiano’ in pubblico,ed il ‘dialetto’ in privato. si arrivava perfino a sotto-culture ove avere la foto della propria ragazza era cosa da nascondere perchè solo una ‘svergognata’ dava la fotografia, come parlare dei fotoromanzi si faceva di nascosto.
    e così via

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