FinchéMorteNonViSepari

Se non mi dai lavoro non posso lasciare chi mi picchia

La mia migliore amica ad un certo punto si decide. Prende il numero di telefono e chiama il Centro Antiviolenza. Risponde una operatrice molto giovane, così sembra, che le chiede di che si tratta. Cinzia, così chiamerò la mia amica, dice che vorrebbe sapere come fare per andare via. Non vuole ritornare dai parenti, non vuole ritornare a fare la figlia. Vuole semplicemente vivere, andare avanti, crescere.

Cinzia non ha figli. Non ha un lavoro. Non ha neppure una consapevolezza piena di quello che le sta accadendo. Ci siamo confrontate un po’ sui lividi. Me li ha mostrati senza timore ben sapendo che io non l’avrei mai giudicata. E come avrei potuto farlo se i miei lividi stavano ancora tutti lì in bella mostra.

C’è una poesia intima nell’esibire i lividi mentre ridi e rivendichi un pezzo delle tue mille ambite possibili libertà. Nessun giudizio a lei. Nessun giudizio a lui. Così succede che due donne che prendono sberle prima o poi si incontrano e imparano a dissacrare, fare autoironia, a sdrammatizzare, a spogliarsi degli abiti del martirio e a scherzare su quanto comunque si abbia voglia di fare del buon sesso.

La ragazza che le risponde al telefono dice che le fissa un appuntamento. Di buona volontà certo lei lo è. Poi chiede “è residente?” e Cinzia dice no. Si è trasferita per studiare, convive ma non risiede anagraficamente nella mia città. Dunque che fare? “Spiacente ma posso indirizzarla in un altro posto…”. Che posto? Dove potrei mai andare se non ho un soldo neppure per mangiare? Sono ospite dalla mia amica, stasera torno a casa, se non ho alternative devo restare giusto lì a vivere, respirare…

Dall’altro lato dicono che il posto dista a un centinaio di chilometri di distanza. E che ti fanno, Cinzia? Che ti danno?

E che ne so, mi dice lei. A me serve un lavoro e una casa. Ché altrimenti non me ne posso andare. Se non sono libera di pensarmi altrove a spese mie dovrò tornare a casa dai miei e lì non ci torno.

Perché non vuoi? Perché sarebbe peggio. Sarei vista come una fallita, una senza ruolo. Guarda mia madre che ha tenuto assieme una famiglia senza batter ciglio e le uniche arrabbiature che si è presa sono state colpa mia. Guarda mio padre che ha smesso di comandarmi a bacchetta quando ha saputo che mi ero “sistemata”. Non me lo tolgo più di torno. Si sentirà in obbligo di sorvegliare la mia moralità. E io sono ancora viva, accidenti a loro, e voglio vivere, respirare, trombare, studiare, lavorare.

E quindi che si fa? E niente. Non si fa proprio niente. Se non trovo nessuno che mi aiuta aspetto di trovare lavoro e poi vedo che fare. Tu, certo, non mi puoi ospitare e di andare a fare la mantenuta da un’altra parte per lasciare lui proprio non ho voglia. Esiste mica un ufficio di collocamento per persone che devono scrollarsi di dosso situazioni complicate? Direi di no.

Se chiamo i carabinieri piovono in mille a fare finta di difendermi dall’universo mondo. Se chiamo per un lavoro si fanno tutti i cazzi propri e addio.

Alla fin fine quello che di me importa è che io faccia numero. L’ennesima vittima di violenza che deve piangere e farsi assistere, poverina, mentre il mondo attorno becca riconoscimenti alla faccia mia. Di soldi a me neanche l’ombra. Di reddito e casa a chiunque abbia bisogno di essere economicamente indipendente proprio niente.

E se mi dicono che la famiglia è l’ammortizzatore economico per eccellenza sai che dico? No… che dici? Dico vaffanculo. E buonanotte!

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.

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8 pensieri riguardo “Se non mi dai lavoro non posso lasciare chi mi picchia”

  1. Io però ho a che fare con centri antiviolenza che non la chiedono mica la residenza. E anzi, la rete dei centri fa si che arrivino donne di altre città proprio perchè anonimato e protezione sono maggiormente garantiti. Inoltre nei centri dove sono stata io una parte importante del lavoro è nel reinserimento professionale. E’ la norma infatti che le donne ospiti non lavorino, molto più eccezionale il contrario.
    Mboh non so se volevi parlare di questo io ce l’ho messo:)

  2. In alcuni punti resto un po’ perplessa. E’ fortunata questa ragazza che ha ancora i genitori. Le consiglierei di umiliarsi un pochino coi genitori, piuttosto che con una persona che dopo le percosse riterrei meno che un parente.. Un compagno o compagna dovrebbe essere il tuo rifugio e non il tuo inferno.. Però pensa a quelle che non hanno lavoro nè famiglia, sai quante ce ne sono? Oppure quelle come me, che sono andate via senza un lavoro a tempo pieno, e non sanno come fare a mantenersi chè con 4 ore al giorno ci paghi solo l’affitto? I casi sono tanti, non so..e non giudico, ma le consiglierei di appoggiarsi alla famiglia intanto che si organizza la vita. Io forse dovro’ andare via dall’Italia, senno’ qui chi campa? Lavoro non ce n’è e pare che le cose stiano peggiorando.. Cioè capisco la rabbia di non trovare lavoro, ma il lavoro siamo in tantissimi a cercarlo e non ce n’è abbastanza per tutti. Cioè al momento è quasi impossibile per tutti. Anche se t’incazzi. Anche se dici: ma io ne ho più bisogno. Ognuno ha la sua storia. Non è colpa dei carabinieri o dell’impiegata del comune.. E’ una situazione generale che viene da molto molto più in alto purtroppo. Il famoso “magna magna” di cui parlava sempre mia madre. Tutto il mio affetto e comprensione per questa donna che come tante di noi, non ce la fa in questo mondo così difficile da vivere…
    Forse dovremmo fare gruppo e aiutarci tra di noi? Tipo case in comune.. Oppure ci sono queste case onlus per le donne maltrattate. tipo http://www.cadmi.org/
    Ma se questo post è frutto di fantasia allora è un’altra cosa….

    1. Didì, tu hai ragione: la situazione è difficile per tutt@, con mille sfumature e mille gradi di urgenza. Una cosa però non condivido: perché una donna che subisce violenza o maltrattamenti dal proprio partner, per risolvere la situazione dovrebbe umiliarsi, e tornare alla famiglia d’origine quando anche questa, in un modo differente, le usa violenza? allora non ne usciremo mai.. sempre sotto un padre padrone si deve stare per poter campare? Il punto è un altro: le istituzioni preposte attivano i canali sbagliati, se e quando li attivano, per intervenire ed approcciarsi a situazioni di questo tipo, e questo perché, a mio avviso, la cultura è la stessa che, in alcuni casi, genera violenza: la donna vittima e bisognosa di salvatori dall’alto, la donna che deve abbassare la testa e tornare da mamma e papà, la donna che, gira che ti rigira, sempre da qualcuno deve dipendere.

      1. Lo so, mi scuso, era solo un giudizio superficiale, perchè conosco alcuni casi in cui non si torna dai genitori (ma in questo caso intendevo in modo provvisorio per l’urgenza) per non essere rimproverati o per orgoglio.. E’ difficile dare un parere, se non sei dentro alla situazione. Ma certo che se come dici, si tratta non solo di orgoglio ma proprio di violenza psicologica anche in famiglia, devono almeno essere attivi i centri di cui parla Zauberei nei commenti.

    1. Su di lui si può dire di tutto e di più, che uomo può essere uno che tratta una donna (che “ama”??) peggio di una bestia. Nemmeno a un animale si fa del male, figurati a un essere umano (la persona che ti ama!). Cultura malata? Malattia mentale? Traumi passati? Sarebbe da curare..oltre che condannare. Noi mamme facciamo davvero di tutto per insegnare il rispetto ai nostri figli maschi verso chi amiamo? Ho visto madri maltrattate verbalmente dai propri figli maschi che non reagiscono. Sono scandalizzata da queste cose, davvero.. Molte cose devono e possono partire anche da quanto noi insegnamo o accettiamo dai maschietti 🙂

  3. L’ha ribloggato su Gianvito Scaringie ha commentato:
    Un bell’articolo che parla di violenza sulle donne da un punto di vista diverso. L’idea di fondo è tanto efficace quanto disarmante: se non mi dai lavoro, se non mi garantisci l’indipendenza di cui ho più che mai bisogno, come posso lasciare chi mi picchia?
    Si è tornato a parlare a gran voce di femminicidio e di violenza sulle donne. Bene, è ora di potenziare gli strumenti per risolvere il problema: non solo informazione, non solo cultura, non solo protezione, tutte cose importantissime, ma anche lavoro. Questo perché il lavoro nobilità e mobilita la donna, la rende libera e indipendente, capace di ricostruirsi una vita tutta per sé.

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