Segnalato da Alessandra. Articolo della Armeni sul caso Ruby. Pubblicato su Il Foglio. Le mie considerazioni.
Trovo che il ragionamento di fondo sia condivisibile, tuttavia viene orientato alla critica di una requisitoria e una indagine per fare apparire la magistrata poco credibile. La critica sulla questione delle escort, della maniera in cui le ragazze sono state giudicate, ci sta tutta ma relativamente ai contesti che quei moralismi li hanno prodotti, riprodotti e fatti diventare istanza politica. Non dimentichiamo che nelle piazze del 13 febbraio si leggevano manifesti contro le “zoccole” e che il problema di Berlusconi non era più rappresentato da altre sue vicende critiche. Per demolire lui si sono serviti del peggior moralismo che ha ovviamente usato gli stessi clichè misogini e sessisti che alla fine mettono al muro le donne, i loro comportamenti, le loro scelte.
Il punto è che il ragionamento della Armeni, sicuramente in buona fede, per quanto abbia radice libertaria, viene pubblicato sulla testata di Ferrara che è quello che parlava di Englaro e aborto in senso tutt’altro che rispettoso delle scelte, libertà individuali e autodeterminazione. Ripete gli argomenti di una Santanché che ieri sera da Santoro parlava di moralismi e di giudizio sessista contro le donne, a proposito della vicenda Ruby, dimenticando che proprio lei fu protagonista di una delle azioni più sovradeterminanti, neocolonialiste e irrispettose nei confronti delle scelte delle donne, che ci possano essere. Voler togliere il velo a chi sceglie di metterlo fa il paio con chi vuole ricoprire le fanciulle per salvarle dal bruto machista.
La cultura proposta da alcune rappresentanze del pdl è in fondo etero-normativa, omofobica, contro la libertà di scelta nella contraccezione, nell’aborto, nella sessualità, ha ben poco di libertario a parte quando si parla di donne libere di essere funzionali ad un sistema di potere, di spogliarsi per il suo leader e delle libertà dello stesso. Non è di libertà delle donne – di essere ciò che vogliono essere – che stanno parlando ma di libertà delle donne di essere funzionali ad altro. Un discorso ottantenne-centrato che nulla c’entra con l’autodeterminazione delle donne.
Vendersi è una scelta. Lo è in generale. Si vende un pezzo di corpo, la testa, l’intelligenza, le braccia. Per chi ritiene che le donne non possano mai voler fare volontariamente questa scelta, non riconoscendo una diversità, rispetto alle scelte delle altre che possono anche non piacerci, se ci rifiutiamo di ammettere che si tratta di scelte autonome, finiamo per delegittimare le azioni autodeterminate di ciascuna.
Finiamo per opprimere e non liberare autonomie perché utilizziamo un approccio che considera sempre le donne vittime e dunque bisognose di tutela. E se non vogliono essere salvate, come nel caso delle ragazze che stanno attorno alla faccenda di cui si parla, o le si patologizza o in definitiva si chiamano “zoccole” e dunque si considerano un tantino complici del patriarcato.
Sulla cultura che ha generato tutto questo, che ha generato le ragazze giovani che vediamo alla tv e che abbiamo visto emergere dalle vicende del cavaliere, c’è tanto da dire. Adolescenti smaliziate come loro io le vedo tutti i giorni e sognano soldi, bei vestiti e carriere nello show business. Fare l’errore di Pasolini che elevava al rango di innocenti i poveri ci espone al rischio di trovarci con i poveri che non rubano più per fame ma per comprarsi la moto e il televisore al plasma.
Perché bisogna pur accettare il fatto che esistano ragazze che non desiderano quello che desideriamo noi. C’è chi ha voglia di usare il proprio corpo per guadagnare. Si tratta di donne che non sono certamente schiave o sfruttate. Non parliamo di chi raccoglie pomodori nei campi lavorando in nero o della vittima di tratta che viene stuprata e poi data in pasto al mondo intero. Si parla di scelte che possono piacerci o no, possiamo anche non capirle, ma sempre di scelte parliamo. Si tratta di donne, ragazze, che al di là del fatto che possano essere figlie delle sfilate di Miss Italia o delle trasmissioni Mediaset comunque una scelta l’hanno fatta. Vedere questa come una condizione di oppressione è veramente una forzatura. E’ una vittimizzazione forzata dei soggetti ai quali non si riconosce alcuna autodeterminazione.
E a fronte di chi dice che di scelta non si tratterebbe perché per le donne non ci sarebbero altre opportunità bisogna comunque fare attenzione a non stigmatizzare la scelta in se’, perchè è questo quello che si sta facendo. La deriva moralista verte proprio sul fatto di giudicare la scelta e dunque chi la abbraccia. A me sta bene che loro scelgano questo, poi semmai chiedo altre chance per me. Ma non posso fare la mia battaglia autodeterminata sulla loro pelle, dicendo che loro sono schiave quando non dichiarano di esserlo. Non posso essere sovradeterminante e giudicante fino a questo punto. Sono io, semmai, che nella stessa condizione mi riterrei schiava e vorrei altro dalla vita. Se il discorso su questo e molte altre battaglie non è più personal/politico di che femminismo stiamo realmente parlando? Se la mia battaglia passa da un giudizio sulle scelte altrui non diventa forse normativa e moralista?