Comunicazione, Critica femminista, Culture

Di maternage per prendersi “cura” delle Istituzioni e di persone libere

Due articoli che vorrei segnalare e commentare.

Il primo è di Cristina Morini, parla del maternage nelle istituzioni. Vi suggerisco di leggere il suo pezzo per intero.

Cito tuttavia qualche passaggio che mi sembra essenziale.

“Quando c’è di mezzo una donna, anche con elevati incarichi di responsabilità, l’intero universo sembra organizzarsi a partire da categorie domestiche, semplici, docili, familiari. Lei conosce il linguaggio della cura. Lei sa usare – ovunque nel mondo e qualunque cosa faccia – il codice della riproduzione.

Femminile comunque convenzionale e obbligato, eternato, che abita l’inconscio collettivo, signora della natura ma anche angelo del focolare e vestale della città. Questa strumentazione culturale e valoriale viene sfruttata e reificata dal lavoro cognitivo-relazionale contemporaneo fondato su relazione e linguaggio. Il lavoro da sempre svolto dalle donne nelle case o negli ospedali diventa modello sul terreno della valorizzazione sociale. Ora, nell’approfondirsi della crisi generale di questi cupi inizi del secolo XXI, la costruzione del ruolo di cura incarnato dalla donna prevede un’altra funzione che approfondisce quella di «madre della patria», già ampiamente conosciuta. Nilde Jotti fu un’eccezione durata tredici anni, un riconoscimento per via femminile all’opposizione di un paese che si era rassegnato a morire democristiano. La giovane e severa Pivetti una meteora, simbolicamente uccisa dai maschi capi padani quando tentò di ribellarsi. Riapparve poi in televisione in versione dark, nerovestita, rasata, borchiata.

Le attuali rappresentanti femminili delle istituzioni incarnano la necessità di tradurre la materialità e la realtà all’interno di stremate e inferme «democrazie» pervertite dalla finzione, cioè completamente prive di veridicità. Una specie di «maternizzazione» della politica, un tentativo di confezionare un divenire umano della politica nel precipitare del senso collettivo dello Stato e della fiducia nella retorica abusata del «bene comune». Come si cura il distacco dalla rappresentanza, dalle istituzioni? Come si riempie il vuoto tra il palazzo e il popolo? (…scegliendo assessore e rappresentanti donne ndb) Si prova così, insomma, attraverso il maternage delle istituzioni.

La madre è il «contenitore autentico» cui ci si ispira. Donne che donano la propria capacità di rêverie (la cura degli stati di angoscia del neonato, nella dizione dello psicanalista Wilfred Bion) a fasce sociali di cittadini sempre più ampie che soffrono per il male di vivere contemporaneo. In realtà, come tutti i sistemi che accettano le diseguaglianze, «l’ordine neoliberale detesta le vittime», ha scritto Kajsa Ekis Ekman in L’être et la marchandise. Prostitution, maternité de substitution et dissociation de soi. Ma, pragmaticamente, nel taglio complessivo del sistema welfaristico, una buona mamma è ciò che possiamo mettere immediatamente a disposizione, ciò che ci possiamo permettere e che, come sempre, ci fa risparmiare. È noto che, nei secoli, sono state proprio le figure femminili del welfare familiare a mantenere in piedi il sistema.”

L’altro pezzo è di Nicla Vassallo e parla di attribuzione di ruoli intendendo chiunque in base al sesso invece che “persona libera”. Questa cosa c’entra molto con quanto detto sopra perché quel che è “natura” e riduzionismo biologico, a parte essere la cifra che consente alle Snoq di essere entusiaste di un governo Letta purché vi siano incluse delle donne, è anche il motivo per cui a te che sei donna spetta il ruolo di cui parla nel suo pezzo Cristina e comunque il ruolo che lascia supporre che una donna, in quanto tale, in quanto materna, sia migliore, sia in grado e debba prendersi cura del mondo intero.

Scrive Vassallo che la domanda “di che sesso sei? femmina o maschio?” è banale perché fissa norme precise, recinti costrittivi entro i quali tu smetti di essere persona e diventi interprete di un ruolo preciso. Se non ti declini al femminile o al maschile vieni costrett@ all’esilio dalla normalità. Si chiama “dicotomia sessuale”, da non confondersi con l’identità, e tale dicotomia farebbe comodo al sesso dominante e pure a quello dominato. Così dice Vassallo.

E’ comodo perché ti facilita mentre aderisci a modelli belli e pronti in cui gli stereotipi distinti assegnano al mascolino il tratto razionale, attivo, culturale, oggettivo e al femminile l’irrazionale, i concetti di passiva, naturale, soggettiva. In più finisci per confondere “la cosiddetta appartenenza sessuale a quella di genere“. Queste categorie, archetipi, paradigmi, boh, di cui si fanno portatori e portatrici donne e uomini, producono sessismo. A veicolarlo e a rafforzarlo collaborano pure le cultrici del maternage o le donniste.

Vassallo conclude parlando di identità personale e non sessuale. Leggete il pezzo e ditemi se vi piace. 🙂

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