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#ATettaAlta: Quando disturbavamo femministe autoritarie e antifemministi

E’ la storia di un lungo viaggio. L’introduzione è qui. Buona lettura!

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Avevo trascorso gli ultimi quattro anni a cercare risposte sul perché ci fossero tante persone che arrivavano puntualmente sul nostro blog e scatenavano l’inferno. Erano “arraggiati“, come si dice dalle mie parti. Dicevano spesso frasi sconnesse, non ne capivo il lessico, le origini, i motivi. Il primo istinto fu di rifiuto. Mi chiamavano in mille modi e tutti negativi. C’era perfino chi mi chiamava figlia di Satana (sai che novità) e chi voleva processarmi davanti ad un Tribunale di Norimberga. A me. Perché io sarei stata quella che condannava migliaia di uomini ad un calvario senza fine. Parlavano di mondi femministi, leggi femministe, rutti femministi, monumenti femministi, e io mettevo fuori la testa dalla finestra e vedevo lo stesso mondo atrocemente maschilista di sempre, quello in cui ero cresciuta, che mi aveva obbligata a lottare fin da piccola per affermare il mio diritto d’esistenza senza dover ottemperare a imposizioni e ruoli di genere.

Nel gruppo si pensava: sono pazzi, violenti, autoritari. Chi altri potrebbe mai sostenere cose del genere? Chi altri potrebbe avere così tanta difficoltà ad accettare un fatto certo, parlare di violenza sulle donne, che poi era quello che noi facevamo, ascoltare e raccontare il dolore in tutte le sue forme. Poi c’ero io che perseguivo una mia precisa linea di pensiero. Femminista da decenni, militante e attivista idem. Le mie prime ricerche sul bullismo femminile risalgono al 1998, di violenza sugli uomini ho sempre parlato, il concetto di “violenza maschile” mi stava stretto e su questo ci fu una feroce discussione ai tempi di Sommosse e la manifestazione contro la violenza “maschile” sulle donne del 2007. Questionavo sul separatismo, mi affliggeva ogni forma di autoritarismo e venendo fuori da esperienze libertarie e conoscendo la repressione di piazza e tutto ciò che comportava, avevo sviluppato un ragionamento che tendeva ad andare oltre l’uso delle istituzioni anche per affrontare la questione della violenza sulle donne.

Diffidente, contro i decreti antistupro e la legge sullo stalking, ragioni per cui tra l’altro scendemmo tutte in piazza, perché l’uso della questione della violenza sulle donne per perseguitare gli stranieri era ed è una cosa oscena. Personalmente avevo superato la mia brava esperienza di violenza anni e anni prima e non avevo fatto uso delle “Istituzioni”, incontrate solo in gioventù, nella lotta culturale/antimafia, le prime esperienze di giornalismo indipendente, la militanza nei movimenti quando per strada sparavano a grandi e piccini, lastricando di sangue le mattonelle scure delle piazze, e poi odiavo il carcere, c’erano finiti troppi compagni, per me mura da abbattere assieme a tutte quante le altre istituzioni totali, ma avevo rispetto per chi metteva a disposizione risorse ed energie per creare punti di riferimento di supporto alle persone che ne avevano bisogno.

Insomma mi facevo i cazzi miei, ci facevamo i cazzi nostri, e scrivevamo cose che probabilmente erano frutto di sperimentazione, per quel che mi riguarda ero perfino in fase di riposo, riposo dalla vita, da sacrifici e fatiche superate, il femminismo come rifugio, ristoro presso cui recuperare linfa per continuare a insistere, r-esistere, autodeterminata, a vivere tra mille precarietà e la cultura che mi riguardava. E il blog: un luogo un po’ più pubblico in cui scrivere i pensieri che pure io e altre amiche già ci scambiavamo. Alla maniera di Indymedia nella quale avevo militato per un tot di anni, G8 di Genova incluso, considerando lo spazio virtuale come strumento militante, come quella linea di collegamento, anzi, se ben ricordo, di attraversamento, tra le mille realtà reticolari che sono i femminismi, per mettere in relazione soggetti e persone che fino a quel momento neppure sapevano l’un l’altr@ della propria esistenza.

Perciò arrivava tizio, caio e sempronio e mi dicevano che avevo sicuramente rovinato la vita di un uomo, gli avevo tolto la casa e gli fottevo il mantenimento. Io. La casa. Mantenimento. Pazzi. ‘Azzo ne sanno di me? Se guardano un Nick Name, ci vedono una donna e pensano che sono cattiva perché forse hanno avuto bruttissime esperienze, avranno maturato un gran pregiudizio di genere. Davano comunque l’impressione di arrivare dritti da mondi claustrofobici, senza respiro. Avendo ridotto al minimo la soglia di complessità. Pensieri piccoli per piccole prospettive. Sessisti.

Poi c’era chi veniva a dirci come avrebbe dovuto essere la “donna vera” (oggi c’è qualche patriarca che ti dice come dovrebbe essere una “femminista vera”). In rete trovi anche i misogini e non è detto che siano tutti in contatto. Questo è bene saperlo. Quando si renderanno conto di essere la maggioranza il web diventerà il loro regno, non c’è dubbio. Poi c’era quello che ad ogni post, pure se si parlava di carciofi fritti e insalatiere, piazzava contestazioni alle statistiche sulla violenza sulle donne. Pure negazionisti. Non c’è verso. Gente davvero brutta brutta brutta. Se non mi riconosci come soggetto e non rispetti la mia lotta voglio sapere almeno chi sei. Così, per non fermarci alla prima impressione, immaginando che tanta insistenza, e tanto sbraitare, avesse un motivo che nulla poteva entrarci con i classici fascismi o razzismi o integralismi di tipo ideologico, e per capirne la radice ci mettemmo a studiare.

Per prima cosa qualcuna di noi mise assieme una serie di notizie, superficiali, approssimative e piene di pregiudizi, che sommavano tutto il magma antifemminista, mascolinista. Quel che ne venne fuori fu quasi disastroso. Siamo accerchiate, ci dicemmo. E qualcun@ faceva di tutto per farci pensare che così in effetti fosse.

Poi la vicenda si fece più intricata. Il fenomeno arrivava da lontano, precisamente dagli Stati Uniti, così pensammo, e ci sembrò che identico fosse il lessico e identico fosse l’obiettivo: alla sconfitta del femminismo radicale. A cosa corrispondesse in Italia il Femminismo radicale, ovvero quello delle varie Andrea Dworkin intente a fare le crociate contro la pornografia e le sex workers al punto da supportare e sollecitare leggi autoritarie delle quali poi in tanti pagano le conseguenze, esattamente non lo capivamo.

Di certo noi, armate di dildi DiY (Hackmeeting Mode), tette al vento e da sempre in piazza con gli ombrelli rossi accanto alle sex workers che rivendicavano regolarizzazioni, sazie di confronti e iniziative in tutta Europa e altrove, a contatto con il mondo intero a chiacchierare anche per le sezioni Gender di progetti tech indipendenti, non eravamo quella roba lì. Di leggi autoritarie non ne avevamo mai chieste. Ci distinguevamo perfino dal filone tutto italico antipedofilia, avendo impressa nella mente la vicenda dei Bambini di Satana di cui perfettamente narrano i Wu Ming. Personalmente avevo anche odiato tutto lo svolgimento dell’iter per approvare la legge sulla violenza sessuale nella quale le donne sono poste sullo stesso piano dei minori. Non eravamo inclini a nessuna forma di giustizialismo, no cacce alle streghe, di nessun genere, no forcaiole, piuttosto garantiste e libertarie, e nel frattempo si svelava l’ombra, anche in Italia, di andamenti e umori che fin dalla piazza di quel recente 2007 si manifestarono.

Data la folla immensa raccolta attorno alla faccenda della violenza, perché era il tempo di fascismi e razzismi che a Roma e in molte altre città usavano quel tema per fare le ronde a “tutela delle NostreDonne”, volendoci riappropriare della questione senza fornire un servizio a nessuna ministra e nessuna istituzione, svelammo tuttavia quanto fosse forte il malcontento sollevato e quanto l’argomento fosse sentito in chiave nazional/popolare alla maniera in cui oggi, come potete vedere, viene declinato su canale 5.

Il filone “stupri etnici” e poi noi, anche se in modo totalmente differente, senza tuttavia rompere uno schema che legittimava paternalismi in corso d’opera, eleggemmo la questione della violenza sulle donne a Brand. Quel che agli esordi di quella che poi diventò una grande community online, ovvero Femminismo a Sud, non potevamo prevedere, o forse si ma non importa, era che il web, tanto insistere sul “fatti media”, “autorappresentati” e cose che avevano origine, parecchio ingenua, dall’attivismo, anzi, acktivismo su canali di informazione indipendente come Indymedia, sarebbe sempre più degenerato via via che molte persone, donne incluse, totalmente impreparate rispetto allo strumento, al mezzo tecnologico che usavano, si appropinquavano alla rete per la prima volta utilizzando quelle trappole infernali (scherzo!) dei social network.

Virale non corrisponde necessariamente a informazione di qualità. Anzi. Mettevi una figa infibulata in bella mostra e ci cliccavano su migliaia di persone vomitando insulti e con il cappio pronto per impiccare qualcuno. Pornomostruosità per pornoindignazione. La violenza sulle donne, che era già un brand e una bandiera elettorale di rondaroli, fascisti, piddine ultraistituzionali e sempre alla ricerca dell’aggravante o della norma censoria non richiesta, diventò materiale splatter, trash. Monnezza.

Fummo confuse, provavamo a tenere giù la barra dritta mentre arrivavano a frotte a dirci “castriamo lo stupratore” e “ci vuole certezza della pena“. Noi lottavamo contro tutto questo. Contro isteria collettiva e impazzimento generale che si esplicitava nel momento in cui una massa di deficienti razzisti andavano a dare fuoco ad un campo rom perché una ragazzina raccontò una bugia su un presunto stupro. Contro quelle che intervenivano sostenendo che la carcerazione preventiva sulla base di una accusa di violenza fosse un bene. Convinte sostenitrici di compagne messe alla gogna da amici degli amici degli amici di accusati per violenza, non perché ci importasse mandare qualcuno in carcere ma al fine di stabilire culturalmente almeno una verità, finimmo per trovarci strette e confuse tra fanatismi, tifoserie acritiche, innocentiste e colpevoliste, solo all’accenno di una notizia di stupro. Il medioevo in “difesa della dignità delle donne“. Non c’era analisi seria. Sembrava esserci una attenzione generale ma i toni attraverso i quali si parlava di donne erano sempre più paternalisti, autoritari, addirittura iniziarono ad esserci uomini e donne un po’ fasciste, che si sostituivano (lo fanno ancora) alle femministe libertarie, si autonominavano tali e appena tu osavi fare un post in cui parlavi della bellezza del dildo fai da te o di un postporno raccontato ad arte notificavano l’atto di scomunica e poi si autoassegnavano il patentino “femminista” doc (commento classico alla vista di una tetta e poi quel nick collettivo, FikaSicula, che suscitava tanta indignazione: “e voi vi dite femministe?” – “Of course! E tu da quale chiesa o convento sei scappata?”). Così tra un “a morte lo stupratore” e un “puttana lei che me l’ha data”, nel frattempo, sui media la donna stuprata continuava ad essere quella del “se l’è cercata” e l’ammazzata era sempre vittima di “delitto passionale”. Passione un par di ovaie.

Urgeva una riappropriazione della lotta, dell’abc di questa lotta, urgeva condividere strumenti di analisi all’insegna del copyleft (alla faccia di tutte quelle che tenevano stretti i copyright del sapere e del pensiero critico delle donne), liberare saperi ed esperienze e poi volgere una riflessione all’esterno, coinvolgere e alfabetizzare quella massa di donne presenti su facebook che, a parte fare like e condividi, di coscienza femminista non ne avevano proprio neppure un grammo, urgeva dire che al mondo esistono i femminismi e che non c’è nessuna donna che può parlare in nome di tutte le altre sovradeterminando lotte che invece dovevano essere sempre autodeterminate. Urgeva dire, per noi che arrivavamo da culture cyberfemministe e queer, che il corpo, il genere, non esistono, che sono costrutti culturali e sociali e che il riduzionismo biologico ci aveva rotto le ovaie. Urgeva dire, mentre procedevano spedite quelle che poi sarebbero diventate Snoq, che i fascismi con il femminismo non c’entrano proprio niente e che i razzismi idem e che non può esserci un “in quanto donna” (madre/italiana e vaffanculo) che pareva femminismo ma era cultura che arrivava dritta dritta dal ventennio di Mussolini. Non poteva esserci una massa di “donne unite” alla faccia dell’identità politica e della differenza di classe, come strumenti per distrarci dalla lotta per reddito, casa, istruzione, sanità, fine della precarietà. Urgeva parlare di legge 194 che nel frattempo ci stavano rubando e parlare di consultori e di lavoro, accidenti, precarietà e lavoro, e urgeva dire che bisognava la smettessero di saccheggiare le nostre lotte, la nostra fatica, e le nottate passate a elaborare, scrivere e progettare, le tante scarpinate e le battaglie per ottenere un solo cazzo di diritto. Bisognava che smettessero di farsi portavoce non elette di tutte noi, a egemonizzare culturalmente, a insistere sul concetto di natura e dire che noi siamo migliori e sante e tutte buone e madri e maledizione sembrava che non si trombasse mai.

Queste non sono femministe, sono suore, ci dicevamo, mentre arrivava il turno dell’ondata di indignate per ogni culo esposto in qualunque media, che se non era l’ondata delle Dworkin poco ci mancava (questa categoria, soprattutto web-militante sarebbe, arrivata comunque molto presto, ahinoi), e bisognava che smettessero di parlare anche a nostro nome data la loro enorme visibilità e la potenza mediatica della quale disponevano.

Dall’altro lato c’erano questi uomini incazzati che ci attribuivano esattamente tutto quello che noi non eravamo. Femminismo a Sud, nell’idea di origine, la mia, voleva essere una casa virtuale, un punto di riferimento solido, un luogo di femminismi e disertori, dove le differenze erano accolte, ascoltate, affinché potessero comunicare in una dialettica civile. E questo fintanto che non hanno deciso di scomunicare il nostro femminismo, poi il mio, era il percorso intero da fare. Ogni urlo, ogni rivendicazione, ogni lotta venivano condivise e diffuse. Femminismo a Sud intendeva essere spazio aperto e soprattutto il megafono, riuscendoci, molto prima che arrivassero i blog “istituzionali” delle aree “donna” delle varie testate online, creando un filone con un gran pubblico, che in termini di marketing era ovvio che sarebbe stato usato, confondendo le acque, ancora, intendeva dunque essere megafono dei collettivi, quelle realtà del movimento che non se le filava proprio nessuno e che tuttora vengono poste sotto silenzio. Ammettevamo per spirito di sorellanza perfino comunicati e scritti un po’ più filoistituzionali, che non condividevamo affatto. Dopodiché fu impossibile. “L’azione dall’interno” – come dire – non contemplava alcuna autonomia, esigeva piuttosto prove di sottomissione, pena la esclusione anche in toni offensivi (“siete le giovani… noi siamo le storiche”) di qualunque tua proposta politica. La modalità incontrata era parecchio dogmatica e ortodossa e inoltre tanta visibilità tu davi ad altre e tanta ne veniva negata a te. Non c’era reciprocità del riconoscimento. C’era soltanto chi decideva che esiste IL Femminismo contro tutti i Femminismi, ovvero quella enorme, rimossa, censurata, ricchezza di analisi, quella meraviglia di pensiero critico eterogeneo, i tanti femminismi diffusi in giro per il mondo. C’era soltanto un continuo saccheggiare di analisi ed energia, poi resi funzionali a strategie normalizzanti, per cui non ti dicevano neppure grazie. Non i collettivi o le realtà virtuali, non tutte almeno, ma le realtà più istituzionalmente riconosciute, eternamente in competizione a tentare di determinare un orientamento unico, pensiero unico, demonizzante di tutto ciò che a loro non somigliava.

Strette tra due fuochi, dunque, con questi tizi che non sapevano comunicare e ci dicevano che eravamo responsabili dell’universo mondo, e quelle altre che ci riconsegnavano in mano a paternalisti, patriarchi e tutrici che parlavano solo di conciliazione famiglia/lavoro e di “sicurezza” anti/immigrato. Così stavamo quando tutto cominciò.

e continua…

Ps: è una storia liberamente ispirata alla realtà. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale ed è utilizzato soltanto per necessità narrative. 

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Comments

  1. Che bello leggere queste cose…

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