Trombatrice Precaria

La Trombatrice Precaria va in trasferta

Se vi trovate in zone anglosassoni fate attenzione a chiunque si chiami Dick. Può capitare che in un pub c’è uno che s’apprisienta e ti dice che si chiama così. Poi tu lo ripeti e ride. Ovviamente.

La Trombatrice Precaria è una che però si tiene aggiornata e conosce le forme idiomatiche più sconce. Perché se il piatto piange ad un certo punto per trovare linfa e sustanzia bisogna pure emigrare.

Phil aveva l’occhio azzurrino e il ciuffo scuro. Beddu picciottu, di quelli che fino ai 25 anni sono efebi dai corpi con muscoli scolpiti e dopo un paio d’anni di happy hour nei bar a tracannare birra li vedi trasformati in barili ambulanti con le facce rovinate dall’acne tipico dell’alcolista.

Era sicuramente stato un gran conquistatore, a suo tempo. A me arrivò in versione cunzumatu e sproloquiante una serie infinita di minchiate. A dire la verità faceva la sua porca figura sdraiato sul prato inglese. Visto da dietro pareva un misto tra un hooligans e un armadio ottocentesco. E da davanti assumeva quasi forma umana.

Bel sorriso. Irlandese d’origine. E per fortuna che parlava l’anglobritannico perché quando si mettono a parlare in dialetto stretto, uguale agli scozzesi, non ci capisco un cazzo.

L’incontro fu del tipo “siciliana? ah… mafia…“. Mafia, ‘sto par di ovaie, volevo tramortirlo con una frase in palermitanazzo verace ma sono certa che sapete che tradurre lo slang palermitano in frasi comprensibili in lingua inglese non è assolutamente vincente. Questi qui non capiscono la nostra cultura, se ti dispiace per la morte di una vittima di mafia ti chiedono se era un tuo parente, figuriamoci se li costringi a decodificare il palermitano.

Avrei voluto rispondere “Irlandese … ah Ira” poi però ti ricordi delle carceri britanniche e della Thatcher e pensi che non sia meglio infierire. Oltretutto la mafia non è mai stato un movimento di resistenza a niente.

Gravemente impensierita da queste riflessioni sulla politica estera lasciai intendere che io fossi atea, senza alcun credo. Tanto per mettere in chiaro che non propendevo per nessuna chiesa. Ché in viaggio per il mondo, come ti muovi e ti muovi, e non si può mai sapere. Allora mi invitò a fare un giro e finimmo in un locale in cui all’ingresso c’era un tizio nero ancora più largo e alto di lui. Misure standard alle quali bisogna abituarsi senza sviluppare alcun senso dell’inferiorità.

Ci accomodammo su un divano e mi offrì da bere. Mi disse che ero veramente assai elegante. Pensai che mi stesse prendendo per il culo perché avevo un jeans e una maglietta chiara, più un maglioncino che mi portavo dietro per l’umido serale che da quelle parti non manca proprio mai.

Mi resi conto poi che era molto serio perché le donne circostanti indossavano un abbigliamento strano, direi tamarro, accostando colori improbabili, sfidando le più elementari leggi dell’equilibrio cromatico. Una signora con un culo segnato definitivamente da un pantalone giallo canarino con i pois viola è qualcosa che può traumatizzarti per tutta la vita.

Quando mi mise la manuzza che equivaleva al mio avambraccio, tutto intero, proporzionato al suo piede misura, credo, 56, in mezzo alle cosce, pensai che dovevo dargli una regola sulla misura standard alla quale ero abituata. A me già bastava un suo dito, e figuriamoci se potevo tollerare l’altro muscolo.

Non ci vedeva nessuno, ma feci la preziosa e dissi, timorosa del fatto che lì non avrei saputo gestire quell’incontro, che le siciliane gradiscono fare sesso nell’intimità. Sputatemi più tardi per aver disseminato stereotipi cretini. Intanto dovevo pur fornirgli una spiegazione. La settimana prima avevo letto che una coppia che scopava in metropolitana era stata arrestata per atti osceni in luogo pubblico. Ci mancava solo che finivo nelle carceri a sperare che qualcun@ facesse un film su di me intitolato Nel Nome della Trombatrice Precaria.

Uscimmo pomicioni e per raccattare una mia tetta mi teneva sollevata con l’altra mano. La normoaltitudini e il gigante. Una mia tetta, pur decentemente proporzionata al resto, spariva sul palmo della sua mano.

Ruzzolammo lungo i vicoli in cui ogni zig zag e curva e striscia pedonale era occasione per fargli pensare che quello fosse il posto giusto per trombarmi. Dopo qualche minuto mi teneva in braccio, cavalcioni, con le sue mani a reggermi sotto al culo, mentre slinguazzavamo.

Quando finalmente arrivammo – credo – nel posto dove lui dormiva avevo già compreso che non ce la potevo fare. No no, tesoro mio, quel coso dentro di me non entrerà davvero mai. Neppure in bocca, non ti credere. La vedi la mia apertura labiale? Se amplio un altro po’ si rompe tutto irreversibilmente.

Ed era la prima volta che dire ad un uomo “ce l’hai veramente grande” sembrava una condanna. Lui mi guardava in modalità preghiera. Mi disse intanto che mi avrebbe fatto godere. E io apprezzai che un dito e una leccata mi fornì l’essenziale in pochi secondi netti.

Con superfici ampie da utilizzare alla scoperta delle mie zone erogene non puoi sicuramente sbagliare. Anche se per errore si dedicava ai confini della terra non più vergine ad ogni modo ci arrivava uguale. Poi fu la volta, pattuita, in cui toccò a me dargli piacere.

Gli dissi che avrei potuto tentare una azione congiunta mano-bocca, però fermandomi in superficie. Dopo un paio di secondi mi resi conto che la sua punta aveva la dimensione di un maxi cono gigante, solo che una leccata laterale non lo smussava ed era come un gelato che non finisce mai.

Le mani, tutte e due perché una sola non bastava, furono la migliore scelta. Nel momento del bisogno se sei una Trombatrice Precaria come si deve metti a disposizione tutto quello che può stimolare la fantasia del tuo partner.

Provai a ospitarlo tra le tette ma le mie tette finivano come due occhi strabici, una a levante e una a ponente, definitivamente separate dalla muraglia. Allora andai di cosce. E’ pur sempre una strettoia. Io creo confini e tu vai su e giù. E se sei bravo non mi fai venire un eritema.

Dopo dieci minuti di lavoro pesante ero quasi rassegnata che non ce la facesse più. Poi ad un certo punto mi diceva “Fuck… fuck… fuck…” e io tra me e me pensavo “minchia, si, ti stai futtiennu… che altro devo fare?“. Quando arrivò a compimento il diametro di larghezza gli si ammosciò tutto e quasi scomparve in mezzo alla sua massa stropicciata.

Io non capivo più comm’eru cuminata. Mani infradicite di passione, cosce con i crampi muscolari, salivazione in esaurimento andante. Però quando sorrise mi sembrò di capire che gli fosse piaciuto.

Allora confessò qualcosa tipo “non lo facevo da tanto tempo…“. “E vogghiu vìriri unni ‘a truvavi una con la mia pacienzia…“. E’ che sono una persona estremamente educata e se mi fai un regalo io poi ricambio. Però, ‘sti cazzi, poi ho riflettuto molto. Sull’uso della lingua, in generale, sul fatto che quel che ti pare tamarro in casa tua altrove te lo pigli, sul fatto che non riconoscere perfettamente la collocazione sociale di un individuo ti fa approcciare soggetti che sennò manco li cagheresti mai.

Bando agli stereotipi e ai pregiudizi. Chiese se avesse mai potuto rivedermi. Risposi “noi siciliane andiamo a letto con quelli che superano il metro e novanta solo una volta nella vita… dopodiché ci è proibito…“. Perché certe volte far finta che il clichè di coppole e lupara e femmine eternamente a lutto in abito nero sia vero è una risorsa. Giuro che lo è.

NB: Trombatrice Precaria, è un personaggio di pura invenzioneOgni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

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