Antiautoritarismo, Comunicazione, Culture, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

Tra un tentato #politicidio e la rimozione istituzionale della rabbia precaria

Com’è quando la terra ti crolla sotto i piedi, le certezze svaniscono e tutto quanto va in frantumi? Come si sente una persona che viene buttata via dal mondo del lavoro, non riesce a fare fronte alle sue spese, non può neppure restare nella stessa città in cui sta suo figlio e perfino gli affetti vanno in malora? Com’è tornare al paesello, dai genitori, sentendoti magari un po’ fallito, maturando rabbia che giorno dopo giorno si accumula, senza sapere quale sia la direzione verso cui dirigerla? Com’è fare il manovale e chiedere i soldi alla mamma per andare a Roma a sparare davanti a Palazzo Chigi? Quante sono le persone che in questo momento vivono più o meno le stesse circostanze?

Che Luigi Preiti abbia concorso o meno alla condizione che viveva, qualunque sia stata la sua scelta, quel che di fatto emerge è la necessità da parte dei media e del mondo politico di archiviare questa faccenda come “il gesto di un folle”.

Se avessi i numeri certi io ve li direi ma ho seguito un po’ la stampa e quel che so è che i Luigi Preiti solitamente si impiccano in silenzio, si danno fuoco in via dimostrativa davanti una sede istituzionale, prendono a pugni l’immigrato accusandolo di avergli rubato il lavoro, istigati da xenofobi parassiti di conflitti sociali che buttano benzina sul fuoco, si sparano dopo aver sterminato tutta la famiglia, scelgono tra violenza a se stessi e violenza privata. Avesse ammazzato la ex moglie, il che in certi casi può accadere (anche qui l’istigazione all’odio irrazionale contro le donne ha un suo perché), possibilmente una donna coraggiosa, una tra le tante, di quelle che si svegliano la mattina e non piangono, non hanno tempo, con un figlio da crescere e soldi da recuperare per dargli da mangiare, l’avrebbero liquidato opportunamente come un “femminicidio“, concetto usato – assieme al “purché sia donna” – come arma di distrazione di massa, volendo sommare tutti i delitti che riguardano le donne ad un unico fenomeno sociale quando in realtà la motivazione economica di certi delitti, volontariamente rimossa, è fortemente presente in molte tragiche situazioni.

[Parentesi: ricordiamocene quando si insiste in concetti come “la stabilità della famiglia” con le donne costrette per “natura” a svolgere il ruolo di cura, in casa, a dover rinunciare al lavoro, dove la soluzione scelta è quella di rendere dipendenti economicamente le donne e rinsaldare le famiglie usate come unico e solo ammortizzatore sociale esistente. Ricordiamocene anche quando la vista di corpi sensuali di belle donne, ovunque, diventano una sorta di “psicofarmaco sociale”. Chiusa parentesi.]

La responsabilità del gesto è di chi lo compie, non ci può essere alcuna giustificazione, nessun appiglio per chi cerca scuse  per dare liberamente sfogo alla propria rabbia espressa in forme inaccettabili, distruttive e dannose per affetti o estranei. Non è giustificato immaginare che ci sia un responsabile reale o simbolico del proprio malessere e sparare. Non si può fare apologia di un delitto innalzando soggetti del genere a figure eroiche.

Perché anche ritenere che un singolo politico abbia una qualche responsabilità oggettiva nella propria disperazione – si – non è per niente eroico ed è da folli. Lo è quando vai a beccare il tuo ex datore di lavoro per fargliela pagare. Lo è quando ti metti a sparare ferendo passanti e sconosciuti. Lo è perché quella non è una risposta politica. Non è neppure capacità di reazione. E’ anzi l’espressione della passività più assoluta. E’ comunque quello che precede un suicidio. E’ una non-azione che si svolge entro lo schema fisso di ruoli che un sistema che neppure ti ritiene “soggetto” ricava per strumentalizzare, espellere, rinchiudere e archiviare quelli che “non ce la fanno”.  Non è perciò una risposta politica. Non è neppure rivoluzione. Si chiama dunque in un altro modo.

Però al contempo rimuovere tutti questi segnali, addebitarne la responsabilità morale a chi tenta di dare risposte politiche a tutto questo, a chi accoglie, orienta e dirige la rabbia nelle piazze, affinché nessun@ più avverta la solitudine sociale, affinché si sappia che la lotta è un elemento essenziale che ti consente di non sprofondare in quel nulla che ti porta a brutte cose, è secondo me di una miopia assurda.

Miope e grave è la repressione ordinata per le strade contro lavoratori e disoccupati che organizzano una protesta e che in cambio ricevono manganellate o spari da parte delle forze dell’ordine, esecutori materiali della volontà di rimozione sociale e politica del disagio di tantissime, oramai, troppe persone. Miope e grave è usare carcere, sedativi e Tso alla maniera in cui Foucault definiva la società in cui “sorvegliare e punire” è il mezzo di controllo sociale.

Miope è reagire come se bisognasse fare quadrato contro il terrorismo e fingere che la democrazia sia sotto attacco per giustificare altra repressione e risposte istituzionali in cui si richiama alla “compattezza”. Perché il “nemico esterno”, il popolo folle che può venirti a sparare sotto il palazzo dove i politici stanno rinchiusi senza avere alcun contatto con la gente, proprio così come è avvenuto per l’elezione del Presidente della Repubblica, ha una enorme utilità per fare sentire tutti, grillini inclusi, fortemente vulnerabili.

Così si usa il gesto di un disperato, oramai vilipeso dalla stampa in tutti i modi, che ha compromesso vite che pagheranno le conseguenze di quel gesto, per rinsaldare poteri, normalizzare il dibattito politico e affidare ai grillini lo stesso ruolo che tanto tempo prima veniva affidato alle sinistre critiche, ove parlare con le persone, raccogliere la loro rabbia sociale, avere il diritto di girare per le piazze del potere senza temere insulti e lanci di monetine, diventerebbe rischioso per le istituzioni.

Non ci lasceremo intimidire” – tuona il presidente Napolitano dall’alto della sua inattaccabile credibilità. E chiedo, con tutto il rispetto, non vi farete intimidire da che? Da un disperato? Dai tanti disperati che esistono e ai quali nessuno offre risposte? Basta questo a deresponsabilizzare tutta la classe politica? Basta questo ad assolvere quanti hanno semplicemente pensato ai propri interessi derubando tantissime persone di speranze, futuro, presente, lavoro, reddito, casa, dignità? Basta questo a giustificare il fatto che siamo ridotti, fuori dai palazzi del potere, a suicidarci, a farci la guerra tra poveri, a urlare idiozie che ad alcuni fanno guardare con sospetto l’immigrato povero, la ex moglie che tira a campare, l’ex marito che non ce la fa più, il collega che per due euro di stipendio fa il delatore con il capo, il vicino che ti ruba la corrente, la bottegaia che ti vende un chilo di pane a peso d’oro… basta questo a giustificare il fatto che qui fuori, noi umani, siamo persi e tentiamo tutti di sopravvivere tenendo in vita sprazzi di solidarietà umana, dove l’egoismo regna sovrano e dove non si riesce più neppure a parlarsi con serenità senza massacrarsi l’un l’altr@ per i motivi più sciocchi e privi di buon senso?

No. Non basta questo. Bisognerà capirlo che la società implode, che non siamo noi, precari, disoccupati, il nemico. Che a fronte di un Luigi Preiti ci sono tantissime persone che tengono duro, vanno avanti con fatica, superano i drammi con ironia, lottano, scendono in piazza, fanno sentire che esistono, e non per questo sono migliori di Luigi Preiti. Non sono più capaci, più “ragionevoli”, non sono neppure meno disperati. Sono più “comodi” per i processi di rimozione collettiva. Più comodi per la politica, per i ministri che domani potranno continuare a consegnare l’Italia alla Bce fottendoci ogni soldo e ogni piccolo diritto che ci è rimasto. Più comodi per tutti quelli che hanno smantellato e continuano a smantellare lo stato sociale. Per chi promuove la sanità privata, l’istruzione privata, l’acqua bene privato, l’aria bene privato, mentre noi, maledizione, paghiamo e continuiamo a pagare e se non riusciamo a farlo non troviamo nessuno disposto ad ascoltarci.

A qualcun@ è mai venuto in mente di smettere di manganellare, usare gente in divisa, che certo si lascia convintamente usare, per tenere a freno la disperazione, trattandoci da zombie che attentano alla città dei vivi? Vi è mai venuto in mente di ascoltare le ragioni di chi scende in piazza? Quelle di chi se non l’ascolti poi prende la benzina e si dà fuoco? Quelle di chi va in giro armato di pistola e dopo aver compiuto una strage poi se la punta addosso e muore? Ai media è mai venuto in mente di smettere di chiamare “terroristi” coloro i quali vanno in piazza a rivendicare diritto a lavoro e reddito, criminalizzandoli ancora prima che essi possano dire o fare qualcosa?

Chi è più pazzo tra chi spegne l’interruttore della dialettica pubblica e politica ed economica con le persone in difficoltà, trincerandosi dentro i palazzi dove ti elargiscono 15 mila euro al mese, alla faccia nostra, di chi stenta a campare, e chi prende una pistola? Dov’è esattamente la follia? In quale preciso momento si scatena? Cosa bisogna fare per prevenire? Quando si ragionerà di diritti? Diritto al reddito garantito, al lavoro, alla casa, alla sanità, all’istruzione, ai beni comuni?

Siete lì che ci tenete sotto scacco, a prenderci in giro, mentre vi dispiacete per violenze altre e nessuno muove un dito per una violenza che viene subita ogni giorno da tantissime persone, quella economica. Questa è un’emergenza. E se non lo capite siete ottusi. Se neppure quello che è successo davanti a Palazzo Chigi vi fa pensare, il distacco tra istituzioni e “popolo” è totale. Perché la discussione deve di certo avvenire su un altro piano ma è evidente che, semmai ci avete rappresentato, comunque, adesso, non ci rappresentate più. Ed è questo è il punto.

Vi siete fatti fuori da soli, voi, i politici. Un suicidio di massa. Molto prima che qualcuno tentasse di premere il grilletto contro di voi. Siete già morti, con buona pace di Grillo che questa cosa la dice da tanto tempo e che sia adeguato o meno, lui e i suoi, ad affrontare tutto questo con un minimo di consapevolezza e razionalità, comunque sia, ‘sti cazzi se non aveva ragione.

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