Contributi Critici, La posta di Eretica, Violenza

Quando #violenzasulledonne sta per brand e non è vicina alla nostra realtà

Ricevo da Francesco e condivido qui una sua riflessione su quanto la questione della violenza sulle donne sia trattata, a volte, non in termini di personal/politico ma come teoria recepita da una narrazione che poco ha a che fare con la realtà che viviamo tutti i giorni. Sarà per questo, forse, che poi c’è una differenza consistente tra chi di violenza parla per sentito dire e chi invece l’ha vissuta. Personalmente non posso dirmi tanto fortunata da non aver conosciuto attorno a me persone che vivessero questioni di violenza, ma capisco quel che dice Francesco quando parla del fatto che la descrizione che di tutti gli uomini si dà è spesso lontana dalla realtà. Perciò, nella consapevolezza che la violenza di genere esiste, lo so, l’ho vista e la conosco, vi invito a confrontare le cronache con la vostra vita. Ditemi se i vostri partner, mariti, fidanzati, amici, padri, conoscenti, sono davvero così trogloditi come vengono descritti nella loro totalità o se piuttosto non sono persone autonome che non hanno alcun bisogno di sottomettere una donna per esistere. Dal personale al politico, ché d’altronde è giusto questo il femminismo. Violenza, si, ma violenza dove? La vivete? Ne parlate e basta? Di che violenza si tratta? Buona lettura!

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Leggo, sul profilo di una carissima amica libraia, alla quale voglio davvero bene, questo commento:

Sarà la quinta persona che, nelle ultime settimane, entra in libreria per ordinarmi libri che trattano di violenza sulle donne. La cosa triste è che sono tutte persone che devono fare un “regalo” a figlie o amiche che, in qualche modo, subiscono delle violenze in casa. Allora mi sono andata a leggere degli articoli sull’argomento. Le cifre sono sconvolgenti, secondo uno studio dell’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) il fenomeno del maltrattamento alle donne avrebbe assunto dimensioni preoccupanti. Sempre più donne subirebbero violenza di ogni tipo, ma senza denunciarla. Nel 2012 sono state uccise 115 donne, di cui 73 dal proprio partner.
Nel 2011 ne sono state uccise 127.
La media italiana delle morti violente di donne negli ultimi anni è stata di 120 l’anno. Se non volete farlo per voi stesse, fatelo per chi vi vuole davvero bene: DENUNCIATELI.

E rifletto.

1 Ma dai, davvero? E te ne accorgi solo adesso? Strano, con tutte le persone che conosci, non ti eri mai imbattuta nel fenomeno? Non ci sarà mica qualcosa che non torna? Forse, le “amicizie” che oggi coltiviamo non sono niente, nessuno parla davvero con nessuno. Forse, nessuna amica alla quale è capitato te lo ha mai raccontato; non è mai andata al di là dei commenti allineati su FB senza osare parlare davvero. Forse, regalare un libro che va di moda non è un buon approccio ad un argomento così aberrante, no? O forse, gli uomini che frequenti sono così lontani da una porcheria del genere che davvero non è un fenomeno che ti circonda. Conosco alcuni uomini che conosci, e so che nessuno lo farebbe mai. Conosco alcune donne che conosci, e so che nessuna vive in casa propria questo terrore. E sono tante e tanti. Vivo le amicizie con profondità, so chi siamo. Forse sarebbe ora di cambiare la definizione di violenza, al di là di quella fisica, ed ecco che allora affiorerebbero altre realtà, altre dinamiche, e ti assicuro che con le campagne di diffusione c’entrano ben poco, non le trovi nei libri. Se davvero vuoi aprire gli occhi, ci sono tanti modi. Uno è sicuramente quello di allenarsi a riconoscere la violenza, al di là di quello che ti dicono sia. Ovunque si annidi, qualunque faccia abbia, chiunque la metta in essere, senza nome e senza sesso. Pensa, una donna vittima di violenza nella tua famiglia, tra le tue amiche, e tu che fai? Le regali un libro sull’argomento. Forse un manuale le può servire, ti dirai. Così, leggendo quello che per altre è violenza imparerà a riconoscere la propria, a vedere se corrisponde a quella altrui ed acquisisce lo status di violenza, o se invece non c’entra nulla e quindi forse non è violenza. Eh, già, ad una vittima di violenza serve una Garzantina, peccato non aver potuto fare lo stesso nei lager. Un bel libro sulla violenza nazista a Primo Levi, che notoriamente ne aveva bisogno per sapere se era vittima o no. Cosa può servire di più, alla vittima di turno, una persona che la ascolta o l’ultimo libro che le spiega cosa sta subendo?

2. Non sarà che te ne accorgi perché c’è una (sacrosanta quanto magnificamente fruttuosa) campagna di diffusione della consapevolezza del fenomeno? Temo che questo sia davvero il punto. Ascolti i tuoi simili solo attraverso le campagne o giorno per giorno nella tua vita? Ho tanta, tanta paura che queste campagne siano fatte proprio per te, per voi, che ovviamente già per conto vostro condannate la violenza. Forse aspettate che ve la servano i media, con tutte le storture che si portano dietro; paradossalmente, essendo già voi i soggetti “consapevoli” e che condannano. Forse, visto che ai violenti di queste campagne non frega niente, sono fatte proprio per voi. Serve davvero un gran battage per farvelo sapere? E allora, non sarà che ci innamoriamo delle cause sociali solo quando ce le forniscono bell’e cotte e condannate a puntino? Ché fare lo sforzo di condannarle o assolverle o discuterne o capirci qualcosa a modo nostro, ognuno con i propri distinguo e pesi, ognun@ confrontandole con la realtà che l@ circonda, alla quale guarda un po’ non si attaglia per niente la definizione data, perché l’uomo che frequenti non è sessista, la donna che frequenti non è vittima né santa, o forse si, e solo tu puoi saperlo e dircelo, è cosa impegnativa e tutto sommato chissenefrega. Non cadere in questa trappola, non parlarcene con le parole di altri, ché ce le troviamo da soli tutti i giorni tra le palle. Non raccontarci il mondo con parole non tue, non raccontarci quello che altri pensano, non ti aggregare; fai questo benedetto sforzo di capire le persone che vivi, fai a modo tuo e dicci quanto sono violente secondo te. Se lo sono.

3. Uomini, a proposito di violenza sulla donna, vediamo se avete il coraggio di osare puntualizzare qualcosa, parlare della benché minima contraddizione, contestare qualcosa o staccarvi dalla massa di maschi maiali o consapevolmente femministi. Volete fare distinguo o raccontarci che la violenza di genere si alimenta della battaglia tra i generi?  Volete confrontare statistiche, capire da cosa nasce questa violenza, quanto appartiene al genere umano anziché ad un sesso, volete raccontarci che se non la smettiamo di ragionare in termini di genere=colpevole non ne usciamo?

Bene, peggio per voi. Oggi del fenomeno se ne parla come comandiamo noi; decidiamo noi come parlarne.

Volete passare per maschilisti? Magari! Ben venga, acqua al nostro mulino! Se accettate di rientrare nella massa dei porci-maschi-sciovinsti-padriRe padroni-sfruttatori-di-noi-donne-che vi-laviamo-i-calzini, inutilmente ma così piacevolmente pentiti, beh, siete pronti per la rieducazione e tutto sommato ci piacete di più; Se invece non lo accettate, guai a voi! Allora, o siete davvero dei violenti o siete dei negazionisti, volete far rientrare lo schifo per continuare ad opprimerci e sottometterci. Comunque, maschilisti; visto che un uomo non sarà mai abbastanza femminista. O è maschilista, o tenta appena di imitarci; un uomo più femminista di noi? Ma quando mai?

Si sa, un uomo, in quanto uomo (e guai se ci dice che noi donne, IN QUANTO DONNE…) ha pochi neuroni e non sa fare due cose insieme: amare e rispettare. Si sa, l’omo non solo ha da puzzà, ma deve anche accettare di essere preso per il culo per questo, e se dice di non puzzare, beh, o non ha autoironia o racconta balle; o se non puzza non è uomo.

Lasciate noi donne a preoccuparci per cosa prepararvi per cena, anche se a voi non passa neanche per la mente che sia compito nostro. Anche se voi quando tornate a casa state già pensando a cosa cucinare e magari avete fatto pure la spesa senza la nostra lista. Non ci togliete quel sottile piacere della lamentela e del ruolo già preconfezionato, ché è così faticoso essere individui autonomi ed inventarsi il proprio, la propria coppia, quella che nessuno tranne noi capirà perché unica. Per favore, lasciateci almeno il piacere di crederci anche noi oppresse come negli anni ’50 ma emancipate e consapevoli, ché fa tanto ventunesimo secolo. E chi mai saprebbe come relazionarsi con un uomo del ventunesimo secolo, che non si sogna neanche di avere una donna oppressa e sottomessa come compagna?

3. Quest’anno, va di moda la violenza sulle donne; si, avete capito bene, va di moda. Si vede che negli anni scorsi eravamo occupati da altre mode, e chissenefrega se la gente si massacrava pure prima o se lo farà anche domani. Lo scopo non è farla cessare, lo scopo è camparci sopra. Tutti sotto a farne commercio, sfruttiamo la corrente, dalla TV ai libri ad internet, dedichiamogli Miss Italia, dopo Sanremo, facciamo una bella dichiarazione dal palco di San Giovanni. Trituriamolo per bene, questo argomento, mastichiamolo, spremiamolo e digeriamolo (non abbiamo fatto lo stesso con Arrigoni, restiamo umani? Chi lo dice più?). Che si svisceri una volta per tutte, che si suggelli l’emergenza da Vespa; poi, mi raccomando, passiamo ad altro, ché è così faticoso capire il mondo che preferisco mettermi il braccialetto di fili colorati o la sciarpa annodata come la cravatta quando li vedo al/la mi@ vicin@ di casa o in TV. Perché da sol@ che ne so quando è il momento migliore?

Sarei curios@ di sapere cosa ci riserva l’estate 2014, una volta passata questa moda; e l’anno prossimo tutti giù di nuovo ad ammazzarsi in pace, e se ne parlerai ancora, eccheppalleancoraconlaviolenzasulledonne? Roba da 2013… sveglia!

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3 pensieri riguardo “Quando #violenzasulledonne sta per brand e non è vicina alla nostra realtà”

  1. Allora, io ho vissuto la violenza in casa, per quanto fosse una situazione di tensione continua per certi periodi che solo a volte è sfociata in qualcosa di violento: ricordo una volta che da piccolo urlai tantissimo e un’altra in cui mio padre tirò una lampada a mia madre e la prese in volto, facendole uscire del sangue. Una notte intervenni di persona per fermarlo, fu tremendo anche perché ero cresciuto abbastanza da potergli fare del male io stesso, e credo che in un certo senso sia stato uno spartiacque. Mio padre in certi periodi faceva uso di eroina, la cosa non gli ha impedito di lavorare e di pensionarsi, mia madre lavora tutt’ora. I soldi li ha sempre gestiti lei, bollette e pratiche idem, esce quando vuole con le amiche per andare a ballare o in giro. I litigi arrivavano nei momenti di astinenza di lui credo, e la scena classica era che lui andava a dormire e mia madre cominciava a dire ciò che non andava, poi tornava e aumentava la dose, poi ancora, poi lui sbottava e diventava violento. Così per anni. Poteva capitare una volta ogni due tre mesi, ma io a un certo punto vivevo in costante allerta, era sempre in ascolto per captare il minimo suono. Dormivo al piano di sopra, dai miei nonni, e la sera era uno strazio ascoltare la televisione con un orecchio attento a cosa poteva succedere, e anche il semplice lavaggio dei piatti era uno strazio. Ero sicuro solo se mio padre faceva la notte. La “svolta” è stata la depressione di mio padre: forse è brutto dirlo, ma per me è stato un bene, è diventato così malato da essere innocuo. Certo, mia madre non ha avuto un buon matrimonio, e non è mai riuscita a divorziare, sperando che lui potesse cambiare. Non so in che modo centri la violenza di genere. Mio padre non ha avuto una buona educazione affettiva, pur avendomi trasmesso il piacere della lettura e il rispetto per gli altri, per i deboli, non era in grado di aprirsi con mia madre, non sopportava il peso delle parole, non la considerava e non la valorizzava. Non ha neanche amici. Io non so in che modo mi ha segnato questa esperienza, non avendo avuto relazioni con le ragazze. Sono estremamente sensibile, quasi perfetto dal punto di vista dell’apertura mentale e del rispetto altrui, ma non so come sono veramente. Soffro molto la gelosia per un’amica di cui sono innamorato, ma sono in grado esserle amico quando lei vuole e so stare al mio posto. Riconosco però di avere quantomeno un problema nel senso che mi lego fortemente e non riesco a pensare ad altro.

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