Malafemmina

Pensieri sovversivi: la rivoluzione non può attendere!

Ieri sera avevo bisogno d’aria e ne ho trovata tanta su faccialibro. Comunicavo che “qui c’è l’atmosfera da foglie e organi genitali cadenti. L’autunno dei corpi. Tutti piantati in piscina. Li vedo che tentano di prolungare le vacanze e l’abbronzatura con fissanti simili al calcestruzzo.” e subito si sono materializzate tante belle persone che hanno condiviso con me quel momento, quella sintesi, quel bisogno d’aria pura.

La discussione si è evoluta in altre direzioni perché alla fine si finisce per parlare di quello che ci preoccupa di più: lo studio, la precarietà, il futuro.

Qualcun@ parlava di studio e obiettivi e io rispondevo da persona che ha già in tasca quei titoli e che sa bene come sia avvilente e tremendo togliere speranze a chi ancora ne ha prospettandogli un futuro per niente roseo.

Le domande sono sempre le stesse:

mi è servito studiare? a cosa? a me stessa, senza dubbio, ma in concreto, quali opportunità ho ricavato dopo tanti anni di sacrificio? un doppio lavoro al bar? piccoli incarichi per realizzare qualcuno dei miei obiettivi? un lavoro di animatrice in un villaggio turistico?

E siccome questo è il presente che risalta enormemente agli occhi di chiunque, incluso quelli e quelle che ancora stanno studiando, io non vorrei essere nei panni di chi studia ben sapendo ciò al quale andrà incontro.

Ne viene fuori una o più generazioni ciniche, disilluse, amareggiate, piegate e deluse, con mille speranze uccise e tante risorse sprecate. Un vero delitto. Un omicidio di massa. Un genocidio. Ammazzare i giovani per continuare a dare la pensione ai vecchi.

Ma non è neppure così, perché quei vecchi la pensione se la sono guadagnata. E’ ammazzare i giovani per continuare a fare arricchire pochi soggetti in tutto il pianeta. E’ un problema di differenza di classe, di distanza con la casta, di separazione di ceto, di imperatori, servi e plebe. Di schiavitù vera e propria dove l’istruzione non è affatto un discrimine per creare delle opportunità. L’istruzione, semplicemente ci rende consapevoli di quello che stiamo vivendo e ciò nonostante non riusciamo a ribaltare nulla, siamo ostaggio di gente inetta, di mediocri che gestiscono i nostri soldi, il nostro destino, il nostro presente e futuro, e non riusciamo a liberarci dei nostri sequestratori.

Continuiamo a pagare un riscatto dopo l’altro e quando all’improvviso qualcuno di noi si decide a scendere in piazza e gli scappa la pazienza viene chiamato “terrorista”.

Non sono di certo la prima (e non sarò l’ultima) a dirlo. Si tratta di una enorme presa per i fondelli. Centinaia di migliaia, anzi, milioni di persone prese per il culo da gente senza scrupoli che dimostrano, laddove ve ne fosse bisogno, che la cattiveria esiste e che i cattivi sono viscidi, biechi, ambigui, fondamentalmente stronzi e si nascondono dietro finte democrazie per continuare a dare a noi la colpa di quello che non ci viene concesso.

Uno sterminio di massa, operato con criterio, dedizione, con assoluta costanza, che fa quadrare il cerchio di una casta di zombies, morti viventi, che continuano a succhiare il nostro sangue e continuano a definire noi “parassiti”.

Non sono giovanissima, e sto per uscire fuori dal mercato delle appetibili sul mercato del lavoro. Tra poco non esisterò neanche più. Sarò niente, un nulla, un numero come altri che non compaiono neppure nell’elenco di soggetti contabilizzati alla previdenza sociale, perché di previdenza, nel sociale, non ce n’è neppure una briciola.

Come tante altre persone sono abbastanza stanca di arrabattarmi tra un lavoro e un altro per sopravvivere, per garantire a me stessa un minimo di autonomia. Non mi sono mai sentita una parassita, neppure quando studiavo, perché mi era stato detto che lo studio era un investimento personale e sociale, collettivo. Le mie consapevolezze sarebbero diventate una ricchezza per tutti e per ironia della sorte lo diventano perfino adesso, mentre metto in condivisione una consapevolezza dopo l’altra ad uso “personale e collettivo” su questo blog. Perché quelle come me in fondo non hanno mai tradito quel patto. Hanno mantenuto fede all’accordo che ci faceva accedere ad una risorsa pubblica, sempre più privata, quale è stata e dovrebbe essere l’istruzione.

Non sono una parassita e non lo sarò mai, si spera, neppure quando sarò molto malata, in fin di vita, e se ministri e cattolici vorranno tenermi in vita perché io possa continuare a realizzare Pil (prodotto interno lordo) facendo arricchire chi specula sulla sanità, dovranno paralizzarmi finanche l’alluce perché se anche solo avessi quello disponibile lo userei per tirarmi un colpo in testa.

Che destino ha una persona come me? A parte quello di sperare di trovare piccoli o grandi assembramenti di donne, persone come me che si accamperanno alla meno peggio, come nei migliori film di fantascienza, dove il mondo del the day after è fatto solo di fame e di legami umani che fanno da collante.

Dovrò penare ancora per lavorare, finché non ci saranno lavori altri per me perché ci saranno altre più giovani che giustamente vorranno tentare di esistere. Poi dovrò aver cura dei miei genitori che avranno bisogno di me, uno ad uno, e non potranno contare su nessuno a parte chi gli è più prossimo. Poi sarò vecchia e stanca e non avrò una pensione, non avrò niente e sono certa che prolifererà il mercato delle armi in nero, fosse anche veleno per topi, perché mi toccherà ingerirne una quantità infinita per non finire come quei cadaveri che muoiono soli in appartamenti chiusi, possibilmente sottoposti a sfratto, e dei quali i vicini si accorgono dopo un mese dall’avvenuto decesso solo per la puzza.

L’alternativa sarebbe quella di beccare un partner, consegnargli la mia precarietà, farmi consegnare la sua, fare gli idioti e immaginare che produrre qualche grammo di prole possa farci apparire più meritevoli di qualcosa a partire dai grandi raggruppamenti alla family day che ti dicono che se fai un figlio sei ok salvo poi lasciarti nella merda perché sono cazzi tuoi, penare ancora non solo per se stessi ma anche per i figli e poi restare in vita, obbligatoriamente, perché ammazzarsi liberamente a quel punto sarebbe un lusso, un “atto di egoismo”, così lo chiamerebbero.Sempre che non ci pensi lui, il partner, che a quel punto avrò sfanculato abbondantemente perché a parte la precarietà non avremo molto altro da dirci e condividere, a spaccarmi la testa e a farmi inserire d’imperio nelle statistiche delle morte ammazzate per mano di un affettuosissimo marito.

Diciamo che di prospettive, più o meno romantiche ne rintraccio poche, e in giro vedo gente completamente fuori di testa, persone che non hanno ponderato niente, che non si assumono la responsabilità delle scelte che fanno, che danno la colpa agli altri (ma quali altri?) delle cazzate che combinano e se la prendono con tutti meno che con quelli che li tengono con il cappio al collo pronti a stringere se non pagano una rata, il mutuo, una bolletta, qualunque cosa.

A voler ragionare davvero in modo cinico diciamo che se davvero dovessi darmi all’imprenditoria, come suggeriscono certi burocrati un po’ scemi, dovrei fiondarmi nel campo delle armi di distruzione di massa, dalle fionde alle pistolette per farsi saltare il cranio, perché credo sia questa la soluzione che tanti troveranno per se’.

E di speculatori delle disgrazie altrui è pieno il mondo quindi è probabile che persino quel mercato sia già saturo, senza contare quelli che approfittano della condizione di bisogno degli esseri umani, dopo averla indotta o aver impedito che si emancipassero da essa, per creare liste di gente buona e cattiva, divisioni tra donne e uomini, neri e bianchi, orientali e occidentali, musulmani e cattolici, e via di questo passo.

Proprio no, io non sono una parassita e anzi direi che mi faccio il culo per mantenere quelli che parassiti lo sono veramente, attaccati al mio cervello e al mio destino, senza alcuna intenzione di mollarmi.

Parassiti siete voi che pagate mercenari da mandare in piazza a manganellare i vostri schiavi. Siete voi che continuate perfino a impormi un codice morale sulla mia sessualità, su cosa devo fare della mia vita privata, su quanto io meriti di essere chiamata produttiva o meno a seconda del fatto che io scelga di sfornare un figlio/schiavofuturo da regalarvi oppure no. Siete voi che mi guardate le tette, il culo, e vi prendete anche il mio cervello e poi non volete neppure pagare quanto mi dovete.

Siete voi che mi chiamate puttana se faccio un lavoro che mi fa guadagnare più che se facessi la commessa perché mi volete schiava ma succube e mai in grado di emanciparmi dal bisogno. Una puttana è troppo sfrontata, ambisce a gestire almeno un pezzo della sua vita dopo aver dato il culo, in senso reale e non solo metaforico, per un tot di anni.

Siete voi che mi dettate regole su quanto devo vivere, su cosa devo indossare, su come devo reagire se un altro disgraziato prova a stuprarmi, perché nel vostro disegno sociale avete pensato bene di farmi diventare comunque una puttana, un mezzo di intrattenimento per tutti i disagiati e i precari del mondo, ed è per questo che se dovessi decidere di farla per davvero la puttana, decidendo io guadagni e costi, voi mi mettereste al margine della società, perché di schiave che autogestiscono la propria schiavitù proprio non volete saperne.

Siete voi che mi usate come un deterrente per i suicidi degli umani che gestiscono le proprie difficoltà, incluso quelle economiche, in modo assai meno razionale rispetto a come posso gestirle io. Siete voi che mi imputate colpe, che mi fate perdere tempo, continuamente, in battaglie emergenziali mentre dovrei occuparmi di me e del mio futuro che non esiste e non esisterà se io non farò qualcosa di grandioso per costruirlo.

Siete voi che impedite alle persone di genio di realizzarsi e che anteponete al genio il nepotismo, il ceto, i baronati, le ideologie, gli amici degli amici degli amici.

Siete voi i parassiti e siete voi che meritereste di finire i vostri giorni stroncandovi di pillole per il mal di testa, come quello che ho io, oggi, dopo aver dormito per l’ennesima volta in un loculo/alloggio umido e freddo, al piano -1 dell’hotel di un villaggio vacanze dove la gente più o meno precaria come me viene a fare finta di essere meno scoppiata di quello che è.

Come la voglio la vita? Non la voglio semplice ma la voglio mia e in questo momento non mi appartiene.

Voglio fare la rivoluzione. Non mi sembra di avere altra scelta. Ditemi se voi ne avete una.

NB: Malafemmina, diario di una precaria qualunque, è un personaggio di pura invenzione e un progetto di comunicazione politica. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. 

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5 pensieri riguardo “Pensieri sovversivi: la rivoluzione non può attendere!”

  1. Voglio fare la rivoluzione. Non mi sembra di avere altra scelta. Ditemi se voi ne avete una.

    ottimo proposito… un piccolo ma buon inizio potrebbe essere boicottare (integralmente e senza la minima deroga) facebook e analoghi “servizi”, espressioni del più bieco capitalismo finanziario e novelli strumenti di condizionamento e controllo sociale

  2. proposta: lo fondiamo il Partito delle Donne?
    Proviamo a smetterla, di delegare il Potere e la gestione del mondo ai maschi?
    Certo, parlo di Donne, non di femmine o escort o galline o uome.
    Donne che finalmente smettano di gestire solo il loro mondo famigliare per creare una nuova politica?
    Vogliamo provarci ALMENO UNA VOLTA, alla faccia delle opinioni del Papa e di tutti i maschilisti che imperversano?

    Il Partito delle Donne – ora ci proviamo noi!

    Vera

    1. Partito delle Donne […] parlo di Donne, non di femmine o escort o galline o uome

      complimenti eh, proprio un bell’inizio di rivoluzione…
      un partito (stato/partiti/potere = oppressione e sfruttamento), un po’ di sessismo e un po’ di generalizzazioni classiste a buon mercato (escort, “galline” e “uome” sono persone… ed è in quanto persone che possono essere individui degni/e o pezzi/e di m.)

      boh… spero fosse uno scherzo, e di essere io a non aver capito l’ironia

      1. era un programma pragmatico. Con una selezione severa dei candidati (altrimenti ci si ritrova con gli stessi presenzialisti). E con il giusto pizzico di ironia.
        ma queste reazioni snob mi dimostrano per l’ennesima volta quanto è difficile, fare politica con le donne.
        quindi ritiro l’invito. Continuiamo a lasciar fare ai maschietti, che tanto hanno dimostrato di saperci fare, no??? lasciamogli pure giocare alla guerra.. tanto noi siamo troppo impegnate a disquisire…
        bye

        p.s. mentre tu sei impegnata a rifiutare i partiti, i partiti ti fottono… altro slogan 🙂

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