Malafemmina

Se sei precaria e ti propongono di fare l’imprenditrice: usa il dito medio!

Le mie giornate procedono più o meno allo stesso modo. Unica eccezione un cubo di donna con collo a scomparsa, telefonino con cuffie sempre attivo e tono da imprenditrice che mi ha ricordato il personaggio della “prosivendola”, uno dei libri del ciclo Malaussene (di mestiere: capro espiatorio) di Daniel Pennac.

La donna senza collo ha una parure di bijotteria ricavata da fondi di bottiglia e tutto l’abbigliamento in tinta. Ha le unghie lunghe dipinte con colori forti e una bocca larga che la fa apparire definitivamente sgraziata.

Non so come spiegare ma quando penso a qualcuno istituzionalmente riconoscibile che trovo in alcuni luoghi ai quali mi sono necessariamente rivolta per capire se c’era una alternativa alla mia precarietà penso esattamente a donne come lei. Se non nella forma comunque nella sostanza.

Questo dettaglio mi è venuto in mente leggendo un commento che in assoluta buona fede mi esorta a tentare la strada dell’imprenditoria. Così penso a quelle volte in cui, abbastanza disperata, mi sono rivolta al centro per l’impiego, o quando ho risposto a richiami istituzionali che annunciavano tra tanti suoni di tromba e vari toni da propaganda che avrebbero offerto mille e una possibilità alle precarie in possesso di utensili corporei da femmine, tutte cose belle che la comunità europea paga a peso d’oro e che i vari enti usano per tirare giù soldi senza creare nessuna reale opportunità. Perché noi, dovete sapere, veniamo usate e su di noi si specula, proprio perché siamo area di disagio e in quanto area disagiata costituiamo un patrimonio che va ad incrementare il Pil di questo schifo di paese.

Il centro per l’impiego ti propone l’immancabile corso per avviare un’impresa, e lo propongono a me che tra i tanti studi fatti ho sommato una serie di competenze che mi permetterebbero di gestire una multinazionale. Ma lo propongono anche alle donne povere e meno istruite e poi lo propongono alle donne migranti per derubarle in modo definitivo perché il circuito di denaro che ne viene fuori è tanto lucroso e rappresenta un ulteriore fortuna tra finanziamenti e banche e usurai di vario genere.

Quello che ti propongono sostanzialmente è:

– non hai un soldo e hai bisogno di un lavoro;

– segui un corso in cui delle impiegate statali o formatrici/formatori pagati con i nostri soldi in progetti degli enti pubblici ti spiegano tutto il fascino di diventare delle meravigliose imprenditrici (ma se non ce l’hai fatta tu, che vieni a dire a me?);

– fai un prestito per avviare un progetto e poi chiedi un finanziamento (furbi! avessi soldi me ne fregherei del finanziamento di finto “avvio” all’impresa);

– quando sei indebitata ti dicono che c’è la tal banca che ti presta dei soldini anche se non hai garanzie;

– quando la banca finto/filantropa ti perseguita perché non puoi pagare il tuo debito allora – forse – ti offrono una corda per impiccarti.

Sono spettacolari le donne delle varie commissioni alle pari opportunità o gli uomini che fanno clientele dentro le istituzioni.

Grandi proclami, donne di qua, donne di là, donne di sopra e donne di sotto, ce l’abbiamo efficiente (l’istituzione), ce l’abbiamo propositiva, ce l’abbiamo con uno sguardo al futuro, ce l’abbiamo con una attenzione di genere e quando tu chiedi a quale genere di attenzione si riferiscono ti rendi conto che è quel genere di attenzione che serve a coprire di fumo il nulla più totale.

Arrivi in un ufficio, fai anticamera, parli con una femmina che in quanto femmina parla con le femmine e ancora una volta pagata con soldi pubblici mi consegna un depliant in cui mi si dice che il futuro è nelle mie mani e che se non so avviare un’impresa allora sono cazzi miei, è colpa mia, della mia scarsa capacità di iniziativa e del fatto che, diciamolo, ‘ste precarie che cazzo vogliono, con quest’aria un po’ scostante, queste pretese da culi comodi, che vogliono la pappa pronta, mentre loro, uomini e donne che manco a dirlo si sono fatti da se’, tipo il ministro che a noi precari ci insulta sempre, tanto per capirci, dall’alto della loro magnifica esperienza ci dicono che noi – ops – se non azzanniamo le milioni di opportunità che ci propongono allora siamo proprio delle deficienti.

Quali opportunità? Ma come, non le vedi? Allora hai proprio bisogno di occhiali.

E non voglio neppure prendermela con le statali perché la guerra tra dipendenti garantite, ora sempre meno, e noi precarie non mi va di farla. Non ci credo all’Italia meritocratica, iper efficiente, modello anglosassone, che poi non so neppure com’è fatto ‘sto modello anglo e sassone e se ce ne sia mai stato uno. Non ci credo alle guerre tra poveri perché la tizia che mi offre il depliant c’avrà il suo bel mutuo da pagare, i figli da mandare all’università e forse un marito che è stato licenziato o forse è una donna che ha avuto un culo pazzesco o magari si è guadagnata quello che ha. E però ai suoi tempi il sudore pagava in termini di compenso lavorativo e ora invece io sudo e un po’ mi incazzo se poi ti trovo a dirmi che tu ce l’hai più in gamba della mia, l’identità professionale, quando vedo, e ti giuro che si nota, che non sai neppure parlare, non dico le lingue straniere, ma neppure l’italiano corretto.

Insomma il punto è che le precarie hanno già contratto debiti o hanno consumato il patrimonio di famiglia o si sono ammazzate di lavoro per studiare. Questo è il nostro investimento e ci abbiamo creduto e ora non abbiamo niente e non avremo neppure una pensione perché ci hanno rubato pure quella e la privatizzazione del mio culo, semmai posso parlare della mia privatizzazione, consiste già nella gestione del lancio, promozione, distribuzione, ricerca, eccetera, di me stessa. Io sono già una imprenditrice. Il prodotto da piazzare sul mercato sono io e se non riesco a vendermi bene nonostante abbia i numeri per poter essere appetibile, come faccio a vendere qualunque altra cosa?

Che ne so: faccio debiti per vendere cosa? Scarpe? Tappi di bottiglia? Cosmetici? Libri? Oggetti erotici? Di cosa campo? Di cosa potrei mai vivere?

E non ce li ho i soldi per aprire un ristorante, un bar, una attività di quelle che mentre il mondo va in pezzi tu continui ad arricchirti alla faccia mia. Che poi non è neppure così scontato e così vero perché tutte le attività sono a rischio. E dunque cosa? Cosa c’è di meglio che promuovere me stessa?

Allora no, proprio non funziona che le istituzioni e tutta quella gente continui a speculare su di me e a farsi dare soldi dalla comunità europea per progetti di formazione mirati a formarmi in quanto imprenditrice perché è un furto. Un furto di risorse e di speranze per me.

Vuoi fare qualcosa di utile? Prendi quei cazzo di soldi e dammeli e io so cosa farne. Nel giro di un mese promuovo sul mercato, meglio di come già faccio con risorse poverissime, me stessa e almeno altre dieci come me.

Prendi quei soldi e dalli a me così ti insegno che tu devi imparare che l’unica impresa da avviare in Italia in questo momento sono io, sono quelle come me, sono le persone, gli esseri umani, quelli che hanno sangue e cervello e che sono con il culo per terra per via di inetti che non capiscono niente.

E la sentite la rabbia, si? Perché l’inadeguatezza di certe proposte è talmente grande che dopo l’ironia, il sarcasmo, il cinismo che diventa onnipresente, arriva la rabbia ed è una rabbia incontenibile che mi lascia qui, da sola, a stringere i pugni, a battere in modo forsennato i tasti e a urlare al mondo che vaffanculo, basta, siamo già precarie e facciamo la guerra tutti i giorni e perciò finitela con le stronzate perché non fate niente, ma proprio niente a parte dirci che le donne senza lavoro sono più della metà della popolazione femminile e che tante buttano nel cesso la propria laurea e si mettono a fare le sguattere in casa al servizio dei suoceri.

Ma basta, si? Almeno finitela di prenderci per il culo e lasciateci faticare in pace senza farci perdere tempo perché mi dovreste risarcire anche per le mille volte che mi avete fatto restare a fare anticamera per parlare con la tizia tal dei tali o che mi avete fatto prendere tre autobus, che costano – sapete? – perché nulla è gratis, e fatto perdere una giornata per arrivare in un posto di merda dove mi avete dato solo un depliant. Imparate a usare internet, ignoranti, e il depliant mettetelo lì, mandatemelo per posta, e smettetela di lucrare sulla stampa, in quadricromia perché due colori vi fanno schifo e la tipografia è di amici degli amici e gli dovete un favore.

Fate le video conferenze, aggiornatevi, cazzo, abbiate idee, competenza, mettetevi al pari con i tempi e se non ce la fate non mi rompete le ovaie.

Scusate lo sfogo ma vi giuro che queste sollecitazioni mi fanno venire l’ulcera e io non sto neppure nella fascia che può avere l’esenzione ticket, dunque è definitivamente no, l’imprenditoria proprio no.

Io mi autopromuovo con pochi euro mensili di abbonamento internet, con un computer riesco a fare cose strabilianti e il resto risiede nelle mie mani, nella mia testa, e se c’è chi non vuole utilizzare queste grandi ricchezze, queste risorse infinite, per mantenere in vita uno status che dà il diritto ad un ministro X di dire a noi precari che siamo merda allora, quando io deciderò di scendere in piazza e andrò a occupare uno di quegli sportelli di “formazione” per l’imprenditoria in cui le donne migranti vengono spremute per avere un numero di corsiste utile a fare arrivare lo stipendio alle italiane, nessuno potrà dirmi niente.

E prima o poi lo farò. Contateci.

Ora vado, i bambini del miniclub mi aspettano e loro di questo futuro del cavolo non sanno niente. E mi vogliono bene, loro. E mi accarezzano, loro. E mi coccolano, loro.

Ed è un peccato che questi bimbi dai cervelli grandi non stiano in quei posti occupati da nani con i cervelli finti.

NB: Malafemmina, diario di una precaria qualunque, è un personaggio di pura invenzione e un progetto di comunicazione politica. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. 

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