FinchéMorteNonViSepari

Eppure, io, da sola, potevo già graffiare il mondo

Quando vivi una relazione, tutto quello che capita in mezzo, passa, come fosse normale. Gli urli, gli spintoni, poi gli abbracci, e toccami, e afferrami, e carezzami e prendi la mia carne e baciala, perché un rapporto può essere anche questo.

Andare a letto condividendo il silenzio più rumoroso che ci sia. Voltarsi le spalle e avvertire la tensione. Non toccarmi e toccami. Fallo ma non sarò io a chiedertelo. Poggia quella tua cazzo di mano sul mio corpo. Fammi sentire quel calore che attenua la fatica emotiva. Fammi star bene.

Sento l’elettricità della tua carne che sta lì a pochi centimetri da me. Non so l’empatia ma avverto il fiato sulla schiena. Rimani lì, ti prego, ho giusto bisogno di un attimo e mi giro anch’io. Non andare via.

Finisce che quell’abbraccio resta nell’aria, come le parole che non saprò dirti, i respiri che terrò per me. Poi ti bestemmio contro, tu sei così, per me, fa troppo freddo, e ogni gesto di stizza è una provocazione. Toccami, per favore, toccami.

Non capirò mai perché non ci sia un linguaggio distaccato per dirsi queste cose. Ma la passione spesso non ha una lingua comune. E’ rincorrersi con il timore di svelare troppo. E’ coltivare un segreto per non farti sentire troppo nudo, ché tu troppo nudo non vuoi apparire mai.  E’ il fatto che chi non sente ossa e sangue spezzarsi in questo modo non capisce.

C’è un segreto più crudo, incomprensibile, che non consente il distacco. Sono con te anche se tu non ci sei. Sono con te anche se non ci parliamo mai. Eppure ci diciamo più noi che il mondo tutto intero a discutersi addosso.

Sapessi quanti cercano di stare in sintonia con me. Quanti si pentono di nutrire o vivere sentimenti e relazioni tiepide. Quanti vorrebbero essere sconvolti dal desiderio e ne hanno paura. Sapessi quanti recitano parole e provocazioni per ottenere attenzione. Quanti vorrebbero strapparmi via pezzi di sensualità, cullarcisi dentro, appartenergli. Sapessi quante parole idiote, quanto inutile e sfrontato armeggiare attorno alla mia pelle. Sapessi i profumi, essenze artificiali o comunque non adatte a me.

L’odore non lo simuli. E’ o non è. Hai preso la mia testa e l’hai baciata, cellula dopo cellula, hai fatto l’amore con i miei pensieri, hai custodito le mie ferite, senza armeggiare con le mie debolezze, e sei umano, sei imperfetto, può capitare, a volte, ascolti senza sentirmi affatto.

Contraddicimi! Dimmi che sto dicendo un mare di stronzate. Riservami parole imprevedibili. Emergi dal silenzio e lasciami senza fiato mentre pronunci con precisione i contorni della mia anima. Bruciami le riserve, mercanteggia, vendimi tutto ciò che non troverò mai banale. Poi guardami mentre mi assumo la responsabilità di prenderti imperfetto, mediocre, di comprensione limitata, a volte concentrato su te stesso ma poi attento, si, attento alle più intense sfumature. Guardami mentre desidero i tuoi limiti, le tue contraddizioni, la tua viltà, l’approssimazione.

Non sono troppo o troppo poco, sono semplicemente innamorata di te, qualunque cosa questo significhi. Non so che dire quando alita un soffio che mi rianima e mi restituisce un impeto che mi consente di graffiare il mondo. Non so che dire quando tutto ciò che chiedo è un travaso di pensieri dedicati, una trasfusione d’attenzione, tu che mi dici “sbagli”, poi volti le spalle.

Domani cambierà tutto, forse. Quello che oggi ha un senso assumerà le proporzioni massime di una ferita indelebile. Le cicatrici che ora si saldano con la ricucitura a filo doppio d’empatia, se l’empatia si spezza e io vado altrove, o potresti andarci tu, diventano offese, le chiameremo violenze, ne immagineremo il dolore, incomprensibile, ormai irreparabile, esigeremo un risarcimento, la nostra pelle urlerà la solitudine e reciteremo copioni prefabbricati in cui “io, offesa” e “tu, offeso” perché una separazione non può pronunciarsi altrimenti, ma tu e io sapremo che quello che ci fa più male è la fine di ogni complicità.

Sei qui, adesso, rincorri linee immaginarie sulla mia schiena. Mi prendi, mi riprendi, ho le tue braccia che possono sconfiggermi o tenermi stretta, tutta quanta. Infine scegli, dopo ore a farmi trattenere il fiato, momenti di struggente disperazione, bisogno, desiderio, almeno soffiami la voce, un suono che dica ancora che sei qui con me, ti avvicini, afferri il fuoco e lo spegni, ora arde lento e ti contamina, e infine – io – respiro.

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.