Lei è Silvia (nome inventato, ovvio) e mi scrive raccontandomi la sua storia di sex working. La ascolto, la interrogo e vi racconto attraverso le sue parole quello che ha vissuto.
“Ho cominciato come modella per le foto. Guardando per qualche lavoretto su bakeka.it ho trovato annunci: modella per nudo, modella per ritratti. Forse avevo voglia anche di riscattarmi un pò da un’adolescenza piena di insicurezze, ero un pò sovrappeso da piccola, mi facevo un sacco di problemi col mio seno piccolo. Con le foto sono stata fortunata, ho trovato dei fotografi che erano veri fotografi professionisti e non mi hanno mai messa in difficoltà. Alcuni le hanno pubblicate solo su mia autorizzazione, ma sono foto molto belle, per niente volgari e per questo ho firmato la delibera. Altri le usavano come prova per fare poi le foto alle “vere” modelle, oppure quando dovevano organizzare dei corsi con gli allievi io facevo da modella per la classe.
Poi un giorno una mia amica ballerina mi dice che lei sta lavorando in questo night club in centro e che pagano bene. Io non sono mai stata una moralista, per cui sono andata a fare un paio di sere di prova. Mi affascinava tanto quel mondo, non so perché, avevo 20 anni e mi sentivo potente all’idea che qualcuno pagasse per stare da solo con me. E poi il film prettywoman m’ha deviata da piccola. Era molto bello il momento del trucco con le altre, c’era molta solidarietà, mi prestavano quelle scarpe assurde che non avrei mai potuto portare a casa. Alcune di queste ragazze erano non italiane, nigeriane o dell’est. Loro si prostituivano pure. Praticamente i clienti pagavano tipo 800 euro al locale per portarle fuori, 400 euro andavano alle ragazze 400 li tenevano loro. A me quelli del locale non l’hanno mai proposto, ma sapevo benissimo cosa succedeva. Seppure pensavo che era un bene per le ragazze, perchè in qualche modo erano protette e avevano un contratto col locale che permetteva loro di non essere cacciate dall’Italia, mi faceva molta rabbia lo sfruttamento, dato che il corpo ce lo mettevano loro e quelli guadagnavano la metà su ogni cliente. Però devo dire che i clienti gli facevano un sacco di regali e alcuni erano fissi, si affezionavano, gli volevano bene. Si creavano dei meccanismi di interdipendenze alquanto perversi, direi.
Nel locale non ti chiedevano un abbigliamento particolare, non te lo imponevano, mi dissero “basta che sei curata e carina“. Io mi vestivo da discoteca, scosciata, con la mini e un toppino. Poi magari c’erano quelle con solo la rete e il perizoma sotto ma non era per me, non mi sentivo a mio agio con quella roba per tutta la notte. A volte mettevo shorts e top con stivaloni altissimi. Stile pretty woman. Venivo pagata 40 euro solo per stare li a parlare coi clienti e farmi offire da bere. Loro pagavano 15euro a consumazione. Poi se facevo la lap dance mi davano altre 50 euro. La lap dance mi piaceva da matti, non ti chiedevano cose molto acrobatiche, bastava fare un balletto sexy che terminava con uno spogliarello, ma non integrale, in topless. Poi alcune erano ballerine professioniste. Io mi divertivo a scegliere le musiche, ballavo canzoni pop/italiane, pensa te, e più che una lap facevo un burlesque, coinvolgevo i clienti. Mi sentivo potente, pensavo “sti scemi stanno qua a pagare per vedere un pò di tette e non sanno che li prendo per il culo“. Il privée invece ai clienti costava 100 euro, a me ne davano 50. I gestori del locale mi hanno sempre rassicurata che i clienti sanno che non ti possono toccare se tu non lo vuoi, c’erano le telecamere e al minimo segnale intervenivano i buttafuori. Di solito durava mezzora, ci parlavo un pò, ci bevevo assieme, e poi gli facevo uno strip. Lì se volevo potevo spogliarmi anche nuda, potevo anche trombare.
Qualche volta, con qualche ragazzo mi sono spogliata, qualcuno l’ho baciato, toccato un pò. A volte venivano ragazzi molto giovani, altre volte americani bonissimi, poi le coppie di turisti con la fidanzata, quando il cliente mi piaceva andavo un pò oltre. Non ho mai scopato con nessuno però. Poi non so cosa è successo, ad un certo punto non mi divertivo più. Mi sentivo solo un corpo, mi sembrava tutto squallido. Qualche mese dopo che me ne sono andata hanno chiuso il locale per induzione e favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, perché ovviamente era correlato alla malavita organizzata per quel giro lì.
A volte me ne dimentico di quell’anno notturno. Adesso sono una psicologa, lavoro nelle risorse umane, e mi fa ridere l’idea che quando faccio i colloqui e parlo delle esperienze passate potrei dire “eh, poi ho lavorato in un night“. Però misi da parte un bel po di soldi, lavorando poco, e senza quei soldi il master da 8 mila euro in risorse umane non lo facevo. Ma vendevo il mio corpo. Non so quanto mi ha fatto bene, finquando mi divertivo andava bene però poi…
Devo dire la verità, i titolari guadagnavano miliardi su di noi ma erano sempre molto gentili e protettivi. Non mi sono mai sentita a disagio, e non è poco. Mi capita più ora di sentirmi a disagio.”
A questo punto non posso che tempestarla di domande.
– Quindi mostrare il tuo corpo e vederti ammirata compensava la tua autostima? Ti piaceva piacere?
“Si mi piaceva molto, e qualche volta lo faccio ancora. Mi piace piacere, è evidente, poi pagano tantissimo per un paio d’ore. Alla fine ti danno pure le foto.”
– Allora il punto è che le condizioni contrattuali erano da sfruttamento? Avessi potuto gestire da sola quella professione e non dover dividere al 50% per avere garanzia di protezione sarebbe stato meglio?
“Sicuramente sarebbe stato meglio, io sono più che favorevole alla prostituzione legalizzata. Eviterebbe sfruttamenti e permetterebbe alle prostitute una maggiore tutela per se stesse.”
– Mi dici qualcosa di più sui clienti? Estrazione socio-economica? Livello di istruzione? Come gestivano il loro voler bene ad una ragazza a pagamento senza finire nel lastrico? Mi dici qualcosa di più su queste relazioni interdipendenti? Il cliente medio, giusto per sfatare uno stereotipo, è un porco depravato o è una persona normale che vuole avere una sessualità decente?
” I clienti sono di tutti i tipi. Ci sono i professionisti di estrazione socioeconomica alta che sono quelli fissi e che possono permettersi una amante fissa a pagamento, alcuni erano di estrazione socioeconomica alta ma erano evidentemente affiliati alla malavita organizzata, un pò loschi. Poi c’è l’impiegato delle poste, che magari vive ancora con la mamma, tristissimo, che però c’ha pure lui una sessualità. Quelli “economicamente medi” si accontentavano di un privé, un balletto, una chiacchiera al bar. Poi c’erano i ragazzi più giovani, non erano solo turisti. Venivano là per bere qualcosa, per parlare un pò, alcuni mi dicevano che venivano per vedere delle belle ragazze, più aperte, per parlare di tutto. Spesso venivano in comitiva, per farsi forza, secondo me. Poi c’erano le coppie americane che venivano là a ubriacarsi e a giocare un pò, si divertivano, alcune anche giovani, molto più aperte rispetto a noi in Italia.”
– Tutti questi pagamenti ovviamente avvenivano in nero, giusto? Avevi un contratto come ballerina o qualcosa del genere di facciata?
“Si, io ero in nero, ma mi stava più che bene ‘sta cosa essendo una psicologa, però le ragazze straniere avevano contratti da ballerine.”
– Per te era eccitante? Ti piaceva? Eri tu a scegliere quelli da cui farti toccare? Secondo te, sulla base della legislazione corrente che si basa su un modello abolizionista (lo stesso modello che non regolarizzando lascia quel mercato in mano alla malavita organizzata) e sulla base di quello che tu hai vissuto, tu sei stata indotta? Le altre ragazze erano indotte? Lo sfruttamento c’era, di sicuro, senza giustificare niente di niente. Ma s’è mai visto qualcuno arrestato per sfruttamento dell’operaio? Dimmi che ne pensi, se vuoi. E poi dimmi questa cosa dello squallore: ti sentivi usata? Passiva rispetto alla tua sessualità?
“Per me era eccitante, e non ci hanno mai indotte a fare nulla, anzi io penso che per le ragazze che si prostituivano dev’essere stato un disastro la chiusura del locale. Io ora sono una stagista, lavoro 8 ore al giorno e prendo 700 euro al mese, non mi pare che arrestino il mio capo, seppure sono sfruttata, nonostante la paga dello stage sia “buona” rispetto alla media italiana. Lì per 12 sere al mese guadagnavo pure di più. Non so perchè, a un certo punto ho smesso di divertirmi. Forse avevo bisogno di innamorarmi, non avevo più voglia di sentirmi così potente, avevo paura di non uscire più dal quel mondo, che tutti quei soldi facili mi facessero rimanere là dentro senza portare avanti le passioni per cui avevo studiato, volevo un rapporto alla pari con un uomo (quello ancora non l’ho trovato). Passiva rispetto alla mia sessualità non mi sono mai sentita lì, anzi mi sentivo una superwoman superattraente, ero io a decidere. Nelle relazioni con gli uomini quando esce questo lato di me scappano via quelli della mia età, spariscono e poi magari si fidanzano con qualche ragazzina piu piccola e “meno emancipata“. Ora ho una relazione da un po’ di anni con un uomo più grande, sposato. Sono un’amante, ma almeno posso essere me stessa. Alla fine mi sembra, parlando anche con le mie amiche, che le femministe non possono essere felici con gli uomini. Non so se mi spiego.”
– Mi dici meglio ‘sta cosa che secondo te le femministe non possono essere felici con gli uomini? Io sono sempre stata felice 😀 O anche no, ma non per questioni di sesso e pudore. Dimmi la tua opinione per favore.
“Non so se è il sesso, ho sempre la sensazione che si sentano spiazzati da una donna che sperimenta a letto e che non si lascia solo sperimentare, magari a letto ci vengono ma poi si fidanzano con quelle un pò meno “emancipate”. Ma non credo sia solo legato al sesso, anche la mia autodeterminazione nello studio, nel lavoro li infastidiva, i miei spazi che ho sempre preteso di mantenere. Mi è successo coi ragazzi più importanti della mia vita, mi chiedevo perchè non si impegnavano con me e poi si fidanzavano con queste ragazze, cosa avessero più di me, forse l’ingenuità, la semplicità, l’idea di uomo protettore che non mi appartiene.”
– I ragazzi giovani fanno cameratismo, in una sorta di iniziazione, come quando fanno i puttan tour in alcune zone delle città per sentirsi un po’ più uomini? E ‘sta cosa delle coppie americane? Cioè: venivano e si concedevano una storia di sesso condivisa con un’altra donna? In italia esistono, credo, le coppie scambiste, anche se forse sono più legate a contesti socioeconomici alti. Ma non ne ho idea in realtà…
“Si. I ragazzi fanno cameratismo, però non erano molesti, a me facevano tenerezza, erano sulla 20ina pure loro, molto giovani. Altri piu grandi venivano per gli addii al celibato, i futuri sposi si facevano pure il privèe.
Le coppie americane volevano fare gli scambi, le donne non erano per niente inibite e si divertivano molto coi compagni e con noi ragazze. Conosco una persona che col suo ex andava nei locali scambisti, non penso sia solo per contesti socioeconomici alti perchè lei non é ricca. Lei andava in una grossa città, lì ci sono parecchi locali dove vai solo a coppia e incontri altre coppie. Io ho troppa paura delle malattie sessuali per fare sesso con gli sconosciuti e comunque la persona che amo non riesco a condividerla con un’altra-o. L’idea del sesso a tre non mi dispiace, ma non con la persona che amo, credo nell’intimità di coppia.
– Raccontami lo sfruttamento nel lavoro e le condizioni attuali, se vuoi. Raccontami di questi datori di lavoro con i quali ti senti oggi a disagio.
“Oggi dopo due lauree, due lingue, un’abilitazione e un master sono una fantastica stagista. Presto comincerò il mio secondo stage. Il primo in una multinazionale è stato un disastro. Non mi hanno insegnato una cippa e sembra che mi fanno un piacere quando rispondono alle mie domande. Oltretutto quando firmai il contratto mi dissero che mi avrebbero tenuta per un anno, ma invece non mi hanno rinnovata. Presto comincio in una un’altra area industriale, mi sembrano piu seri, non hanno mai avuto stagisti, hanno detto che hanno intenzione di implementare l’ufficio del personale. Aspetto di capire se è così.
A volte mi sono sentita a disagio quando avevo la gonna, infatti non l’ho messa più. Poi mi fanno incazzare come una biscia le battute sulle poche donne che qui hanno fatto carriera. Secondo chi lavora qui, e lo dicono sia le donne che gli uomini, queste donne hanno fatto carriera perché sono le amanti di pezzi grossi. Questi discorsi mi mettono molto a disagio, come le carezze sui fianchi del mio capo quando ho messo la gonna. Nel nightclub non mi toccavano se io non glielo concedevo, erano più rispettosi lì che qui.”
“Grazie per questa chiacchierata!” – mi dice Silvia. Ma grazie a te per la condivisione di questo pezzo di vita. Un abbraccio e a presto! 🙂
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Quest’intervista, come le altre, è stupenda. Forse l’ho già segnalato qua, ma c’è un fumetto molto bello di Chester Brown, che racconta la sua esperienza di cliente. Poi c’è una vecchia intervista di Pif a un gigolò: ( non so se il link per mtv si può mettere )
http://ondemand.mtv.it/serie-tv/il-testimone/s02/il-testimone-s02e10-1
bellissima davvero, e veramente vera, grazie.
#….# : ho letto il fumetto in questione, “Io le pago”. Secondo me l’autore sconta un po’ il fatto di essere americano e di avere una visione assolutamente limitata della questione, tanto che insiste sull’abolizionismo come sistema migliore della regolamentazione.
Un libro molto interessante, anche se datato, è invece “Fucking Berlin” di Sonia Rossi, Rizzoli 2008. io l’ho trovato in rete e ordinato a una libreria siciliana, di Trapani mi pare.
Terrificante invece “Uomini che pagano le donne” fresco di stampa, dove,per le autrici, la Germania è solo un immenso buco nero nell’Europa proibizionista e filo svedese, e 500.000 sex workers e un milone e passa di prestazioni al giorno non esistono. Nella loro analisi hanno completamente cancellato quanto accade il Germania, Austria e Svizzera, secondo il vecchio sitema delle taleban-salvifiche : ciò che non piace non esiste.
non ci ho mai ragionato veramente, ma ad esempio del suo discorso mi piace l’idea che queste prestazioni non dovrebbero essere tassate, che dovrebbero rimanere affare privato. Uomini che pagano le donne l’ho adocchiato da poco, lo cercherò insieme all’altro.
La tassazione del lavoro sessuale non porta grandi entrate alle casse degli Stati, contribuisce invece a prolungare la permanenza del lavoratore sessuale nel mondo della prostituzione. In linea di principio chi decide di fare lavoro sessuale vuole guadagnare più soldi possibile nel minor tempo possibile, in un contesto di tutela e sicurezza, e desidera, una volta raggiunto un obiettivo economico prefissato, uscire dalla prostituzione senza lasciare tracce.
Per questo ogni forma di tassazione, registazione o schedatura della professione è vista con sfavore dai/dalle sex workers, e per questi motivi gli uffici fiscali tedeschi e austriaci sono molto morbidi nell’applicazione delle norme fiscali, nella convinzione che le entrate vere si debbano prendere dai ricavi dei gestori dei bordelli, non da chi vi lavora.
Ho avuto modo di notare, sul discorso della legalizzazione del lavoro sessuale, che chi auspica la regolamentazione così “…almeno pagano le tasse” è spesso persona lontana dal mondo della prostituzione e non ne conosce i veri meccanismi, come chi, a volte in perfetta buona fede, auspica l’apertura di una qualche “Partita Iva” o di simile fiscalità.
Personalmente credo che chi fa lavoro sessuale non debba pagare alcuna tassa, nemmeno chi lavora negli FKK, dove già si paga l’entrata giornaliera del locale, e che al massimo si possa chiedere, per la prostituzione organizzata indoor, un minimo simbolico molto basso, nell’ordine, come nella maggior parte dei bordelli tedeschi, di circa 20 o 30 euro per ogni giorno di lavoro effettivamentte svolto. In ogni caso la tassazione non dovrebbe mai essere legata alla singola prestazione, per la quale l’accordo sulla ripartizione dei guadagni deve restare alla piena disponibiltà della contrattazione tra privati, escludendo ogni intervento statale. In Germania hanno fatto la regola che il gestore del locale può concordare, per i propri servizi ( tutela sanitaria, sicurezza, pulizia dei luoghi di lavoro) un compenso fisso giornaliero, una percentuale sulla singola prestazione o entrambi, basta che questi siano adeguati al mercato e non siano esosi o esorbitanti tenuto conto del contesto nel quale si svolge la prestazione. Chiedere fino al 20 per cento non è considerato sfruttamento, per questo, ad esempio, 30 minuti all’Artemis di Berlino costano 60 euro, 50 vanno alla ragazza e 10 alla casa
le prostitute che chiedono la regolarizzazione però le tasse le vogliono pagare e vogliono che le tasse si traducano in servizi e diritti anche per loro. e dato che non siamo qui a discutere d’aria ma di persone è fondamentale che dicano loro cosa vogliono per se’ e non che si ricucia su di loro una idea diversa. 🙂
In effetti mi accorgo che tendo a volte a ragionare per “diritti acquisiti” ,in un contesto di lavoro sessuale regolamentato. Dove il lavoro sessuale è considerato un diritto soggettivo il compenso a chi fornisce il servizio di pulizia e sicurezza è cosa normale. Chi lavora accetta di pagare per avere questi servizii, si stupirebbe semmai di non farlo, e teme invece ogni ingerenza statale, sia fiscale che di ordine pubblico. In questo contesto allora i problemi diventano altri : la voglia di prendere mille euro al giorno e non riuscirci perchè ci sono pochi clienti e troppe ragazze,il fatto che se si arriva in ritardo all’apertura del FKK c’è da pagare una multa, e soprattutto il fatto che molti gestori vogliono si lavori 2 settimane e poi 3 di pausa, mentre molte ragazze vorrebbero fare almeno un mese alla volta, o anche di pù. Questo è quanto percepisco dalle testimonianze dirette di chi lavora, lo ripeto, in un contesto di legalizzazione indoor, del resto conosco poco per esperienza diretta. Temo però che impostare una futura ipotesi di regolamentazione attraverso una scambio tasse/ diritti possa non essere la via giusta, ma potrei in futuro essere smentito, anzi lo spero.
Ecco comunque un esempio dei problemi che si debbono affrontare quando c’è regolamentazione:
http://www.ticinonews.ch/articolo.aspx?id=293211&rubrica=2
Per parte mia penso che la legalizzazione del lavoro sessuale nei paesi proibizionisti passi attraverso due vie maestre: l’accettazione politica e sociale del lavoro sessuale come professione e la presenza di un numero molto alto di sex workers in una determinata nazione. Entrambi questi presupposti si sono per certo verificati in Germania tra il 1990 e il 2001, quando la Sinistra, i Verdi e la SPD sono arrivati a considerare il lavoro sessuale come una professione da tutelare, le voci contrarie a sinistra erano marginali, e sul terriotorio vi era già una presenza di non meno di 350.000 persone che lavoravano, in forma autonoma o dipendente. In italia nulla di tutto ciò. La sinistra in materia, come è noto, si fa rappresentare da SNOQ e dalle manifestazioni di piazza dove lo striscione più grande dice “Mai più schiave” e nessuno lo toglie e dove ad essere marginali sono gli ombrelli rossi. E dove, soprattutto ,i/le sex worker sono non più di 50.000, e la preoccupazione di tutti, soprattutto a sinistra, è di “limitare il fenomeno” .
A una sex worker di nome Maya anni fa nella zona di Charlottenburg a Berlino chiesi di com’era prima della legalizzazione e del “Prostitutionsgesetz ” e mi rispose “Qui eravamo tantissime e ne arrivavano ogni giorno di più, non potevano fermare più nulla, i bordelli erano ovunque…”
Per questo ritengo che il futuro qui in Italia sarà quello che la mia gente e tanti compagne donniste e compagni maschili plurali hanno costruito: la strada senza sicurezza, senza doccia e asciugamano, al massimo con le salviette profumate oppure la tristezza di una donna sola (in due per la Cassazione è favoreggiamento…) in attesa della telefonata di uno sconosciuto, che chiama dopo aver visto una foto chissà se vera o no…
Molti/e se ne rallegrano, io non tanto…