Parlando di precarietà e lavoro c’è una delle mie colleghe di telefonia erotica che come me ha una laurea. Lei ha preso pure un master. Avesse saputo che sarebbe finita a fare questo lavoro avrebbe studiato meno, dice, o avrebbe viaggiato, se la sarebbe goduta, forse ora si troverebbe all’estero, almeno potrebbe fare telefonia erotica in più lingue. E non è una frase a doppio senso.
Lei è la più giovane tra noi e ogni giorno arriva, mi dà un bacio sulla guancia, siede alla postazione vicino la mia, e comincia i suoi numeri meravigliosi. E’ brava, si, e fossi stata così sveglia alla sua età avrei probabilmente fatto una gran carriera. Non so in che campo ma certamente sarei andata oltre questo mio momento.
Però la vedo bene, consapevole, giovane e combattiva. Non è rassegnata. Lei semplicemente sa quello che vale e sceglie ogni momento. Sceglie anche le telefonate da ricevere. Mi dice sempre “questa falla tu” se lui è una rogna di quelli pesanti. E in effetti solo io con la mia ironia so gestire certi che altrimenti sarebbe da rinviarli a fare terapie assolate presso luoghi divertenti. Due palle, sisters & brothers, ma vabbè, passiamo avanti.
Dicevo della mia collega. Siede, risponde, mi guarda, origlia, ride, mi pizzica il braccio per segnalarmi qualche straordinario evento, attira l’attenzione delle altre se c’è una chicca succulenta da recepire e poi non sta mai ferma. Schizza, corre, salta, sulla sedia resta bloccata due secondi e poi cambia posizione.
Che c’hai la tarantola attaccata al culo, figlia mia, le ho detto una volta, e lei mi piglia il ciuffo dei capelli, me l’aggiusta e poi mi dice che le piacerebbe essere mia figlia. E lì diventa dolce, una roba da diabete, e svela meccanismi strani, tipo che la madre, quella sua, non lo sa che lavoro fa nella vita per mantenersi le sue cose e lei è obbligata a mentire perché la genitrice altrimenti le fa una piazzata.
“Se non trovi cose dignitose allora resti in casa” – riferisce il dialogo con la mamma. E lei che ha voglia di una stanza tutta sua, di farsi spesa e ricevere in un letto morbido il ragazzo con cui fa l’amore ha detto che questo è meglio di altre cose. La compagnia le piace, si diverte e viene pagata puntualmente. E in effetti, care mie, se non avessi questo anch’io da mesi avrei perduto il senno.
Questa giovane donna oggi arriva e mi fa:
“c’è uno che mi chiede cosa sento con un dito nell’ano…”
“e allora? tu che senti?”
“mi stimola la cacca… ché glielo devo dire?”
“ah bhé, ci sta che ti capita coprofago…” – le altre ridono.
Lei parla, glielo dice e lui chiede che genere di cacca. La vedi lì a fare smorfie e felice, con gli occhi a brillare, farmi segno che siii, menomale che gli piace e io da madre snaturata la conforto e faccio un cenno come per dire “hai visto? tutto bene, cara…”. E non so come dirle che mi fa una tenerezza enorme quella piccola grande donna che si fa prendere dall’ansia da prestazione e che vuole fare bella figura con l’unico lavoro che si ritrova a definire la corposità della merda per piacere ad un coglione.
Tra tante cose divertenti di questo lavoro è proprio in momenti come questo che penso che questi clienti non eguaglieranno mai la grandezza di una ragazza come lei. La salverei, potessi, le restituirei i sogni e le speranze e un lavoro che le piace. Posso solo dirle che la stimo e la rispetto e domenica alla nostra ora del thé le porto il libro che dice di non aver mai letto. E’ un gesto che conta. Si. Perché io non presto mai i miei libri a nessuno/a.
NB: Antonella, Meno&Pausa, è un personaggio di pura invenzione. Spin Off di Malafemmina, precaria un po’ più giovane. L’about di Antonella dice che si tratta di una donna precaria post quarantenne e in pre-menopausa. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.
Si ci sono delle donne che sono uno splendore. Grazie del racconto, commuove.