Io leggo di sentenze e stupri. Non posso fare a meno di pensare a mia figlia. Al posto di quella povera ragazza poteva esserci lei, ché esce spesso, fa tardi la sera, ed è giusto, è bello, perché è una creatura viva, ne ha diritto, cazzo, certo che ne ha diritto.
Non l’ho mica cresciuta per stare in carcere sigillata a pietire tutele per la propria sicurezza. E’ grintosa, meravigliosa, allegra e se qualcuno osasse spegnerle il sorriso o la luce bella che ha negli occhi io davvero non so cosa farei. Mi vengono pensieri troppo orrendi perché non riesco a pensare ad un malcelato senso di giustizia, e so che non sarebbe giusto ma sfido chiunque abbia cresciuto una figlia per essere libera di girare il mondo e diventare grande e poi vedersela trafitta da otto persone con la mente piccola, il cazzo piccolo, la vita piccola, che misuravano la propria grandezza solo in virtù di quello che sarebbero riusciti a fare per sottomettere qualcuna alla loro crudeltà.
Ho cresciuto mia figlia non per essere sottomessa, pestata, stuprata. L’ho cresciuta perchè sia libera di dire di no. La voglio fiera della propria vita senza che debba vergognarsi mai. La voglio nel suo pieno diritto di vestirsi come le pare e la voglio felice di fare sesso solo se le piace e con chi le piace. La voglio forte, preziosa per com’è a non sprecarsi con balordi immensi. La voglio in grado di difendersi e di ribellarsi, a testa alta, con la voce piena.
La voglio libera di baciare un tizio e dirgli che fa schifo e andare via. La voglio libera di sottrarsi alle attenzioni quando e come le va. La voglio libera di decidere chi essere e con chi stare.
E poi voglio parlare alle madri e ai padri di questi figli che certo sono normali. Lo stupro non è una malattia mentale. Lo stupro è una scelta. Cosa dovrebbe avere di anormale uno stupratore se la mentalità corrente è troppo spesso che sia sempre colpa nostra? Nostra di noi femmine senza pudore, per come ci vestiamo o ci comportiamo.
In quanti modi avete tentato di impedire loro di diventare degli stupratori? Quante volte gli avete insegnato che quando una donna dice No è No e che le donne sono esseri umani e non oggetti e terreni di conquista? Quante volte avete spiegato ai vostri figli che devono portare rispetto e che le donne non sono nate per il loro personale divertimento?
Davvero vorrei capire perché da madre devo preoccuparmi di una figlia che deve essere libera di fare quello che vuole senza aspettarsi che qualcuno le faccia male. Perché da quando la sua misura di reggiseno è aumentata, ma anche da prima, ho dovuto usare occhi e orecchie dappertutto per non starle addosso e tuttavia per insegnarle a riconoscere la violenza. Perché gliel’ho evitata e avrei voluto che qualcuno l’avesse fatto anche con me, ché a me nessuno mi ha insegnato a distinguere l’amore dalla violenza. L’ho imparato sulla pelle mia e so distinguere, ora.
Perché io non mi lascio tentare da quelle regole che dicono che dovrei tutelare la sua virtù impedendole di uscire per il bene suo, perché non c’è alcun bene nel tenere una figlia sigillata in casa. Si chiama sequestro di persona mentre i criminali sono liberi di girare come e quando vogliono impunemente.
Mia figlia deve poter uscire, da sola, in compagnia, senza scorta, perché non c’è persona con cui la sento più al sicuro che se stessa e perché non la consegnerei alla mercè di presunti tutori che poi esigerebbero riconoscenza ricattandola con una, l’ennesima, dipendenza.
Tutto ciò che faccio per mia figlia è tentare di fare in modo che lei sia libera di difendersi, esistere e respirare. Tutto quello che fanno gli altri è attentare alla sua libertà e alla sua voglia di vivere e resistere.
Mia figlia è sua, di lei medesima. E’ nata per non appartenere a nessuno, me compresa. Esce e vive come le pare e se qualcuno la tocca, lo ripeto, sono cazzi suoi.
Senza tanto pietire vittimismo, non mi frega nulla del giudizio morale o delle ipotesi bieche per cui le donne dovrebbero stare sempre quiete ad aspettare il sacro difensore, il tutore dell’ordine, il patriarca che oggi ti difende e il giorno dopo poi ti chiede il conto. Meglio l’autodifesa e la prima forma di autodifesa è quando sei sicura di te, quando la tua autostima è il principale obiettivo da raggiungere, quando da genitore investo nella tua autosufficienza emotiva, ché non ti lasci incantare da chiunque ti dica due parole belle. Perché tra “mi piaci, ti voglio” e “mi piaci, ti piaccio anch’io?” c’è differenza.
NB: Antonella, Meno&Pausa, è un personaggio di pura invenzione. Spin Off di Malafemmina, precaria un po’ più giovane. L’about di Antonella dice che si tratta di una donna precaria post quarantenne e in pre-menopausa. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.
—>>>Questo post è stato scritto quando sperimentavo il linguaggio nazional popolare pseudo militante: è quel registro linguistico che parla alla pancia della gente, quello che non ti fa capire che differenza ci sia tra una donna fascista e autoritaria e una libertaria e antiautoritaria, perché entrambe donne, entrambe madri, incrocio tra Anna Magnani e Sofia Loren nella Ciociara, modello molto anni ’50, entrambe a ripetere concetti che fanno presa sul pubblico. Ogni post di questo genere, infatti, otteneva un grandissimo successo perché intercetta sentimenti di cui conosce bene l’esistenza chiunque conduca un programma trash tv pomeridiano, canale 5, rai 1, cose così. Il più letto in assoluto del blog di MenoePausa, che in realtà nasce solo per parlare di precarietà da ultraquarantenne in premenopausa, è infatti un post osceno che aveva come titolo “Se stupri mia figlia, io ti faccio a pezzi“. Migliaia di visualizzazioni. Centinaia di commenti. Altrettante condivisioni. Immaginate che ci sia chi mercifica tutto ciò, per il proprio ego personale o per vendere qualcosa, e fate un po’ il conto per capire quanto rende e perché mai intere trasmissioni televisive sono ritagliate su quello schema.
In ogni caso gli elementi di base per una buona narrazione nazional/popolare sono la “maternità”, bisogna poi fare largamente riferimento a dettagli che ben distinguano gli uomini che stuprano ridefinendoli con caratteristiche che hanno presa sull’altra varia umanità maschile, paternalista, ove il richiamo serve ad attivarli in difesa della ragazza indifesa. La variante femminista sta nel fatto che quel ruolo di tutela lo assume la “madre” fiera e orgogliosa, petto in fuori, molto matrona delle mie parti, che sdogana lo schema della combattente autonoma in un contesto culturale dove il femminismo è l’ultima cosa cui si pensa.
Dalla sperimentazione quel che ho capito è che per quanto si inseriscano dettagli d’orgoglio femminista in questa narrazione che non riesce a prescindere dal riprodurre e sollecitare autoritarismi, in realtà si finisce per esserne fagocitati/e. Da troppo tempo vedevo trattare i temi della violenza in una maniera che faceva presagire quello di cui parlo oggi spesso in questo blog. L’indignazione paga e un post antiviolenza ottiene successo se ti ricorda schizzi di sangue e mostruosità varie, se generalizza inutilmente addebitando un crimine a tutti gli uomini, se da quegli uomini esige un gesto di pentimento e redenzione, se insiste sul dettaglio che tutte le donne sono vittime e che il mondo è diseguale e bla bla bla.
In realtà l’antiviolenza è un filone che fa presa proprio perché sollecita paternalismi e interventi a tutela e quando una ragazza denuncia una violenza, se è vero che da un lato continua una mentalità davvero atroce è anche vero che l’antiviolenza si schiera senza dubbi a fianco della donna. Essere vittima di uno stupro oggi fa status e la gara di solidarietà e di telecamere e trasmissioni televisive vicine a mammà in stile Dio/Patria/Famiglia è talmente grande che al momento si può dire che la persona sulla quale si abbatte lo stigma sociale, senza se e senza ma, sia l’uomo in quanto tale, assimilato ormai allo stupratore, al femminicida, al violento per “natura”. Tanto più una società patriarcale è in grado di difendere la vittima ridotta ad una angelica creatura da canonizzare e tanto più rafforza il suo potere. Quella “difesa”, che non è “autodifesa”, non è gratis ma è terribilmente normativa. Lo vedi anche dal fatto che riproduce la stessa mentalità se denunci per stupro un militare. Ed è come lo sbirro che ti difende e poi ti dice “e però, signorina, anche lei… si vesta meglio e veda di non girare da sola a quest’ora la sera“. Quella presunta “difesa” è anche repressiva perché se non sei etero e non ti può imporre la sua morale, se sei lesbica, al più ti si dimostra che il patriarcato ti protegge “nonostante tutto” e che in cambio è bene tu ti dia una regolata.
Concludo, semmai abbiate letto questo pippone e non vi siete fermati alla prima dose di commozione e pornografia emotiva e sentimentale.
Lo schema è che se qualcun@ denuncia una violenza allora matriarcati e patriarcati vari la difendono. Se capita per strada, per mano di uno straniero, è meglio perché non si mette in discussione la famiglia e il branco. Se accade con persone conosciute diventa una battaglia con altri matriarcati e patriarcati che difendono i propri figli accusati di stupro. La prima sta dalla parte giusta, perché oppressa, e gli altri stanno dalla parte sbagliata perché oppressori. Quanto sia enorme lo scambio di ruoli, ciascuno nella giustificazione del proprio singolo e inevitabile tratto di oppressione, quando la complessità svela che la cultura che produce vittima e carnefice è esattamente la stessa, è una delle cose che è necessario fare emergere. Perché se la famiglia della stuprata avesse un figlio accusato di stupro si comporterebbe come si comporta la famiglia degli stupratori e se la famiglia degli stupratori avesse una figlia che denuncia uno stupro vedresti padri e madri e fratelli fare di tutto per lavare l’onta.
Le famiglie di vittime e carnefici sono identiche in termini culturali e fino a che non c’è una fuga – culturale – che tenti un percorso che vada altrove non c’è lotta che tenga e che riesca a disinnescare meccanismi triti e ritriti che riproducono sempre lo stesso schema.
La donna dovrà attendere paziente, secoli, prima di veder cancellata dal suo DNA, la memoria dei suoi 50.000 anni di matriarcato….e scendere quindi di un gradino quando si rapporta con gli uomini. Contemporaneamente gli uomini debbono imparare a sfuggire agli ammiccamenti, agli atteggiamenti sessualmente provocatori delle donne. Sono certo che sia le donne che gli uomini, vorrebbero essere migliori di quello che sono.
come al solito, grazie. per l’appunto sotto, non per l’articolo. grazie per il costante lavoro mentale che mi fai fare mentre ti leggo. e mi fermo che non vorrei cadere in un’osanna eh del tuo blog 🙂
grazie a te Eleonora 🙂
per essere qui.
ti abbraccio
:*