Malafemmina

Eroi, eroine…

Com’è strana la vita: c’è gente che nel villaggio vacanze in cui lavoro celebra alcuni misconosciuti personaggi come fossero eroi e non sanno che gli eroi stanno da un’altra parte, sono quelli senza stipendio, che si svegliano la mattina e tentano di recuperare quel tanto che basta per se e la propria famiglia, se ne hanno una.

Le mie eroine sono fatte di carne e sangue, hanno cicatrici infinite, umiliazioni da smaltire, rifiuti che dovranno gestire, ricatti che qualcuno le obbliga a digerire.

Sono precarie, sono disoccupate, sono licenziate, cassintegrate, se ne stanno a fare turni massacranti di lavoro, poi arriva il padrone che c’ha voglia di delocalizzare e porta tutto da qualche altra parte, dove il personale costa tanto meno, così le dipendenti restano senza far niente, a pietire un posto, un diritto, un minimo di attenzione, qualcosa di serio che nessuno ha voglia di dare.

Le mie eroine si legano con catene sotto gli stabilimenti di una fabbrica che minaccia di chiudere. Stanno ore e ore in attesa davanti una brutta agenzia interinale che succhia il loro sangue e poi lo rivende ai morti, quelli che sono ricchi, e ben vestiti, e non gli manca niente, ma sembrano comunque morti perché forse morti lo sono davvero. Hanno il cuore morto, l’anima morta, la carne morta, la vita morta e respirano da morti, comandano da morti, mortificano i vivi, lo fanno sempre da morti. Si nutrono dell’intelligenza altrui, s’attaccano all’energia dei vivi, come parassiti che non potrebbero crescere altrimenti.

I miei eroi stanno appesi in cima ad una gru, portano in giro taniche di benzina minacciando di darsi fuoco se qualcuno non gli restituisce il posto di lavoro, combattono tutto il giorno per far fronte alle spese, ai debiti, resistono quando arriva l’ufficiale giudiziario per lo sfratto, e resistono quando arriva anche il doppiopetto della banca, lo strozzino che ti dice che non gli interessa se hai fatto debiti perché dovevi pagare le bollette, perché tu devi saldare e se non saldi allora diventi un niente, perché tu esisti solo se continui a pagare la tangente a questi qui che ti vendono l’aria a milligrammi e te la staccano quando ne hanno voglia.

Il mio eroe è il mio amico immigrato che sta facendo il tifo per gli altri immigrati che si rifiutano di raccogliere pomodori, ché sul giornale c’è scritto che loro hanno fatto un gran macello ma un amico suo gli ha detto per telefono che hanno iniziato la caccia al negro, il negro che si rifiuta di raccogliere pomodori e di morire di caldo, sete e fatica in un brutto casolare con rivestimenti di eternit cancerogeno.

Sono questi i miei eroi e io delle anonime dive della televisione non so che farmene.

La cosa triste è che tra gli ospiti del villaggio c’è sicuramente qualcuno che non vive bene la sua situazione. Ci sarà gente con debiti, gente che potrebbe perdere il posto di lavoro, gente incasinata tanto e forse più di me, ma poi arrivano qui, per due giorni, una settimana, spendono tutto quello che gli resta o quel poco che hanno, perché pensano sia giusto concedersi una vacanza, e poi fanno di tutto per dimenticare. Guardano ‘ste presenze effimere e dimenticano di essere quello che sono. Guardano le scene inutili che percorrono questi spazi ogni giorno e fingono di essere altro, si vergognano, recitano, mentono, perché non vogliono fare brutta figura davanti al professionista, al medico, all’avvocato di grido, al ricco commerciante che è qui e assieme alla famiglia ostenta la propria ricchezza.

Dovrebbero essere i ricchi a vergognarsi della loro ricchezza. Parlo dei ricchi che guadagnano i soldi grazie alla fatica altrui. Tutti quelli che pagano due soldi per la segretaria, che assumono l’assistente per niente, che vivono di incarichi pubblici presso aziende che esternalizzano la fatica a precari come me, che sfruttano operai, dipendenti, che per fare lavoretti in casa pagano in nero l’immigrato.

Loro dovrebbero vergognarsi e non quegli altri. Invece avviene il contrario. I ricchi ostentano e i poveri fingono di essere quasi ricchi. Si vergognano dei calzini bucati, delle borse non in tinta, della biancheria meno costosa.

In questa corsa all’apparire abbiamo dimenticato chi siamo e abbiamo dimenticato soprattutto che quello che noi siamo vale molto di più di qualunque ricchezza, perché i veri eroi sono i poveri che non si vergognano di essere poveri.

NB: Malafemmina, diario di una precaria qualunque, è un personaggio di pura invenzione e un progetto di comunicazione politica. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. 

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