Antiautoritarismo, Comunicazione, Critica femminista, Culture, Violenza

Fare profitto sul brand “Femminicidio” si può

Funziona così.

L’azienda chiede a chi fa le pubblicità di stabilire un target buono per fare colpo e vendere. L’agenzia pubblicitaria esplora e capisce qual è il brand, il marchio, il filone da cavalcare per sdoganare il marchio meno noto della azienda che vuole pubblicizzarsi. Sicché capisce quel che può fare effetto e può aiutare a fare parlare di se’ e se fa una pubblicità che merita articoli, pagine, scritti di ogni tipo, quell’agenzia ha svolto al meglio il suo lavoro e i soldi che ha guadagnato sono stati ben spesi.

Dopodiché c’è l’indotto, perché si può guadagnare anche facendo guadagnare. Basta buttare un osso alle svariate tifoserie o persone che fanno ronde antisessiste e fanno della ricerca della pornomostruosità (per pornoindignazione) una ragione di vita e da lì in poi guadagnare tanto in click e introiti pubblicitari.

La pubblicità sceglie di parlare di delitti, due, lei uccide lui, lui uccide lei, delitti e basta. Le testate giornalistiche però sanno perfettamente che tu ti indignerai per il cadavere di quella donna, che ricorda ritualità macabre frutto di possesso e abbandoni maldigeriti meglio conosciute come femminicidio, ma non ti indignerai affatto per l’altro delitto fotografato. Perciò dedica un titolo semplicemente al femminicidio, giacché il suo pubblico giudica scandaloso vendere un prodotto che ironizza sull’assassinio di una donna. Si parlasse solo di generici delitti quella pubblicità forse neppure spiacerebbe  (e qui io vorrei chiedere a Quentin Tarantino che ne pensa).

Ma non è finita. Sul web sai perfettamente che parlare in indignato [mode/on] di offesa alla dignità delle donne [Battiato, docet] migliora la tua web reputation, ti fa guadagnare tanti accessi, ti fa rilinkare da chi ti elegge a capobranco della tifoseria che trova meravigliosamente espresso il concetto di “io sono indignata, cazzo, e questa pubblicità deve morire“, ti regala un’aurea di santità che puoi spendere al meglio per campare bene con te stessa (giuro che alle volte risolve anche la stitichezza), per farti sentire socialmente accettata, per guadagnare in popolarità.

panniutilibrandfemminicidio

Perciò di mercificazione in mercificazione il tema viene usato da blogger semisconosciute/i che al solo pronunciare in senso acritico (dogmatico) il termine “femminicidio” diventano densi di appeal, da soggetti che in vari modi saccheggiano lotte antisessiste e ne fanno uso normalizzante e normativo per campagne elettorali di Donniste di vario tipo, da tutori che fanno marketing istituzionale e traggono spunto per legittimare se stessi a colpi di ordinanze antispot sessista o caccia all’attacchino che di notte osa attaccare queste oscenità e tutto, ovviamente, a tutela delle “nostre” care donne.

A quel punto inserirsi nel dibattito per azzardare l’ipotesi che volendo incaponirsi bisognerebbe industriarsi per sovvertire immagini, parole, significati, autodeterminare lotte e narrazioni, invece che indignare e censurare, diventa difficilissimo. Bisognerebbe anche rifiutare, culturalmente, in senso antiautoritario, il fatto che si reputi normale indignarsi per l’immagine con la donna uccisa e non indignarsi affatto per quella in cui è lui a morire. Bisognerebbe rifiutare il fatto che uno dei pensieri prevalenti in fondo sia quello che lei o lui se la siano cercata. Perché si. Perché è quello che anche certe donne pensano ogni volta che viene fuori che a morire sia stato lui. Sicuramente lei era vittima, sicuramente c’era una ragione, perché lei no, proprio no, lei non può essere altro che vittima. Non è umana. E’ una santa.

Difficile anche inserirsi per dire che il percorso andrebbe compiuto restando lontane da tentazioni di censura, senza rivolgersi a tutori (quelli che tu gli scrivi e loro emettono una sentenza contro quella pubblicità – imho) e senza farsi strumentalizzare da testate giornalistiche che urlano allo scandalo per mercificare la tua lotta, facendo ben attenzione anche alle mille maniere in cui quella lotta viene mercificata negli stessi contesti femministi.

Contesti femministi che certe volte non vanno oltre l’immagine in se’ e si sconvolgono sulla base del sensazionalismo facendo mille volte like e condividi sui social network proferendo frasi indignate e regalando al contempo fama a quell’azienda. Contesti che non sanno che il punto è saper individuare gli stereotipi, saper decostruirli, capovolgerli e, come dice Alessandra sulla mia pagina facebook, costruire nuove narrazioni. Perché ogni cultura che si fonda su censure e demonizzazioni realizza in realtà altri rigidi stereotipi, diventa fortemente normativa e stabilisce una misura entro la quale tu hai liceità d’esistenza in santità e tu invece no. Cose così, in altre epoche, sarebbero state definite dogmi e presupposti per realizzare inquisizioni e altri scenari autoritari.

Ma a parte questo: le pubblicità educano o intercettano stereotipi, target, brand e li usano a proprio vantaggio. Sul fatto che il “femminicidio” o i delitti siano diventati un brand per fare vendere bisogna riflettere in senso più generale, incluso chiedersi perché una statua, e che genere di statua, sia stata installata ad Ancona a commemorare vittime nel modo che sapete. La lotta contro la violenza sulle donne è diventato spettacolo e parlarne seriamente per prevenire è diventato sempre più difficile.

Devi farti spazio tra soggetti che speculano, si rifanno l’immagine, ripuliscono carriere politiche, alimentano divisioni sociali per farmi stare bene “unita” alle donne contro un unico nemico, uomo, senza considerare differenze di classe e di identità politica, così da impedirmi di stare in piazza con i miei colleghi o amici e compagni, che sono precari tanto quanto me e che non si fanno piacere una riforma sul lavoro solo perché a presentarla è una donna.

C’è un tema di genere da affrontare. Ma è possibile che non riusciate a vedere quanto tutto ciò alimenti il mercato e si traduca in un guadagno per un tot di pessimi soggetti? Possibile che non si capisca quanto sia diventato un business e quanto sia il mercato a usare questi temi non per trovare soluzioni ma per vendere? Non vi si accende un dubbio rispetto al fatto che, non una ma mille volte, lo scorso anno, in occasione delle varie campagne Snoq, abbiamo detto, io e FaS, che stavano gonfiando i numeri per far percepire il senso di emergenza sociale e li gonfiavano utilizzando Bollettino di Guerra come fonte senza tenere conto del fatto che venivano contabilizzati anche uomini e bambini uccisi?

Quando parliamo di uso dei corpi delle donne allora di che parliamo? Dei corpi vivi o ci riguarda anche quello che fanno dei corpi delle persone morte mentre fingono commozione e solidarietà? Davvero a nessun@ di voi viene in mente, a parte tutto, che sia necessario strappare quei cadaveri dalle mani di chi li usa per trarne profitto?

Allora non fermatevi solo a questa pubblicità. Guardate anche tutto il resto. Poi, se trovate il tempo, dite anche dueparoledue per fare un esercizio sociologico. Osservate le due immagini della pubblicità e dite quello che vi evocano. Parlatemi di entrambe o ditelo a voi stessi/e e così vedrete che esiste un altro problema ovvero una distorta percezione degli eventi.

noestremismi

14 pensieri riguardo “Fare profitto sul brand “Femminicidio” si può”

  1. Love it 🙂
    Anche a me è venuto da pensare: ma perchè femminicidio? Cosa c’è che dimostri “femminicidio”? L’ho trovata di cattivo gusto perchè trovo di cattivo gusto l’uso di un omicidio per farsi pubblicità, ancora di più se poi fatto con una certa malizia intenzionale.
    A me questi processi di indignazione e follia collettiva via web fanno un po’ paura anche perchè rendono impossibile fare discorsi sensati: l’uso della massa per delegittimare e svuotare di senso le lotte. Mi fa venire in mente la vicenda della piccola Sofia, la bambina affetta da disturbo neurodegenerativo a cui il Ministero ha vietato la cura nel centro in cui la stava svolgendo. Apriti cielo! Solidarietà via facebook a fiotti, indignazione telematica a valanga… Poi leggi qualche blog ben fatto e ti viene il dubbio che forse tutti i torti il Ministero non li avesse a bloccare quella cura. E allora? Veicoliamo disinformazione usando i sentimenti manovrabili del popolo del web?
    De Andrè diceva nel suo “elogio alla solitudine”: “…ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita, non é che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’ idendità, credo d’ averla vissuta, mi son reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura. Invece l’ uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura…” E e a me ha sempre fatto un po’ pensare 🙂

      1. Strega! Bruciatela sul rogo! Come ti permetti di criticare invece che prostrarti ai piedi del marketing indignato????? Ma io non so, guarda un po’ a che gente permettono di scrivere liberamente in rete… Sempre le solite a cui non va bene niente, sempre a criticare, uff come siete noiose!!!!
        Be’ io ti lovvo molto se ti consola 🙂

          1. Visto… Be’ come si dice? Bene o male, basta che se ne parli no? Ora tutti conosciamo la sconosciuta azienda e lo sconosciuto pubblicitario.E un po’ di gente è in linea per farsi una nuova verginità denunciando i manifesti cattivi.

  2. Ci stavo pensando proprio in questi giorni, ma direi che è peggio ancora del marketing. E’ il concetto di “nemico di classe” o di “impero del male”. Quello con cui si alimentava la guerra fredda: il “mostro” da combattere sempre e comunque, perché altrimenti ci mangia.

    Ci sono gruppi di potere che acquisiscono visibilità sociale e politica usando i corpi di altre persone, realmente vittime. Usano la paura, la instillano e poi la alimentano per diventare indispensabili.

    Da ragazzino incontrai delle persone anziane che vivevano rintanate in casa perché “non si può uscire, non c’è ordine”: io uscivo quasi tutte le sere e non mi è mai capitato nulla. Il terrore porta alla richiesta di “ordine”. Prodromi se non del fascismo almeno della “reazione”.

    Sono solo piccole borghesi, che intrappolano le altre donne in questa visione vittimistica. Che le trasformano in femminucce piagnucolose che farebbero pena alle stesse donne vittime di violenze di genere in quei paesi dove certe pratiche sono diffuse: India, Pakistan, Cina, Africa….

    …quelle vittime sono donne forti che hanno avuto la peggio, queste sono delle personcine fragili che confondono con la “violenza” qualsiasi cosa che le intacchi. Un tempo sarebero cadute in deliquio e avrebbero chiesto “mio dio, i sali, mi sento mancaaaaareeee”. Ma quelle almeno avevano un motivo: il bustino che le stringeva troppo.

    1. Carlo, la pubblicità è oggettivamente atroce. Dopodiché possiamo discutere di quel che vuoi. Ma di che ridire in Italia per il sessismo che coinvolge tutti/e ce n’è molto. Il punto è che produrre una affermazione autodeterminata senza farsi strumentalizzare è molto complesso. Qui, come vedi, ci si prova.

      1. Sì lo vedo e lo apprezzo. Concordo che la pubblicità sia abbastanza orrenda. Il mio pensiero era rivolto ad altro, ovvero all’estendere in modo arbitrario il concetto di violenza per poi ottenere altro. Ma il riferimento era ad altre discussioni, su altri “tavoli”.

  3. io adoro Tarantino..magari questa affissione avesse qualcosa in comune con la genialità di quel cinema ma proprio citando Quentin direi “non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato non è nemmeno lo stesso sport”..la porno-indignazione via internet può essere eccessiva però va anche che questa pubblicità è il segno di come in Italia manchi una cultura dell’umorismo macabro

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