Femministese, Recensioni, Satira

Portlandia e la satira sul femminismo

A Portlandia ci sono degli episodi in cui si parla della Women and Women First libreria, dove si vendono cuscini a forma di vagine, ninnoli a forma di vagine, poster con delle vagine. Tra le puntate della terza stagione c’è una tizia che va per comprare un libro e non lo trova e posta su un sito una recensione negativa del negozio. La coppia che lo gestisce, che per meglio interpretare i criteri del postgender vestono uguali, lui si chiama Candice e lei si chiama Toni e non guardano il sesso dei neonati per non incastrarli in alcun ruolo, risponde alla cliente che “le donne dovrebbero stare dalla parte delle donne e che una recensione positiva è alla base del femminismo“.

Dalle compilation in video che vedete manca la terza stagione, ugualmente esilarante, per quelle ovviamente che sono dotate di autoironia e non si arrabbiano se viene data una immagine di se’ che certo è un po’ stereotipata ma personalmente mi ha fatto molto ridere.

Per il resto l’intera serie è uno sfottò a tutte le nuove religioni, i nuovi dogmi, del momento. Ce n’è per tutti e tutte senza risparmiare nessun@. Ce n’è per i bimbiminkia che oramai hanno preso il potere a Mtv e invece che la buona musica mandano in onda cose orribili di ragazzine incinta e matrimoni autorganizzati e lì un vecchio gruppo di amanti del rock vanno a squattare l’emittente e trovano una ragazzina a dirigere l’impresa. Ce n’è per le femministe intrappolate in uno schema ideologico e che non sanno accettare la narrazione sconcia di una bella donna che ama farsi penetrare per ore ore e ore e vive con passione il suo rapporto etero, che guardano con compassione chiunque ed elargiscono lezioni di genderologia anche al tecnico che aggiusta il condizionatore, un po’ moraliste, prese a sbevacchiare bevande stravaganti e a inibire l’uso del cesso ad uno Steve Buscemi che è obbligato a comprare un ninnolo femminista per poi essere rinchiuso in libreria per punizione, che stabiliscono confini e limiti di femministologia (oh, come mi ricordano qualcun@ :P) e che tra un ricordo bello e nostalgico dell’epoca dei figli dei fiori e la maniera di considerare quel posto una specie di tempio, rendono impossibile a una ragazza che va lì a chieder libri di poter comprare qualcosa senza dover subire la loro morale.

Poi c’è tutta la serie di sketch dedicati all’alimentazione. I due fissati con i cibi buoni che esigono la certificazione del pollo che hanno ordinato e che vanno nella fattoria in cui è cresciuto, prima di mangiarlo, per trovare una setta capeggiata da un capo carismatico che, tra una toccata di culo e uno sguardo ipnotico, tiene un tot di donne a fargli da mogli e vive la dimensione del poliamore paraculo a senso unico. Poi c’è la puntata in cui si svela il processo di disintossicazione dal mangiare pasta che fa tanto ingrassare. La patologizzazione per chi mangia cose non “sanissime” diventa business che ti riduce a crisi di astinenza devastanti, e vedi il protagonista chiuso in una stanza di un motel che si rifà di pasta mentre la fidanzata lo va a prendere, gli dice che ne usciranno insieme e lo porta in una clinica di disintossicazione dalla quale ad un certo punto fugge. C’è il ristorante macrobiotico in cui mangiano tante cose verdi e leguminose e alla fine vanno nella speciale stanza per “flatulenze” perché quel cibo è tanto sano ma fa letteralmente cagare.

C’è anche la serie di personaggi che si occupano di musica e lì si descrivono le distorsioni e i cliché che si rintracciano nei contesti musicali. Dai video clip pieni di soggetti improbabili alle nuove mode delle canzoni per bambini che sono utili a far soldi. C’è il nuovo mestiere per eccellenza che è quello del blogger linkalista e vedi il vecchio signore che discendeva da una famiglia di grossi giornalisti ridotto a scrivere cinque righe sulla pettinatura di una vip e solo così, sul web, riuscire a beccare migliaia di click che fruttano contante al proprietario del giornale assorbito da un grosso blog online.

Le crisi mistiche di un sindaco dei nostri tempi, eletto in quanto ecologista, che per andare in pari con le azioni degli altri sindaci decide che sia necessario inventarsi più “divieti”. “Saliamo sul carro del vietatore” dicono i suoi seguaci e amici e comincia con questioni d’ambiente, che tra l’altro poi lo obbligheranno a dimettersi, e finirà a vietare taglie di abbigliamento vario.

Mi sono venute in mente tante cose, a partire dalle nuove mode delle librerie femministe in cui non puoi (e mi perdonino le amiche ma mi viene da ridere) sentirti ok se non hai comprato almeno un ninnolo e poi come non pensare ai sindaci in bicicletta o a quelli che si esercitano a vietare le pubblicità con le donne seminude per godere di consenso. Perché che ci crediate o no c’è un’area moralista e reazionaria che si nutre di divieti e usa i diritti civili e le questioni delle donne per far pensare che un politico sia ok. Ma anche questa è veramente un’altra storia.

Pomeriggio denso, trascorso con persone belle, tra torte fatte in casa e puntate di Portlandia in lingua originale. Grazie ad Antonella che su Twitter mi dava delle dritte e di pomeriggi così ve ne auguro uno uguale. Per ridere di voi o ridere e basta, ché ci/vi serve (ogni tanto :D).

4 pensieri su “Portlandia e la satira sul femminismo”

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