Affido condiviso, Genitori separati

La Pas non c’è ma i problemi di genitori e affidi restano tutti

Per iniziare leggetevi le linee guida per parlare di Pas. Poi, volendo, potete orientarvi con la notizia che la Pas non è stata inclusa come Sindrome né come Disturbo nel Dsm5. Dopodiché tenete anche presente quel che si muove attorno alla questione della Pas o quel che si dice in giro dei padri separati, perché c’è chi se ne occupa, legittimamente, in senso scientifico o giuridico, e c’è chi fa da tifoseria producendo queste distorsioni delle quali potete leggere qui. Sui metodi attraverso i quali si costruisce consenso grazie all’indignazione teleguidata ho scritto, in altri tempi, più o meno qui e qui. Su come possa sentirsi impotente un genitore di fronte alla potente macchina dello Stato quando si muove per “ripristinare” l’ordine potete leggere qui. Sulla faccenda di Cittadella c’è questo. Commento a quello di cui si parla invece oggi, la sentenza che capovolge il risultato, c’è questo o questo o questo con le dichiarazioni varie raccolte sulla stampa. Qui trovate un commento di Adiantum che è una delle maggiori reti di associazioni che si occupano di padri separati. Qui il commento di Marino Maglietta che ha praticamente concepito la proposta di legge sull’affido condiviso che nel 2006 divenne legge. C’è n’è perciò per farvi un’idea del tema di cui parliamo.

Dopodiché provo ad andare avanti. Non entro nel merito della faccenda. Su vari media la sentenza che riporta in casa della madre il bambino, ormai undicenne, di Cittadella, viene commentata come si trattasse di una vittoria. Ogni lotta, si sa, ha il suo prezzo. In questo caso è un bambino oggetto di contesa e dunque obiettivo, trofeo, vessillo di cause altre che prescindono dalla faccenda in se’.

Mentre i genitori soffrono, patiscono, guerreggiano e il bambino così cresce in questa dimensione della quale non si può non dispiacersi, attorno alla faccenda si realizzano tifoserie a volte in solidarietà delle singole battaglie e a volte a usare la faccenda semplicemente per segnare un punto nella partita tra Pro/Pas e Anti/Pas. Nel corso della ricerca fatta con FaS su questa materia se c’è una cosa che appariva chiara era il fatto che molto spesso chi commentava di queste vicende, noi inclusi/e, si finiva per ideologizzare tutto quanto e che era molto più semplice cercare punti di accordo con chi davvero viveva certi problemi piuttosto che tra tifoserie che cercavano solo di ottenere vittorie vane invece che cercare soluzioni di buon senso.

Oggi vedo altrettanta irresponsabilità. C’è la fazione che grazie a questa sentenza immagina di aver sconfitto un mostro e c’è chi ritiene allo stesso modo la Pas l’unica soluzione possibile a ogni male e dunque ritiene gli sia stato tolto tutto.

Quando lo scontro su questioni così difficili e complicate si polarizza su un unica speranza o un unico elemento il rischio è che nessuno riesca più a vederci chiaro.

Irresponsabili quanti gettano benzina sul fuoco attribuendosi questa vittoria e facendosene scudo restano lì a brandire toni supponenti e vendicativi nei confronti di persone che evidentemente non sono gradite. Incosciente chi dall’altro lato invece che sedare gli animi accesi, delusi e arrabbiati, per orientare la discussione verso soluzioni costruttive, sta lì a togliere luce e ossigeno a chi ha già ben poca luce e neppure un grammo di ossigeno.

Breve parentesi: La Pas, sindrome di alienazione parentale, viene tirata fuori nelle perizie delle cause di affido in cui i conflitti tra ex coniugi sono irrisolvibili, come estrema ratio per obbligare il giudice a decidere affinché il genitore escluso dalle frequentazioni con il figlio vi abbia accesso. L’alienazione genitoriale, più in generale, si verificherebbe nel momento in cui il genitore presso cui il figlio è collocato, gli impedisce e aliena il rapporto con l’altro genitore al punto tale da farglielo odiare. Su questa tesi tante cose sono state scritte a dimostrarne la validità o la assoluta inconsistenza ma quel che evidentemente sfugge è che la discussione su di essa, fatta con toni più o meno accesi ed esasperati, è solo la punta di un iceberg che è fatto di un totale capovolgimento culturale dove la madre non ha più il ruolo centrale nella vita di un figlio e dove il padre esige sempre di più di essere considerato pari merito nella cura così come anche nelle condizioni di precarietà economica che coinvolgono tutti.

Una causa per un affido condiviso, nel momento in cui una delle due parti non è d’accordo, può durare anni e anni, ed è fatta di denunce, rabbia, mancato rispetto delle decisioni del giudice allorquando il giudice decide che quel figlio dovrà vedere entrambi i genitori, è fatta di calunnie, diffamazioni, toni terribili, vicende in cui i figli sono trascinati e ne diventano, così, purtroppo, anche i protagonisti.

Una perizia di Pas viene chiesta solitamente dopo che un genitore per svariate ragioni è stato tenuto lontano da quel figlio per molti anni. Quando quel figlio odia il genitore o addirittura quando un genitore ha trascorso anni a difendersi da accuse dalle quali è stato assolto e dopo l’assoluzione, senza la quale quel figlio non potrebbe mai vederlo, comunque non lo vedrà lo stesso perché gli resta un marchio di infamia, ché secondo alcuni il giudice fa bene quando decide che un figlio non può essere tolto alla madre ma commetterebbe un errore quando assolve un genitore da accuse che gli hanno rovinato la vita. Non potrà comunque vederlo, soprattutto, perché il figlio che ha vissuto parte della sua vita ascoltando accuse  di ogni genere nei confronti del genitore, o comunque senza vederlo, alla fine lo considera un estraneo o un nemico.

Quanto sia giusto a quel punto pretendere che un figlio si adegui alla esigenza del genitore escluso, in modo traumatico, così come è stato per Cittadella, o in modo differente, con l’aiuto di mediatori, psicologi, operatori che favoriscano il graduale riavvicinamento, questo lo stabiliranno le persone competenti in quelle materie. Certo è che entrambi i genitori, in queste diatribe usate dai media per fare ascolti, ritengono che il figlio sia in condizioni di pericolo e si sentono legittimati a compiere ogni possibile azione pur di salvarlo.

Detto questo mi pongo alcune domande:

La Pas è uno strumento giuridico, prima che psichiatrico, è autoritario, pessimo, concordo, l’ho sempre detto e scritto. Dunque? Questo significa che i problemi che si riteneva dovesse risolvere sono cancellati? Si ritiene che non esista per davvero nessun genitore che aliena la relazione tra il figlio e l’altro genitore escluso? Significa che gli affidi in Italia procedono perfettamente e che va tutto liscio? Significa davvero che nei procedimenti giudiziari in cui gli ex coniugi si trascinano in anni e anni di accuse reciproche non c’è nulla di vero? Significa che i genitori collocatari, più spesso le madri, hanno ragione a non eseguire le decisioni del giudice quando ordina che i figli devono poter vedere i padri?

Allo stato attuale sappiamo che esistono un sacco di ragioni, incluso il mancato pagamento del mantenimento, per escludere un padre dall’affido, per non concedergli le visite, per ridurlo a vedere il figlio in visita protetta, per escluderlo dal cerchio di affetti di un bambino e se non accetta di starne lontano, spontaneamente, anche per escluderlo dalla sua rete sociale, dal lavoro, dalla vita in generale.

Quando succede invece che una madre viene esclusa dall’affido? Se non può essere messa in discussione neppure quando si rifiuta di adempiere alle disposizioni di un giudice che le impone di fare vedere il figlio al padre, come è successo in alcuni casi, allora quando? Quando è possibile rimettere in discussione lo strapotere delle mamme che in questa Italia nazional/popolare un po’ conservatrice vengono protette come fossero un bene comune nazionale?

E non scrivo questo per gettare altra benzina sul fuoco. Al contrario. Lo scrivo perché pongo un problema che è nell’ordine sociale/culturale e poi politico/giuridico.

La Pas non risolve nulla. Scordatevela. Lo dico ai padri. E’ un elemento di polarizzazione del conflitto, come fosse la vostra ultima chance prima di prendere una tanica di benzina e darvi fuoco. E vincere una sentenza sulla Pas comunque non mette fine ai problemi e non rappresenta un’arma per la conservazione di assetti sociali che stanno cambiando e devono cambiare. Quindi scordatevi che torni tutto com’era prima. Lo dico alle madri.

Allora il mio punto di vista è che bisognerebbe ragionare per fare in modo che al ricorso alla Pas, qualunque cosa voi riteniate sia, non ci si debba arrivare mai. Bisogna ragionare su metodi che prevengano e che risolvano il problema senza far ricorso a strumenti autoritari e repressivi (possibilmente) e ragionando davvero in termini di buon senso.

Obiettivi chiari, seri, concreti, a partire dal fatto che non può essere più culturalmente tollerato il supporto a madri che non vogliono mollare i figli (“i figli devono stare con le mamme” maddechè… qualcuno si chieda se le mamme vogliono per forza stare sempre con i figli, per esempio). Obiettivi plausibili che rimettano la questione al centro delle discussioni però sottraendola ai toni indignati e all’emotività di questi fatti di cronaca.

Io non vivo queste questioni sulla mia pelle e dunque potete anche non considerare nulla di quanto scrivo, ma con estremo rispetto verso chiunque viva queste vicende e provi dolore, penso sinceramente che sia necessario dare nuovi obiettivi a chi non ne ha più e pensa di non aver più nulla da perdere e penso bisogna togliere questo (falso) trofeo dalle mani di chi lo riutilizza per ribadire ruoli sociali e riassegnare al materno l’esclusiva della difesa degli interessi dei figli.

C’è poco da celebrare quando si arriva ad un certo punto in cui i figli vengono trattati come palline da ping pong. E la responsabilità di questo non può essere sempre e solo assegnata al padre. Questo è un fatto. E c’è poco da celebrare quando comunque resta un vuoto culturale e normativo che realizza le condizioni affinché sia reso possibile il perpetuarsi di una logica che continuerà a fare vittime, da una parte e l’altra, i bambini innanzitutto.

Leggi anche:

Gli equilibristi: a proposito di genitori separati e integralismi virtuali

Per approfondire:

L’economia mensile di un papà separato

Gli incontri protetti

e sto per finire una ricerca/intervista sulla utilità o sul metodo di impiego della mediazione familiare nei casi di separazione conflittuale.

Come risolvere la povertà delle madri

Comunicazione e popolarità (sul web) – ché parlare di madri aderendo a logiche patriarcali procura tanti consensi, pare.

Ikea, le coppie separate e la beffa di una rappresentazione lontana dalla realtà

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26 pensieri riguardo “La Pas non c’è ma i problemi di genitori e affidi restano tutti”

  1. Non mi stancherò mai di chiederlo, anche perchè sono testimone di più un caso di alienazione genitoriale, ma a qualcuno interessa cosa vogliono questi figli?
    Non sono una estimatrice dell’ascolto del minore in tribunale, anzi credo che i genitori dovrebbero ascoltare i figli innanzitutto e guardarli bene negli occhi. I figli vanno ascoltati e compresi, sostenuti amati e non contesi, strappati. Sento sempre parlare della sentenza di Salomone, peraltro a sproposito e mi chiedo, ma se uno dei due genitori non fa un passo indietro e lo fa l’altro rinunciando a lottare, il genitore che ottiene la tanto agognata “vittoria” è il peggiore?

  2. Articolo sincero e coraggioso! Aggiungo una domanda: si parlerebbe di alienazione parentale, si ricorrerebbe all’americano DSM invocando la PAS, se venisse applicato il dovere (sottolineo dovere e non ricorro ai “diritti” oggi di moda) di entrambi i genitori a prendersi cura pariteticamente dei figli? Certo non ci sono soluzioni semplici a problemi complessi, ma le complicazioni, anche quelle ideologicamente motivate, non aiutano.

  3. Testo completo di Marino Maglietta, pubblicato sul Sole 24h:
    La manipolazione dei figli e le valutazioni della Suprema Corte

    Per due volte nel giro di appena 12 giorni la Suprema Corte si pronuncia sulla controversa “Sindrome da Alienazione Genitoriale” (PAS), ovvero il disturbo di cui soffre un figlio condizionato da un genitore a rifiutare senza motivo i contatti con l’altro. La prima decisione (5847) non mette in discussione la diagnosi di PAS formulata dalla ASL di Catania e sulla base di questa conferma la decisione del giudice di merito. Ben diverso sviluppo ha, invece, la sentenza 7041, che accoglie il ricorso di una madre accusata di PAS. La vicenda è quella, notissima, venuta in cronaca a Cittadella al momento in cui un ragazzino, affidato dalla Corte di Appello di Venezia al padre ma fino ad allora convivente con la madre, viene prelevato dalla scuola dalle forze dell’ordine per essere portato in una struttura educativa. In merito a ciò, la prima domanda che si pone il giurista è come mai una madre della quale era stata pronunciata la decadenza dalla potestà per avere estraniato al figlio la figura paterna lo avesse ancora in custodia. La risposta invoca il rifiuto del figlio a stare con il padre: ma con questo il problema si morde la coda. Ancora più interessante, tuttavia, è la risposta data dalla Suprema Corte alle contestazioni della parte, che essenzialmente lamentava che non fossero state considerate e discusse le proprie riserve sia sulla esistenza e fondatezza della patologia sia sull’essere realmente la coppia madre/figlio affetta da tale patologia, ammessa sussistente in generale; nonché il non avere verificato l’attendibilità scientifica della teoria che ne sta alla base. In merito a ciò, la lunga analisi della Cassazione rammenta anzitutto che è in dubbio che si tratti di una sindrome, non essendo stata accolta come tale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM). Cita, inoltre, i pareri negativi di alcuni studiosi e le perplessità di due organizzazioni, non tralasciando di ricordare la cattiva reputazione del Dr. Gardner, che elaborò la relativa teoria. Ne conclude che il giudice di merito ha mancato nel non replicare alle avanzate censure – e su ciò nulla quaestio – e anche che “non può ritenersi che … possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario supporto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancora più gravi di quelli che le teorie da esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare”. Messa in questi termini, tuttavia, la questione appare mal posta, proprio sotto il profilo giuridico. Per valutare i danni, e il modo di evitarli o ripararli, occorre considerare la fattispecie nella sua completezza. Il dato essenziale è la ragione per la quale quel figlio rifiuta il padre, che secondo la CA sta nell’essere stato manipolato. Questo andava discusso, a prescindere dalle teorie. Una corrente di pensiero, dei cosiddetti “negazionisti della PAS”, sostiene che se un figlio rifiuta un genitore ha sicuramente e sempre le sue ragioni, ovvero quel genitore ha abusato di lui o minaccia di farlo. Ne segue che l’altro non è alienante, ma l’unico baluardo in sua difesa; e non gli deve essere tolto. Questa dogmatica tesi ha tuttavia un pregio: segnala la necessità di considerare anche il terzo attore. Non a caso un folto gruppo di 62 tra i più rinomati psicologi forensi italiani ha firmato un documento in cui si sostiene che per un figlio perdere un genitore senza motivo è sicuramente di grave danno, nulla rilevando che ciò sia inquadrabile o meno come Sindrome (si tolga pure la S e la si chiami PA): per cui è fondamentale indagare sulle ragioni del rifiuto, individuandone le responsabilità. Il problema è di sostanza, non di forma. E’ comune esperienza che ciascun genitore separato lancia, consapevolmente o meno, messaggi denigratori nei confronti dell’altro, cercando di portare a sé il figlio. Nessuna meraviglia se a volte l’operazione riesce, e in misura grave e dannosa, tanto più facilmente quanto più i ruoli, i compiti e la presenza dei genitori sono dissimili. E in quei casi occorre certamente che si intervenga, limitando i poteri del genitore alienante e incrementando l’importanza dell’altro. In altre parole, il dibattito sulla PAS esprime solo uno degli aspetti del più generale problema dell’ascolto dei minori, ovvero del credito che occorre dare alle loro parole e alle loro preferenze. Quanti ragazzini non amano studiare? E’ un buon motivo per non mandarli a scuola?

  4. Non condivido l’impostazione del pezzo. Lo sai. Non si tratta di tifoserie. O almeno non per me. Certo che i problemi ci sono e figurati. Ma non è dando spazio agli strumenti falsi e inquinanti che si risolvono. Parliamo di altro e fuori “le sindromi” strumentali dai nostri discorsi, complessi si ma con dei distinguo chiari.

    1. Non sono d’accordo. Buttare via la Pas per troppe persone significa anche mettere in discussione tutto il resto perché la Pas diventa scudo, in un senso e nell’altro, di una ideologia che sorregge la convinzione che senza di essa le madri sono tutte eccezionali e non sbagliano mai e i padri mentono sempre o comunque sono tutti criminali. Questa è la tesi di fondo che anche tu conosci perfettamente e già dire questo significa che mai e poi mai si immaginerà di poter valutare i “problemi”. Quindi il punto è che quel che c’è di “inquinante” e “strumentale” purtroppo in questo momento è assolutamente altro. Quando e se vedrò un atteggiamento altrettanto critico nei confronti dell’italia nazional/popolare che incensa la figura materna in situazioni così disastrose in cui ce n’è per tutti, da dire e rimproverare, allora si potrà parlare di complessità. Fintanto che questo non avviene allora si tratta soltanto di tifoseria.

      1. Non è così o meglio non è -sic- che di cose inquinanti ce ne tocca una per volta! Purtroppo è inquinante il costrutto PAS e lo è il costrutto MaMMa. Figurati se non sono d’accordo. Ma non invoco l’una per debbellare l’altra! E’ nonsense! Posso dire che l’istituzione della SacraMaternità è dannosa e posso dire che pure l’inventarsi sindromi da impugnare in tribunale è dannoso. I tipi di danni sono pequiliari e molto interessanti anche da analizzare perchè potenzialmente svelano molte cose. Rimango della mia opinone. No SantaMaternità NoPaS.

  5. Discutere di PAS negandola equivale a dire che la mente umana non è in grado di coartare quella altrui, e soprattutto quella dei bambini che sono più deboli, nel momento in cui lo sono ancora di più a causa della separazione coniugale, significa dire che non si conosce sindromi come quella di Stoccolma e non si capisce la fragilità di alcune persone e la protervia di altre.
    Ancora, non si vuol capire (passiamo dalla colpa al dolo) che a molti genitori “collocatari” garba un casino mettere in discredito l’altro genitore (estromesso) agli occhi del figlio. Non capirlo è disonesto. Come è disonesto intellettualmente non voler vedere che esiste una economia miliardaria, dietro queste speculazioni, che fa un “gran bene” ai falsi tutori della legge, alle false professioni d’aiuto e a tutti quegli orchi che ci amputano dei nostri figli. Perciò non apprezzo Rho, per come è intervenuta ‘a gamba tesa’ sull’argomento. Se qualcuno, poi, vuol continuare a dire che tutto ciò è per il bene dei figli io gli darò ragione e augurerò a loro, ai loro figli e ai figli dei loro figli la stessa cosa. Io auguro sempre il bene. Un ragionevole dubbio mi viene che vogliano continuare a parlarne in questi termini. Lo faranno fintanto che restano la ‘carne da macello’ degli altri! Io non ci sto: mio figlio era prezioso, prima che la gIUSTIZIA me lo estraesse dal torace. Voglio far leggere qualcosa sulla PAS a chi, si vede, non ne capisce niente. Un articolo di web-giornalismo specialistico:
    http://affaritaliani.libero.it/cronache/pas-vezzetti121012.html
    e un libro che conosco, avendolo scritto io, che ha pari dignità dei tanti libri che stanno popolando la biblioteca tematica della sottrazione minorile in Italia:
    http://www.autoriitaliani.it/autoriaffiliati/carlozeuli/

    1. Ne ho accennato qui https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/03/22/madri-sante-e-padri-criminali/
      Dopodiché so bene che è un nervo scoperto e che le parole possono essere pietre e che per ogni parola detta c’è sangue che scorre in queste vicende ma ti prego di considerare che serve anche un minimo di distanza e libertà di giudizio per dire in modo assolutamente onesto intellettualmente che di una cosa come la Pas se ne può fare a meno. In questo non si può censurare Rho, che conosco come persona onesta, anche se la mia opinione non è esattamente come la sua. Semplicemente fai bene a ricordare che quando si discute di queste cose ci sono ferite da risolvere ma senza pensare che chi esprime altre opinioni sia parte di piani infiniti di speculazioni o di disonestà perché così non è.
      Manteniamo un minimo di equilibrio e razionalità in ogni discussione, ecco.

      1. Ribadisco che l’impostazione data dalla lettrice Rho non ha niente che mi piace. Avrei detto addirittura che mi dispiace se avesse preso posizioni nel merito. Ha semplicemente detto no alla Pas e no alla tesi ‘Mammaper sempre’ o giù di lì. Non ho piacere che si liquidi l’argomento delle ‘mutilazioni’ altrui considerandole nonsense. Il sangue è mio e di pochi milioni di genitori italiani. Scusa se, per te, è poco. Peccato non aver letto il vostro parere sulla questione economica che fa sbavare la casta giustizialista di questo stato. Peccato non aver letto del figlio come oggetto del contendere che assicura molti stipendi, non tutti guadagnati onestamente. Peccato non aver letto della giusta aspettativa di giustizia di un popolo che è sempre più distante dall’omonimo ministero e che dichiara di credere nella magistratura solo quando la teme. Una nazione che ha paura del sistema giudiziario è moralmente precaria perchè ne sente l’autorità ma non l’autorevolezza. Ci sono diverse tesi sull’argomento. L’autore dell’articolo che ho segnalato predilige quella ideologica in un suo libro. Io, nel mio, come nella mia convinzione, quella complottista. Ma non per cattiveria o morbosità, ma solo per un rimando storico-filosofico a gente che ne capiva più noi, avendo noi disimparato dai nostri progenitori, nei secoli trascorsi. I latini usavano una locuzione illuminata per giudicare a posteriori chi fosse il colpevole di un reato: “Cui prodest?”. Se hai capito cosa voglio dire, parafrasando uno spot pubblicitario di Elio (delle storie tese), vuol dire che sei intelligente.

        1. Carlo, ho capito. Ma avevo capito anche prima.
          Voglio solo dire che questo spazio è fatto per discutere e non per mutilare le discussioni sulla base del fatto che c’è chi ritiene ingiusto un parere di un’altra persona. Se ne sta discutendo. E in primo luogo mi piacerebbe che non si demonizzasse nessuno (http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/09/15/linee-guida-per-parlare-di-pas/). Ma proprio nessuno. Incluso te. Inclusa Rho. Incluso chiunque. Se non si tiene questa discussione entro margini di civiltà e umanità non se ne esce e sai bene che i toni diventano ingestibili. Quindi nessuno deve attaccare te, in questo spazio, e nessuno deve attaccare chiunque altro esprime la propria opinione senza che peraltro, mi pare abbia offeso, accusato, diffamato nessuno.
          E’ sulla tua pelle, lo so. Ripeto: fai bene a ricordarlo. Ma le discussioni hanno legittimità qualunque piega prendano e se anche le conclusioni non fossero le tue non puoi mettere in dubbio il fatto che si voglia comunque tentare ragionarne con tanta onestà intellettuale. Magari dicendo cose diverse dalle tue. Ma se a te interessa che si risolva il problema e basta, in fondo, che importa se le soluzioni immaginate o le conclusioni possono essere diverse?
          Perciò parliamo di problemi. Poi invitiamo a ragionare sulle possibili soluzioni. 🙂

  6. Non capisco il tono della risposta. Demonizzare? C’è una bella differenza tra giudicare ‘esecrabile’ (vale a dire demonizzare) e, come invece ho detto io, giudicare non condivisibile un atteggiamento che non prende posizione e, quindi, non risolve.
    Avrei apprezzato la discussione, al contrario di quello che tu hai pensato e mi hai attribuito.
    Penso che non sia colto il mio spirito dialettico e dialogico in cui prendo le distanze da un atteggiamento ideologico identificato, per comodità referenziale, con il suo autore.
    Esiste una violenza verbale sottile che consiste nell’estrapolare (nel senso matematico del termine: continuare una successione) concetti, a partire da quelli espressi.
    Io non ho mai varcato il limite della civiltà e dell’umanità. Pertanto ritengo scorretto leggere frasi, a me rivolte, che suonano come quella tua, che ho estratto (ma non decontestualizzato) dal tuo commento e che riporto virgolettato (anche per pudore) di seguito:
    “Se non si tiene questa discussione entro margini di civiltà e umanità non se ne esce e sai bene che i toni diventano ingestibili.”
    Poi dici: “…nessuno deve attaccare chiunque altro esprime la propria opinione senza che peraltro, mi pare abbia offeso, accusato, diffamato nessuno”.
    Lasci intendere che io abbia proferito quelle parole!
    Vai a rivedere i miei testi e vedrai che non si parla affatto di diffamazioni.
    La precisazoine di quanto non detto rimane inopportuna.
    Cito l’ultima tua obiezione senza aggiungere alcun commento.
    Io l’ho fatto nel mio intimo e invito chi lo legge a conservarlo nella propria coscienza.
    Ti giudico una persona intelligente e una Blogger speciale.
    Continuerò a leggerti ma, da ora, non commenterò mai più un tuo scritto per non vedermi attribuito ciò che non riconosco.
    Con i migliori saluti. Carlo Zeuli
    “…non puoi mettere in dubbio il fatto che si voglia comunque tentare ragionarne con tanta onestà intellettuale. Magari dicendo cose diverse dalle tue. Ma se a te interessa che si risolva il problema e basta, in fondo, che importa se le soluzioni immaginate o le conclusioni possono essere diverse?
    Perciò parliamo di problemi. Poi invitiamo a ragionare sulle possibili soluzioni.”

    1. Hai ragione, scusami. Non volevo minimamente offenderti. Non volevo attribuire a te il senso di quelle frasi. Volevo dire che in generale mi piacerebbe non fosse così. Comunque sia il punto è che su queste discussioni saltano tutti per aria e io provo solo a tenere in piedi un minimo di equilibrio. Concordo con te che il tuo approccio sia dialettico e che arrivi qui con argomenti e informazioni e quindi con tutta la disponibilità a discuterne.
      Chiedo venia, davvero.
      Tento di fare meglio e ci sta che a volte io faccia peggio. Ma recepita la tua critica accetta che sono umana e ti prego di ricommentare se avessi qualcosa da dire.

  7. Alcune note. Io sono parzialmente, anzi in buona parte d’accordo con l’impostazione dell’articolo.
    Però, da addetta ai lavori, non trovo corretta l’impostazione per cui la questione sia tra PAS si, PAS no. La PAS per come è discussa in questo periodo nei contensti della psicologia clinica, è invece una buona occasione mancata: afferisce cioè a qualcosa di vero, peccato però che il clouster di sintomi proposto del diagnosticarla sia un tantino – mi si perdoni – a cazzo, in un certo senso si contraddice da se, e il fascino che esercita campa su questa contraddizione.
    Ossia: essa ha potere perchè ha lo charme della patologia psichiatrica, ma no riporta nei sintomi necessari per la diagnosi niente che sia psichiatricamente rilevante, perchè vedete scegliere di assecondare un genitore a scapito di un altro perchè quel genitore vuole che sia così è psicologicamente normale. Eventualmente mentire, è normale. Ma una diagnosi che non è una diagnosi ha anche la gran fortuna di non andare incontro a diagnosi differenziali, cioè per esempio stabilire, questione per gli psicologi molto rilevante, se il bambino ha una pas o è vittima per esempio di abuso o di violenza assistita – la quale invece è prevista negli indici diagnostici di età evolutiva. Nessuna parte in causa, sia l’avvocato del genitore presunto alienante, che l’altro chiede mai una perizia per una diagnosi differenziale, temendo di non cavarci niente, perchè non essendo serio il costrutto la comunità non lavora su strumenti per la differenziale, e per una generica pregiudiziale ideologica verso l’uso della psicologia in sede giuridica. Le avvocate delle madri, di solito preferiscono destrutturare la pas, piuttosto che ragionare sul fatto che il bambino ha degli ottimi motivi per non vedere il padre.
    Il guaio grosso del costrutto, secondo me almeno, è nel valore emozionale e strutturante che ha per il bambino sentirsi con la madre contro il padre, se si prendesse il bambino come vertice, le sue funzioni e i suoi bisogni, al di la dei frequenti casi in cui si spaccia abominevolmente la pas per coprire la violenza assistita (ossia si dice il bambino mente: accetta la menzogna della madre, quando invece il bambino ha visto il padre menare e violentare la madre, con conseguente trauma piuttosto grave) si capirebbe che anche in questi casi, prendere di peso un minore e darlo al genitore alienato è un’operazione delirante e patogena.
    Se si riuscisse a circostanziare meglio la PAS cioè in una prospettiva familiare e sistemica, oltre che pensando alla sofferenza e ai bisogni del bambino, anche le prospettive di genere, le madri santificate e i padri alienati – che ce ne sono molti davvero – troverebbero un riequilibrio. Come su molti altri argomenti il sessismo italico trae beneficio da un uso selvatico della psicologia. (Sessismo e allergia alla psicologia vanno sempre d’accordo.)

    1. “Il guaio grosso del costrutto, secondo me almeno, è nel valore emozionale e strutturante che ha per il bambino sentirsi con la madre contro il padre”

      infatti è così. Non si riesce a scindere il bene del figlio dal bene della madre. o meglio. il bene del figlio parrebbe sempre essere sempre e solo il bene della madre. sono una cosa sola. dunque il padre è fuori da ogni ragionamento a priori.

      e sono d’accordo con te che la discussione trincerata al pro o contro Pas è inutile, infruttuosa, perché bisognerebbe valutare mille altre cose in quella prospettiva ampia che dici tu.

      quando comunque io dico che bisognerebbe prevenire lo dico proprio nella consapevolezza che dovrebbe esserci modo di intervenire sulla prospettiva familiare, sistemica eccetera, riducendo al minimo le possibilità di frizione legate al genere di appartenenza. non è il qui e oggi che chiedono i padri o le madri rispetto alle emergenze che hanno da risolvere ma se non si comincia a ragionarne secondo me non se ne esce. 🙂

      1. “Non si riesce a scindere il bene del figlio dal bene della madre. o meglio. il bene del figlio parrebbe sempre essere sempre e solo il bene della madre. sono una cosa sola. dunque il padre è fuori da ogni ragionamento a priori.” Io non so se ho capito bene questo passaggio. Ma tagliare fuori il padre a priori, è una cosa che non posso sottoscrivere, e che nessuno psicoterapeuta infantile potrebbe mai sottoscrivere. La questione riguarda due piani: su quello clinico molte psicopatologie crescono più rigogliose per il mancato intervento paterno nella rottura tra la simbiosi che è solo parzialmente biologica ma molto è forzata culturalmente. Ed è piuttosto importante la convergenza tra psicologi di scuola diversa su questo punto. In secondo luogo secondo me almeno c’è un fatto etico. Se mi fanno in due, il mio rapporto con quei due che mi hanno generato è un mio sacro diritto che le istituzioni dovrebbero incoraggiare e proteggere, come si dice nel post, ben prima di arrivare in tribunale. Ma per quanto mi riguarda anche in tribunale. E’ una questione etica importante.

        1. volevo dire che in termini culturali, per tutti i ragionamenti che si fanno, che si ripercuotono vuoi o non vuoi anche sulle sentenze, sembrerebbe che il bene del bambino coincida soltanto con il bene della madre. cioè lui sta bene se sta con la madre e punto. il tuo ragionamento va molto oltre questo e per fortuna la psicologia converge sulla sintesi che dice che comunque il bambino deve poter vivere un rapporto con le persone che lo hanno generato. ma le istituzioni e certe persone non rispettano quella sintesi. per mancata esecuzione di un provvedimento del giudice una madre che non garantisce il diritto di visita e gli incontri tra padre e figlio si becca il 388 cp, ma lei continua a fare quello che le pare e nessuno mette in discussione l’affido. in altri paesi se tu impedisci gli incontri decisi dal giudice ti tolgono la custodia. così come la tolgono al genitore che non passa il mantenimento. ma il punto è che c’è estremo garantismo in un senso e ipergiustizialismo dall’altro. questo è quello che trovi nei tribunali oggi. ecco perché ti dico che prima di arrivare ai tribunali, e per me è sempre preferibile passare attraverso percorsi di mediazione facoltativa se è il caso, ma prima di arrivare ai tribunali c’è tutta una cultura da rimettere in discussione. proprio per stabilire anche la fondamentale importanza in termini etici della questione.

  8. Poi concludo moltissimo sulla conclusione purtroppo in linea teorica – perchè in linea pratica è difficilissimo. Ci sono emozioni molto forti in ballo, e i genitori spesso collaborano meno di zero, se uno lo fa l’altro no. E quindi è giusto tendere al non arrivare al tribunale. Ma un sacco ci arrivano comunque.

  9. La Sindrome da Alienazione Genitoriale (PAS) non è affatto stata esclusa dal DSM. Infatti vi è descritta nelle sue varie sfaccettature sotto le seguenti denominazioni: 1. Parent-child relational problem, 2. Child psychological abuse, 3. Child affected by parental relationship distress, 4. Fictitious disorder imposed on another, 5. Delusional symptoms in partner of individual with delusional disorder.
    Qui il comunicato del prof. Bernet:
    http://richardalangardner.wordpress.com/2013/06/28/inclusion-of-concepts-describing-parental-alienation-in-dsm-5-strengthens-child-health-in-the-aftermath-of-divorce/

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