MenoePausa

Sono maschio, vado per schemi!

Sera. Sabato. Ho conosciuto uno. Bellino. Simpatico. Per incontrarlo mi sono pure depilata. Avevo tre peli all’altezza del polpaccio. Lo so che queste cose non si dicono ma giuro che io proprio ho poco pelo, o meglio, ne ho chiarissimi, quasi non si vedono. Almeno credo. Ma poi chi se ne fotte.

Comunque mi depilo, rasoio all’asciutto, tanto per fare prima. Faccio lo shampoo, metto una crema dopo doccia, presa al supermercato non so quando, trucco invisibile, burrocacao, profumo tenue, come piace a me, mi sento bene, è tutto ok.

Chiacchiere confidenziali. Quanti molari hai, se hai il dente del giudizio, hai i peli che vengono fuori dalle narici, metti la mano nella bocca se tossisci. Tutto sommato è una bella risata, dice cose intelligenti, mi piglia bene, andiamo a casa.

Mette la mano sulla chiappa prima dell’ingresso, e già avrei dovuto insospettirmi sulle modalità banali da film hollywoodiano. Schiacciata al muro mi si pianta in gola a fare non so cosa fisso con un giro lingua alla giugulare. “E’ finita, caro… o mordi o cambi zona ché lì ho l’epidermide che è vittima del tuo tsunami…”.

Tento a fatica di raggiungere la porta, ma lui interpreta ogni movimento come fosse una mossa d’attrazione. “E cazzo, ho da prendere le chiavi… stai a cuccia un attimo…”. Ride. Di quella risata con l’occhio straeccitato. Pareva un ragazzino delle medie.

Scansando altre pareti lo invito sul divano. Ma a lui piacciono le acrobazie e non so come né perchè ci ritroviamo a terra. “Fa freddo…” dico io. Lo attiro verso il letto. Mi ferma due e tre volte. Sostiene che nella doccia è meglio.

Non so come la pensiate a tal proposito. Non voglio proprio fare la spontaneicida e neppure voglio fare un contro-kamasutra, piuttosto una realistica definizione di quello che sta nell’immaginazione di qualcun@ e che invece riesce impraticabile ai più.

A lui piaceva dunque farlo nella doccia, con me appiccicata al muro e lui che mi infilzava con la sua “spada” (m’ha detto proprio così). E a parte la metafora epico/guerriero/medioevale, che non l’avrei giustificata neppure se fosse uno dei cavalieri di re artù, direi che non c’è nulla di più difficoltoso di così.

Ciò nonostante eccoci a fare le controfigure della brutta copia di nove settimane e mezzo. Lui piglia, mi ripiglia, mi innalza, io m’arrampico, hop hop e cavalluccio, e finisce che a lui non reggono le gambe e per tenermi ho massacrato un rubinetto. Ci siamo salvati con qualche contusione e vari lividi e siamo riusciti a non fare a pezzi il vetro/paradoccia. Oltretutto sfido una donna ad avere un orgasmo in quella posizione.

Allora provo ancora – io tenace e resistente – a trascinarlo a letto sperando non gli venisse in mente di andare a farlo – che so – sul davanzale della finestra e al gelo.

Riusciamo infine a stenderci. Un po’ di qua e un po’ di là. Quattro pose sotto e quattro pose sopra. Eccoci, trovata la sua posizione. Gli piace comoda. Muove appena il bacino. Un movimento vagamente rotatorio. Nemmeno fosse un apriscatole. Poi decide che è il momento di far arrivare l’onda e finisce che mi viene il mal di mare.

E su e giù e vai e vai. Si combatte un minimo per arrivare a un compromesso. Mi vuoi cavallerizza? Allora ho da sedermi perché sulle ginocchia a gambe così divaricate non so stare a lungo. Hai un bacino largo e io c’ho la mia età. Mi accomodo. E tira su la schiena, chiedo, così c’è un minimo di contatto, riesco a trovare una posa per le mie caviglie che non sia da danzatrice classica e lui strapiomba giù e devo fare tutto io.

Mi annoio, devo dire, fisso un punto vuoto alla parete, noto un po’ di muffa su nell’angolo. Di nuovo l’antimuffa, che mannaggia, l’avevo ripassato mesi fa. Mi arrendo e simulo una nota goduriosa. Scavalco, mi posiziono e per me va bene tutto purché senta qualcosa. E ancora non ho sentito molto a parte due soffi intensi come di una ruota che man mano sfiata.

Raggiunge la posizione e domina l’assalto. Mi guarda fisso gli occhi. E prima non pensavo fosse così a pesce lesso. Una flessione, due, tre, e precipita pericolosamente sul torace. Mi schiaccia le due tette. Di nuovo posiziona la lingua sulla giugulare, sempre la stessa. A questo punto indago sulla muffa alla parete da altra angolazione. Calcolo il peso dell’omone e mi pare a occhio e croce che non superi il quintale. E’ alto, è grande, e mi sta frantumando costole e torace.

Si sgancia il perno lì da basso e prova a rifiondarlo senza prendere la mira. Frantuma l’inguine e l’aiuto, per quanto lui orgoglioso dica “faccio io… io”. E fai tu, caro viandante, purchè l’azzecchi giusto. E lì no, un po’ più a destra, ora a sinistra, e cavolo, ma non sai fare spostamenti brevi? Ci sei, ecco. You are welcome e ora spicciati.

E one, e two e tre e quattro e si e si e si. In frigorifero ho le arance, appena lui finisce mi faccio un’insalata. Ci metto anche l’origano. E ora vuoi vedere che sgancia e poi si accascia moribondo?

Sento una pressione sul diaframma. Faccio prove vocali e non riesco neppure a gemere. Amore, caro, bello, si, mi stai spremendo come gli agrumi che ho nel frigo. Mi chiedo a che punto sia, ché oramai non posso dirgli basta e fattela da sola.

Ho l’animo buono e se ci arriva almeno lui sono contenta. Spero non sia uno di quelli che si eccita se fingo il gemito in salita ché io non fingo manco morta. Si arrangi.

Provo a dirgli “toccami” e mi pianta una mano sulla schiena. Non era proprio quello che intendevo ma ‘sto tipo forse necessita di un disegnino.

Agito il bacino e gli parlo, piano, e la mia voce piace, in genere, è eccitante, e lui si ingrifa, e giù e giù e giù e dico girati, ché non posso immaginarlo in coma sul mio sterno.  Si torna a cavalcare. Vado di scudisciate. E prendi questa e questa e quest’altra.

Testa avanti e indietro, il colpo di capelli alla rita hayworth fa la sua porca figura, occhi negli occhi, come piace a lui, lo sento in vibrazione mode-on, ci sei, ci sei, lui c’è, e si, e uno, e due e tre e vai. Finally, ce l’abbiamo fatta.

Com’era? Ti è piaciuto?

Per niente. Ginnastica. Ho perso un po’ di calorie, un po’ di gambe e glutei e qualche addominale. Come al telefono per lavoro. E nella vita vorrei fosse diverso. Almeno quello.

Mi guarda. Ride. Perdonami – e si attribuisce uno stereotipo sessista – ché sono maschio e vado per schemi. Per fortuna non è stupido e non se la prende, altrimenti sai che due palle a coccolargli pure l’orgoglio ferito. Lo rifacciamo? Ci penso io, mi dice. No grazie. Ho voglia di un’arancia. Non è un’invito. Voglio restare sola.

Va via. Ci sentiamo? Si certo, un’altra volta. A presto. Arancia, gambe incrociate, mi godo il mio divano. Poi sfioro la mia pelle, liscia, non è male. Lei vuole di più. Merita di più.

NB: Antonella, Meno&Pausa, è un personaggio di pura invenzione. Spin Off di Malafemmina, precaria un po’ più giovane. L’about di Antonella dice che si tratta di una donna precaria post quarantenne e in pre-menopausa. Ha le caldane e cerca ventilatori, anche umani. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

12 pensieri su “Sono maschio, vado per schemi!”

  1. Ma povero, dài. Io sono una femminista agguerrita e incazzata ma se posso dire questo tipo mi fa tenerezza. Ha fatto parecchi passi falsi minori che può senz’altro recuperare.

  2. noo, va bene così.
    confesso che ad una prima lettura (e ad una seconda), non mi è piaciuto e l’ho trovato ingiusto. (persino una femminista agguerrita ed incazzata ha stemperato:))
    però alla terza lettura ho trovato una chiave di lettura più interessante.

    e quando qualcosa inizia ad avere più chiavi di lettura, diventa arte, per me.

    1. troppo buono. 🙂 per una cosa scritta un bel po’ di tempo fa c’ho visto qualcosa anch’io, altrimenti non l’avrei ripubblicata. sto sempre qui a tentare di farmi spazio tra mille stereotipi. tu dimmi se nel frattempo ne alimento altri.

      1. appunto, fati troppa attenzione a non *alimentare* nessuno stereotipo, con il rischio, poi, che non puoi più rappresentare niente.
        non so se era tua intenzione, ma alla fine è lei quella che è rappresentata in modo più stereotipato. tutte le azioni dirette sono di lui, lei si limita a cercare di gestire la situazione. il ruolo di lei è quasi logistico. in senso proprio, il suo problema è come lo sposto da qui a li.
        alla fine di tutto, lui, nella sua imperfezione… ne esce bene, consapevole dei suoi limiti.
        lei, che si è limitata a dare i voti, invece, può solo gratificarsi con la promessa di meritarsi di più. e proprio perché lei è nel ruolo di quella che giudica e non ha nessuna responsabilità di quello che è successo… è intrappolata in un una situazione che non può cambiare, come se non dipendesse da lei. può solo aspettare uno che si meriterà un voto migliore.

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