Antiautoritarismo, Comunicazione, Critica femminista

Pd-Snoq: come essere “donne” (di partito) e dettare la “linea” sul femminismo

Su la 27esimaora se la suonano e se la cantano. Una senatrice neoeletta del Pd, branco Se Non Ora Quando, dice che il femminismo ideologico (cioè?!?) andrebbe sostituito dal “femminismo pragmatico” che è stato praticato negli ultimi due anni a partire dalla piazza del 13 febbraio, nazionalista, patriottica, antiberlusconiana, escludente, discriminatoria, bipartisan, politicamente trasversale, interclassista, targata Snoq.

Nel dibattito a tratti surreale che si è scatenato sulla stessa testata c’è un minimo di indignazione e scoprono oggi, per la prima volta, chiacchierando comunque tra “storiche”, che Snoq e il Pd, quali inibitrici di movimenti femministi e stabilizzatrici di sistema, hanno fagocitato, colonizzato, normalizzato, usato, svuotato di senso, orientato e diretto anche a legittimare le donne del Pd, le candidate, tutte cose che a me, che personalmente non sono stata gregaria di nessuna Snoq, non sorprendono per niente.

Comunque sia provo a fare una sintesi degli interventi che si stanno confrontando sulla scoperta dell’acqua calda.

Valeria Fedeli, chiarendo, tra slogan e linee programmatiche del Pd, che il perno della sua battaglia sta nel conciliare il ruolo di madre e lavoratrice, scrive:

Con una classe dirigente rinnovata, le donne diventano protagoniste di una svolta storica per il Paese, svolta di cui gran merito va al Partito Democratico” – e grazie alla propaganda e al tono da comizio che galvanizza le folle ed esalta la magnificenza del ruolo femminile e del ruolo del Partito nella rinascita del Paese.

Essere femminista non significa guardarsi indietro alla ricerca di vecchie parole d’ordine (…). Essere femminista oggi significa rilanciare un senso condiviso dell’esistenza di due generi e delle differenze di genere che deve permeare società, mondo del lavoro, imprese, istituzioni.” – due generi, capito? Solo due. All’insegna della differenza. Ciò che siamo per natura, innanzitutto mamme, uteri, che devono conciliare con il lavoro. Di quali vecchie parole d’ordine parli non si capisce dato che il più vecchio concetto, che non è esattamente femminista, è quello che ha scritto lei.

Quel cambiamento reale che possiamo ottenere solo liberando e valorizzando il capitale femminile.” – capitale femminile tipo la Fornero e quelle che hanno segato l’art. 18?

Non serve un femminismo ideologico, (…), ma un femminismo pragmatico, come quello che ha coinvolto negli ultimi due anni, anche grazie a nuovi linguaggi e alla rete, tantissime donne e ragazze che mai avevano prima manifestato o fatto politica.” e subito mi viene in mente il Donnismo e il gruppo delle Femministe Anonime che gravitano in rete.

E dopo un riferimento patriottico al Presidente della Repubblica (mancava l’Inno di Mameli e la bandiera ed eravamo a posto), così conclude: “Perché la nuova Italia coesa ed equa riparta dalle donne.” – la nuova Italia, coesa, eccetera e a me viene solo da dire “sigh!”

Risponde Lea Melandri, storica, di quelle che non sono sceme e stanno attente ai nuovi femminismi, e tenta, senza capire ahimè che questa cosa è castrante dei conflitti che è bene avvengano, inclusi quelli generazionali, di trovare un filo conduttore tra mamme femministe e figlie scapestrate, si concentra su un passaggio del precedente intervento che per me non è neppure quello più grave ché mi pare l’esatta conseguenza di tutto il suo ragionamento. Voglio dire che sorprendersi del pregiudizio, che dentro Snoq c’è e c’è sempre stato, contro quei femminismi che non invocano l’unità omologante a tutti i costi, come invece fa il Donnismo, è come sorprendersi del fatto che il sole sorge e tramonta ad orari precisi.

Insomma Lea cade dal pero e così scrive:

non posso nasconderti la mia sorpresa (risentita) per il giudizio che hai dato del femminismo del ‘passato’ e degli ultimi due anni (Se non ora quando?). Che l’uno sarebbe stato “ideologico” e l’altro “pragmatico”. Non è la prima volta che sento esprimere un giudizio così superficiale e deformante della storia del movimento delle donne in Italia. Ma non aspettavo di sentirmelo ripetere da te, così tranciante e con riferimento all’articolo di Barbara Stefanelli, che diceva il contrario:

“E se ci rendessimo conto che il femminismo in fondo è questo? Non una eredità arcigna. Non una ideologia …ma un movimento che nel tempo ha aiutato le donne a riflettere su se stesse e le ha portate a vivere per sé, a riconoscersi come individui, le ha spogliate finalmente di un codice che le presentava innanzi tutto come ‘figlie di’, ‘moglie di’, ‘madri di’. Un movimento di liberazione da schemi mentali, costruzioni immaginarie e linguistiche che si sono insediate nel Dna della società e si sono infilate sotto la nostra pelle (…) questa identità, fatta di critica e passione, non è una foto in bianco e nero con cui chiedere un vecchio album: è in costruzione, va ancora nutrita”.

Sarebbe questo lavoro enorme di “presa di coscienza”, di modificazione profonda della visione del mondo che abbiamo nostro malgrado interiorizzato e che vediamo ancora in atto nella dipendenza affettiva e nella subalternità intellettuale di tante donne, nel privato come nel pubblico, che dura da quasi cinquant’anni, quelle che tu chiami “ideologia”?

Si può pensare quello che si vuole dell’eredità del femminismo -e infatti si discute ancora molto di ‘emancipazione’ e ‘liberazione’- ma distorcerne così la storia, di cui oggi sono pieni gli archivi e i centri di documentazione, è offensivo per le tante donne di diversa età che a quelle intuizioni e pratiche dedicano il loro impegno e la loro passione.

Si inseriscono Lia Cigarini e Giorgiana Masotto che scoprono oggi, dopo che le piazze affollate di One Billion Rising rappresentavano fior di candidate che utilizzano la lotta contro la violenza sulle donne per fare campagna elettorale, che il termine “femminismo” è diventato, come “Donna” e “Femminicidio“, un brand utile per raccattare consensi. Però la dicono talmente male da farmi emettere un altro “Sigh!”. Così, infatti, scrivono:

Il femminismo non è un jolly da usare quando fa comodo

e poi esprimono un concetto pericoloso che si traduce in “il femminismo è per sempre” (brrrr) tanto diverso da quello che ho scritto io e che vi prego di leggere incluso il commento di @DonaSonica che dice “Evidentemente, se molte di noi, in luoghi diversi e nello stesso momento sentiamo proprio questa oppressione dalle altre e dai luoghi nei quali abbiamo sì cercato un rifugio, ma per ripartire e non per restare incastrate nell’ennesimo branco, vuol dire che davvero c’è bisogno di cambiare, e soprattutto di confliggere.

Insomma scrivono: “il femminismo non è uno yogurt prossimo alla scadenza che possiamo ancora usare con vantaggio solo il tempo necessario per arrivare al peso forma.” e dunque che è? Una chiesa? Una setta religiosa? Di che parliamo?

Il femminismo non è un jolly che ci si può giocare nel modesto equilibrismo di chi – uomini e donne – cerca di accreditarsi sia presso le donne sia presso il partito.” – ce l’hanno fatta infine. Complimenti per la tempestività. Da queste parti si va dicendo da anni che funziona così. Dopodiché mi pare dicano che non preferiscono particolarmente quelle che chiamano norme antidiscriminatorie, spesso sponsorizzate da un separatismo opportunista abbastanza evidente, e sarei molto d’accordo con questo.

Concludono dicendo che:

a) sulla sessualità non si legifera;

b) le leggi antidiscriminatorie, notoriamente più amate da chi legifera che dalle donne stesse, hanno l’effetto pratico di imbrigliare e normalizzare l’attuale dinamismo culturale e sociale delle donne, che giustamente non amano essere trattate da deboli e vittime;

c) la Costituzione ben usata permette comunque qualsiasi azione legale antidiscriminatoria.

e pongono le questioni all’attenzione di tutti/e, rifiutando evidentemente di delegare il destino delle donne, in quanto persone, alle donne stesse.

Che dire: di Donnismo non abbiamo bisogno. Di Femministe Anonime nemmeno. In quanto a Snoq, beh, mai esserne complici (e mi riferisco ai vertici, a chi detta la linea, e non alla base, ovviamente). Dopodiché forse si capisce di più perché da anni esprimo un disagio e mi sento strattonata a recitare copioni che neppure condivido. Perché agire il conflitto dentro questo modello dogmatico di “femminismo pragmatico” che per me è “femminismo autoritario” o “Donnismo”, è diventato impossibile e perché le mie lotte sono diventate tema di speculazione di partito, di gruppi di soggetti istituzionalizzati che mi impongono pensieri, narrazioni, rinominano i miei bisogni, mi fottono le rivendicazioni e le dirigono verso soluzioni autoritarie e perfino giustizialiste che non sono le mie. Tutta la politica del Pd contro il Femminicidio e la violenza sulle donne non è la mia più di quanto non lo sia quella della Ministra Carfagna. E quel che invece codeste signore ci impongono è soltanto di fare da megafono istituzionale.

E’ necessario cercare parole autonome, idee autonome, rivendicazioni autonome, pratiche autonome. Lontano, altrove, a partire da noi e a partire da femminismi che in giro per il mondo presentano un contesto che non è provinciale e mediocre quanto il nostro. A respirare ossigeno per la mente, lontane da queste evangelizzatrici e portatrici sane di ortodossie che speculano sulla mia necessità di essere libera e autodeterminata, lontane da queste discussioni decrepite in cui non ci si riesce a smarcare e si resta al traino, colonizzate, a soggette che ti egemonizzano, sfruttano il potere mediatico che hanno, ti impongono culture, parole d’ordine, agende e soluzioni e marginalizzano o demonizzano chi non gli somiglia. Lontane, per favore. Aria.

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