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Di mamma ce n’è più d’una (il libro): sguardo al materno con disincanto!

536105_446409178759581_392673518_nDa anni analizzo la comunicazione in rete e so per certo che puoi parlare di tutto senza conseguenze, ma che se parli di mamme arriva il mondo intero a dirti che è un errore se allatti poco o troppo, se definisci la donna una persona invece che una madre, non attribuendole lo status che lei rivendica, e di post in post in cui abbiamo decisamente, anche su FaS, trattato la materia con disillusione, laicità, ironia e un po’ di attaccamento a quella versione della storia, la nostra, che narra che le mamme non sono tutte così buone, mi sono resa conto che c’era uno scontro culturale in atto e pure bello grosso.

Avendo anche in Italia la tendenza a polarizzare conflitti d’ogni tipo, anche tra femminismi, e soprattutto temendo di essere fagocitate tutte quante da questa cultura del materno che stabilisce che sei madre della terra, dell’Italia, dei tuoi figli, madre e basta, madre in quanto santa, dea, meravigliosa fattrice che legittima una versione della storia tanto cara al patriarcato, alcune donne, noi, io, ci siamo messe a ragionare sul fatto che bisognava fare emergere altri modelli di donna, ché appunto oramai “donna” in Italia vuole dire “madre”, e sta scritto in troppi documenti o siti o considerazioni che parlano perfino di violenza di genere e che stabiliscono l’importanza di un delitto a partire dal fatto che la vittima possa essere madre oppure no.

Far emergere un aspetto critico di questa deriva culturale che ricorda tanto la gestione di governo del periodo di Mussolini, non è cosa semplice. Perché in Italia, appunto, esiste un bel gruppo di soggetti materni che in rete muovono consenso e riescono a condizionare il tuo giudizio sull’acquisto di una marca di pannolini; sono lobby, gruppi di pressione che si oppongono a talune leggi o ne chiedono alcune per rivendicare diritti o lasciarne inevasi altri. Non è semplice riuscire a discutere con queste realtà e a farlo senza sentirsi in qualche modo messe in mezzo, con il rischio che esse parlino anche in tuo nome, per cui diventa quasi necessario urlare che in mio nome proprio no, non sono io quella donna di cui parlano, non sono io che voglio ricucito addosso lo status di madre anche se lo sono. Io sono una persona, prima che donna, prima che madre.

Devo perciò ringraziare Loredana Lipperini che con questo libro ha risolto un mio conflitto. Grazie, perché ha decisamente stabilito che esistono loro ed esisto anch’io. Ché quella versione della storia è solo una tra le tante, così come lo è la mia, e solo Loredana, con il suo lucido e appassionato sguardo che analizza la questione quasi dall’alto, poteva fotografare così bene tante realtà tutte assieme facendo emergere con tenerezza, intelligenza e comprensione i tratti umani, le paure, di tutte queste donne che possono essere strumento del mercato per vendere prodotti di ogni tipo o anche strumenti di realizzazione di nuove identità autodeterminate che vogliono segnare una differenza con altre e diverse generazioni di donne.

Parla di tutto, lei, dalla mamma intesa come modello etero-normativo che interferisce con la narrazione di ciascuna, alla mamma in quanto Brand il cui marketing può condizionare l’acquisto di un prodotto o perfino il voto elettorale. Dalla “madre natura” intesa in quanto benefica anche se poi reagisce alle pressioni degli umani con tsunami e terremoti, alla mamma che immagina che il suo parlare di “donne” possa coincidere con il mio e che quando io dico che non è così mi dice “come? ma siamo donne, dovresti pensarla come me...” confondendo la donna con la madre e la madre con la donna e invisibilizzando tutto ciò che non le somiglia.

Da quelle che vengono descritte come modello di decrescita felice anche se a decrescere felicemente tra marmellate e pace fatto in casa sono le loro figlie, di una diversa generazione, o i loro compagni (il mio di sicuro), a quelle che vengono licenziate perché madri, in quanto madri o in quanto, semplicemente, uteri e tanto basta già per le imprese per escluderle dal mercato del lavoro e condannarle alla dipendenza economica.

Da quelle che come dice la Badinter sanno che l’istinto materno non esiste a quelle che credono in modelli variegati di genitorialità, inclusa quella a cura dei padri, per i quali è così difficile ottenere altrettanta attenzione in questi mondi materni.

Da quelle che immaginano a causa del gender backlash che era meglio quando era peggio, a quelle che sanno e confermano che non era meglio affatto e che le madri di un tempo erano frustrate, depresse e in fondo non erano libere di scegliere. Dunque la libertà di scegliere chi o quale tipo di donna o madre essere diventa essenziale in questa discussione che rischia di diventare dogmatica tanto quanto mille altri ragionamenti poco laici che permeano il nostro paese.

Ci sono le donne che fanno da psicofarmaco sociale, concetto che Loredana prende in prestito da una mia ricerca su Donne e Media, come ammortizzatore sociale che ammortizza la totale assenza di servizi relativi compiti di cura e sostegno di ogni pezzo fragile della famiglia di cui fa parte.

Ci sono quelle che tentano percorsi di indipendenza economica e che trovano un muro enorme, terribile davanti a se’, e ci sono quelle che vivono il materno con la logica del branco per cui in nome della difesa dei propri “cuccioli” costruiscono politiche giustizialiste, securitarie, perfino xenofobe (come le mamme del tea party) perché “tutto si fa, per proteggere i miei figli“.

Ci sono quelle che chiedono politiche di conciliazione e quelle che non vogliono conciliare proprio niente.

La mistica del materno è quella attorno cui ruota gran parte della politica che obbliga le donne a seguire precise imposizioni dalla sfera cattolica. Devono esserlo (madri) anche se non vogliono o non possono esserlo se vogliono. Tutto si svolge secondo il principio relativo alla “natura” che è quella che decide ed è il concetto di natura che si scontra con quello di desiderio e dunque con la libertà di scelta.

L’Italia ha un numero altissimo di obiettori di coscienza, rende impraticabile l’interruzione volontaria di gravidanza, rende traumatica anche quella terapeutica, con un processo di colpevolizzazione di quelle che se non vogliono o non possono essere madri, appunto, non potrebbero essere considerate neppure donne.

D’altro canto la Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita dice che non puoi essere madre se lo vuoi perché pone una serie di irragionevoli e dannosi limiti e divieti.

La sessualità delle donne, In Italia, è strettamente legata a questa convinzione integralista per cui se fai sesso devi fare un figlio o scegli altrimenti una cintura di castità. E Loredana ha seguito molto sul suo blog e riporta sul suo libro questi piccoli e grandi drammi di donne che parlano di contraccezione d’emergenza impedita, di aborti vissuti male, di una violenza istituzionale senza eguali a partire da istituzioni che non prevengono, non assistono ma reprimono e puniscono.

D’altro canto in Italia non esiste che si parli di congedi per maternità senza incorrere nel pregiudizio che racconta di donne che ne approfitterebbero e non esiste neppure che si parli di congedi parentali che siano dedicati ai padri che sempre più chiedono di poter avere spazio in ruoli di cura che li coinvolgono, seppure con moderazione, in modi oramai diversi rispetto a tanto tempo fa.

C’è la mamma che partorisce con “dolore” e dunque quella che chiede l’epidurale. C’è il modello di mamma che torna a partorire in casa e quella che allatta per anni e anni. Ci sono vari modi di declinare fasi di crescita e svezzamento di un bambino e lì rintracci finanche dei fondamentalismi per cui certe attitudini diventano obblighi e non scelte, dove la madre è sempre quella che stabilisce cosa sia giusto per un figlio o cosa no, anche se è sempre lei a parlare e considerare. E poi l’enorme pressione medicalizzante cui le donne sono sottoposte e la solitudine, in fondo, che deriva da queste differenze tra un modello di mamma e l’altra, ché non si riescono neppure a parlarsi e che comunque restano imbrigliate tra pressioni commerciali e imposizioni ideologiche.

C’è l’analisi dei media, di come trattano il tema materno e degli sponsor che sul materno investono per veicolare il proprio marchio. C’è una analisi documentata su quello che arriva d’oltreoceano come influenza estrema a quello che succede qui da noi, ed è una analisi che tra testimonianze e articoli di media e blog, prezioso quello di Giovanna Cosenza, letture critiche di spot pubblicitari e affermazioni politiche, diventa lo specchio di quello che siamo e di quello che a fatica tante di noi tentano di definire. E’ tutta lì la nostra storia di donne, madri, persone, del riduzionismo biologico a cura di certi femminismi, dell’andamento di una società che investe tutto ancora su un welfare che è basato sull’esaltazione e sul disprezzo della figura materna. Bianco e nero, con le figure paterne di contorno che trovano conforto quasi soltanto in una rilettura radicalmente anacronistica della realtà ovvero, nei tentativi di recupero di spazio sociale e affettivo ed emotivo nella vita dei figli, si trovano a scontrarsi con una montagna di pregiudizi enormi.

Tra una pagina e l’altra, mentre si parla di obbligo d’uso, per questioni etiche, di materiali riciclabili e non inquinanti per riparare ad una cacca del bambino o alle proprie mestruazioni, mentre si parla di donne pressate in un modo o nell’altro ad assumere controllo delle proprie scelte di consumo perché ad esse viene delegato il compito di salvare il pianeta, si parla anche della trascuratezza con la quale nessuno salva loro da se stesse, da altri che fanno loro del male, da chi le sfrutta e le consuma.

E’ intenso, complesso, ricco ed è una chiara e folgorante fotografia di questi tempi. Così l’ho visto questo libro che consiglio di leggere. Vi auguro una buona lettura.

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Comments

  1. Sembra molto interessante. In bocca al lupo a Firenze.

Trackbacks

  1. […] a dirlo alle madri che difendono i loro “cuccioli” nelle cause di separazione. Cosa ne pensano? Cosa […]

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