Trombatrice Precaria

Trombatrice Precaria: il candidato alle elezioni!

Avete mai provato a trombare con un candidato che si presenta alle elezioni? No? Allora vi racconto come è andata per la nostra Trombatrice Precaria.

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Dalle 8.00 alle 9.00 appuntamento con i portuali; dalle 10 alle 11 appuntamento con le suore; dalle 12 alle 14 appuntamento con i cassintegrati; dalle 16 alle 17 appuntamento con gli imprenditori. Incontra prima gli antiproibizionisti e poi quelli che per una canna ti farebbero frustare; prima i cattolici e poi gli atei, blasfemi, agnostici, anticlericali; prima i precari e poi il tizio che tiene i dipendenti a lavorare in nero.

Credevo che l’unica ricerca priva di morale fosse la mia che in fondo voglio solo una gran sana trombata e invece, con mia somma gioia, all’eterna ricerca di chi non vuole posti in paradiso, ho trovato perfino uno più immorale di me.

Lo vedo, lo conosco, mi passa un fac/simile e già un po’ mi attrae con quella faccia da minchione lì stampata che mi fa tanta tenerezza, perché mettersi in posa sapendo che sembrerai un mezzo deficiente non è da tutti. Ci vuole coraggio. Lui vuole un voto e io voglio trombare. Mi pare che se ne potrebbe trarre uno scambio equo.

Fingo di essere interessata ai suoi programmi e nel frattempo gli guardo l’attaccatura dei capelli. Castani, folti, con la riga in mezzo, ciuffetti pettinati, e si capisce che se non fosse per le elezioni li porterebbe un minimo più disordinati. Io sono così, mi attacco ai dettagli. Pensarlo a pettinarsi per dovere mi smuove le budella e quando mi si smuovono mi viene la frenesia di intervenire, che so, spettinarlo, restituirgli la sua dimensione vera.

Ma che ne sa questo povero ragazzo del fatto che se dici si a tutto di lui si potrebbe pensare male? Parliamo del più e del meno e gli lascio il mio numero di telefono. Se hai bisogno… chiama… E lui mi chiama dopo qualche ora, a fine giro per recuperare voti. Mi dice che è stremato e ha bisogno di distrarsi. E vieni qua, bello mio, c’è la Trombatrice Precaria tua che ti conforta e così almeno facciamo silenzio elettorale e si parla d’altro.

Mi preparo che già mi sento una first lady. Pure se è candidato in culo al mondo sempre un candidato è. Ci diamo appuntamento sotto casa e lui mi piglia e poi mi porta a cena, così mi dice.

Scopro che la cena che pensavo fosse una cosa intima in realtà consiste nell’attraversamento di un locale in cui tra strette di mano e strizzate d’occhio e distribuzione di santini impieghiamo un ora prima di sederci.

Scusa” – mi dice. “Figurati…” – rispondo comprensiva, cercando di capire se la crepa che gli è spuntata in volto è un cedimento strutturale che dovrò riparare con qualche impalcatura. Lo stress è stress, non c’è dubbio. E subito mi fa accomodare in un angolo in cui io faccio sfoggio della mia scollatura con abito scosciato-intraprendente e stivalone. Mi sento una gran bella pulla e queste, credetemi, sono soddisfazioni.

Dal cameriere all’arrivo di bevande e cibi mi tiene in ostaggio raccontandomi pilu pilu tutti gli sfregi che gli ha fatto uno che prima era amico suo e poi furono rivali, poi c’era pure un collega candidato nella stessa lista che a quanto pare faceva il furbo, ma non ho capito come, e infine c’era che gli coprivano i manifesti quegli altri del partito coalizzato che è coalizzato per modo di dire.

Comincio a manifestare un po’ d’apprensione per lo stato della sua psiche e anche per la mia futura e auspicatissima trombata. Di fatto il picciottazzo mi piace assai. Mentre parla e si sfoga, io sono tutta occhi solo per lui che ogni tanto mi sfiora con la mano. Poi me la trovo sulla coscia ed é una grande gioia perché a quel punto penso “e finalmente, gioia mia, e qua ti volevo“.

Insomma il candidato si assicura che porterò a votare pure i cadaveri della mia famiglia e che naturalmente voterò per lui. Guarda tu che si deve fare per una trombata. Finiamo di cenare e passa un’altra ora tra il tavolo e la porta. Strette di mano, saluti e ancora distribuzione di santini, in conclusione ritorniamo in macchina.

Avete mai visto una macchina di un candidato alle elezioni? Non è una macchina: è una discarica. Dentro la macchina del mio partner serale c’è tutta BelloLampo.

Ché figghiu miu, mizzichina, ma ce l’avrai una casa o ti sei proprio accampato dentro l’automezzo? Volantini e manifesti e fac/simili e bottiglie di plastica vuote e carta di panino con le panelle andate a male e sacchetto con maglietta di ricambio e scarpe da montagna, ché in una città a mare che ci fa uno con le scarpe da montagna, sulu iddu su sapi, a meno che non gli siano servite per andare a seppellire il cadavere di un suo rivale in aperta campagna.

Mi tocca mentre mi fa fare un giro di ricognizione dei luoghi in cui dovrebbero stare tutti i suoi manifesti. La Via X è a posto e la Via Y ci sono passati quegli altri – merde – ché “mancu ‘u tempu mi lassanu… li avevo messi ieri… fitusi” e poi c’è la Via Z e la Via Boh e gira che rigira facciamo la piantina della città e e io mi rassegno perché capisco che se lui non si fa passare l’ansia da prestazione allora addio trombata.

La mano sulla coscia resta fissa e la presa cambia a seconda del livello di incazzatura. Mi racconta delle polemiche e dei punti programmatici che gli contestano e allora mi dice che a quell’obiezione si risponde così e a quell’altra invece in altro modo e nel frattempo ha la mano che fruga tra le cosce e non sa, lui, che mentre chiede “sinceramente… tu il mio programma lo voteresti?” io gli rispondo “siiii, certo che ti voto” perché non capisco un cazzo. “Ti voto tutto quanto basta che continui…“.

Non so se si rende conto del mio dramma. Vorrei davvero non dover concludere in una macchina scassata, col dubbio che c’è uno di quei vecchi altoparlanti da ambulanti dati in prestito per l’annuncio dei comizi, che non si sa mai se pigi il tasto sbagliato ti denunciano per violazione del silenzio in generale e poi anche del silenzio elettorale. Già mi prefiguro uno scenario eccitantissimo in cui lui vuole essere interrogato “e sulla sanità?” e lui risponde e nel frattempo tocca, “e sul lavoro?” e vedi che lavoro che mi stai facendo, “e sulla scuola?” e questa è una grande scuola senza dubbio. E di domanda in domanda davvero sarebbe alquanto significativo per me, donna, elettrice, nonché aspirante trombatrice di vossìa, concludere il dibattito tra le mie lenzuola.

Arriviamo sotto casa e lui afferra un po’ di volantini e fac-simili “così li metto nelle casette di posta del tuo condominio che qua col porta a porta non siamo arrivati” e potrei sentirmi offesa perché in realtà non sto così in periferia. Ad ogni modo dopo aver atteso che lui finisse l’ultima distribuzione dei pani e dei pesci, dopo che finisce di controllarsi i centomila messaggi sul telefonino, mi schiaccia impavido sopra l’ascensore e col pennarello scrive “Vota X” sulla parete. E non vorrei dire, beddu figghiu, ma secondo me stai un pochino esagerando.

Di fatto è così che si comincia: ti fai venire la frenesia di spammare il tuo slogan a tutto il mondo e poi spedisci lettere minatorie con messaggi incomprensibili per chiedere un voto pure a chi non te lo darà mai. Guadagnano le poste, naturalmente, e io non sono mai stata contraria a togliere il lavoro ai postini, anzi. Io amo i postini in generale.

Comunque sia, il candidato mi dà una leccata sulla faccia e per fortuna che si apre l’ascensore e possiamo procedere verso la camera accessoriata di ogni confort. I volantini, per favore no, ché questa strana forma di feticismo per cui per ripassarti il tuo programma mi devi attaccare i fac simili sul culo non la posso sopportare. Però, basta che mi tocchi, puoi continuare a ripetere a memoria punto 1 e punto 2 e punto 3 e quanti ne vuoi.

In camera da letto non ho la televisione e l’unico sondaggio che ti posso dare é che se non prosegui a  soddisfare le esigenze della cittadina fikuzza, quella che stà in periferia, posso dirti che non adempi perfettamente al ruolo. Allora provo a chiudergli la bocca e a baciarlo e vedo che tiene gli occhi aperti perché gli sta frullando per la testa qualche cosa. Una telefonata da fare all’ultimo compagno dell’asilo, salvo scoprire che si è trasferito in Uganda, un messaggio alla mamma per sapere se la camicia pulita per il giorno dopo in cui sarà immortalato mentre si reca alle urne sarà pronta, due righe di discorso recitato a mente nel caso in cui sarà intervistato per commentare il voto. A occhi aperti, comunque sia, fa un ottimo lavoro e io non mi lamento.

Se vuoi tenerti la pupilla spalancata sono cazzi tuoi. Mi spoglia con destrezza anche se in quel momento penso che mi abbia presa per un muro da sguarnire dei manifesti del suo peggior nemico. Mi sfugge la camicia e la mutanda e provo a fargli lo stesso trattamento. Non se ne parla. Mi blocca le mani e continua a introdurre la sua volontà politica decisa in ogni azione. E’ lui che comanda e io obbedisco. Senza dubbio e con piacere, sangu miu.

T’avevo sottovalutato ma se la politica ti rende così maschio penso che alle prossime elezioni sarò molto vicina alle attività politiche. Per dovere civico, si intende.

Finiamo tra gemiti e urla liberatori. E’ lui che urla e io che generalmente qualche nota la emetto volentieri mi sto tutta quanta zitta, intimidita, perché all’urlo del guerriero che mi usa come antistress non si può proprio replicare. E’ una voce solista e io mi rifaccio col mio dell’orgasmo silenzioso godendo di quell’attimo di utilità sociale e collettiva. Perché se questi poveri candidati sono così ridotti, io le capisco quelle che generosamente si prestano per renderli più umani e placare le ansie prima che si prendano tutti quanti a botte.

Così dopo l’orgasmo, due carezze, un paio di altri concetti riguardanti elettorato e punti programmatici, poi mi saluta e io resto esausta e al suo “domani, vai a votare, vero?” rispondo “certamente, cuore mio… per te questo ed altro“.

Le idee, in fondo, sono sempre una gran bella cosa.

Buon voto a chi vota e buon non-voto a chi non vota.

Ci vediamo dopo le elezioni?” – mi chiede.

Mi sa che tu funzioni galvanizzato e in corsa… se poi ala la tensione e ti rilassi sarà un disastro…” – lo piglio per il culo.

Vedremo” – e mi strizza l’occhio. Vedremo.

NB: Trombatrice Precaria, è un personaggio di pura invenzioneOgni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

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