FinchéMorteNonViSepari

La figlia cancellata

Continuo da qui.

Non filò sempre tutto liscio. Da parte mia non c’era l’intenzione di spaventare mia figlia con versioni della storia che avrebbero potuto evocarle un trauma e dunque per  ogni volta che mi chiedeva cosa fosse successo e perché papà non fosse con lei finiva che le dicevo che non andavamo d’accordo ma che lui le voleva tanto bene.

Lei aveva visto. Lo aveva visto mentre mi picchiava e lo aveva visto mentre tentava di uccidermi. Non era in grado ancora di mettere a fuoco ma quelle immagini erano impresse nella sua memoria. La mia domanda era: devo dissimulare e insegnarle a non fidarsi del suo istinto, delle sue sensazioni e dei suoi occhi o devo dirle tutto? Come faccio a non infliggerle un trauma oppure l’altro?

Non volevo dirle che si sbagliava, non volevo neppure lasciarle in eredità una versione normalizzata dell’accaduto, per dirle “sai, sono cose normali, avvengono tra adulti…” come se fosse usuale che tra adulti ci si “amasse” così. E già pensavo a come avrebbe potuto essere per lei. A quello che ne avrebbe tratto. Eppure sono cose che si dicono con le migliori intenzioni. “Non era niente… va tutto bene” perché il primo istinto è di proteggerla dalle cose brutte.

E cosa avrei dovuto dirle? Spiegarle la complessità? Non è cattivo ma mi picchia e io non sono cattiva ma le prendo? Come avrei potuto farle capire tutto quello che a me stessa non era chiaro? Pensavo a lei, al fatto che non era giusto che le insegnassi a odiare suo padre. Al fatto che lei stravedeva per lui e che quello che era successo riguardava noi e speravo non riguardasse lei.

Proteggerla da lui, da me, da loro, dai miei, dai suoi stessi brutti ricordi. Soffocare il pianto, smettere di frignare, si, smetti Marina, e vai avanti, coi tuoi capelli corti, con gli occhi di una donna troppo vecchia su un viso ancora così giovane, con una pacatezza che fino allora mi era sconosciuta, con quella tempra forte che ti arriva sulla pelle dopo essere sopravvissuta a tutto. Perché quando muori un pochino succede che vedi le cose per quello che sono. Cose di valore, intendo. Ti si riassestano le priorità.

Le cose umane tutte lì messe in fila e quella bimba che chiedeva solo un poco di coerenza. Coerenza, mamma, perché papà qui non c’è più? Eh, già, bambina mia, perché non c’è? Come ti spiego che se ci fosse io e lui ci ameremmo e ci scanneremmo? E invece dicevo che “mamma e papà non vanno d’accordo e vogliono cose diverse” e anche quella è una gran stronzata perché a lei sarà venuto in mente mille volte che se lei e io, per dire, volevamo cose diverse allora io avrei potuto mollarla lì, da sola, e in effetti non è così. Ma com’è?

Chi ti aiuta in questi momenti a trovare le parole giuste. E le parole alla fine arrivano, sbagliate forse, ma almeno più sincere perché i figli e le figlie la sincerità la colgono. Nessuno ha fatto nulla di sbagliato. Se si fanno cose sbagliate non ci si lascia perché io non lascerò mai te, piccola mia, anche se dovessi fare tutte le sciocchezze della terra. Lasciarsi non è una punizione. Consegue ad una scelta. Dove ti piace stare e con chi e lì ti voglio a spiegare l’autodeterminazione in pillole ad una creatura.

Che diamine, Marina, possibile che non si trova una versione standard sulle cose da dire? E dunque si va avanti tra minime rimozioni e minishow cabarettistici per farla ridere, siamo separati, si, ma ci vogliamo bene, e poi ti faccio il solletico e quando arriva il babbo tu gli dici che è arrivato tardi, come troppo spesso accade.

Perché mentre io beccavo le tragicomiche lamentele di mia figlia che alla fine, com’era ovvio, ha dato tutta la colpa a me, lui un po’ per volta spariva. “E’ colpa tua, mamma, lo hai cacciato tu…” ed è dura, sapete, in quei momenti, tenersi il ruolo della perfida megera per non ferirla ancora. Perché un genitore, questo pensavo allora che ero una minuscola cosa che fingeva di essere adulta, non può cercare in una figlia una complice per le proprie guerre e io non ero neppure in guerra. “Non l’ho cacciato, amore mio, abbiamo deciso insieme… perché io e lui siamo felici così” e bla bla bla, ed era tutto inutile.

Quanta censura in casa mia, e zitta mamma, zitto papà, zitti tutti e non accennate a nulla che possa metterle in cattiva luce quell’uomo che come me ne ha passate tante e sta cercando solo di ricominciare. “E noi dobbiamo sempre stare zitti…” diceva mia madre “ché tanto poi siamo sempre noi a risolverti i problemi…” E cose come queste venivano dette un giorno si e uno no. Uno si e uno no. Perché a controllare i flussi di parole che vengono spontanei da chi non pensa prima di parlare ci si rincoglionisce e io ho pensavo troppo, come diceva il mio ex.

Dunque era colpa mia, mia figlia un po’ mi odiava per ogni volta che quell’uomo non veniva a prenderla per tempo o che non si presentava all’appuntamento. Ci fu un giorno, un compleanno, che lui aveva promesso di portarle un regalo. Me lo sentivo, era così nell’aria che lui tentava di staccarsi perché si allontanava e si difendeva da me. Lei lo aspettò fuori, era inverno, con il cappellino in testa, i guanti e il cappottino, nel balcone. “Perché non viene mamma?” e mamma nel frattempo le consegnava un presunto regalo di suo padre, che era un altro che avevo preso io per ogni evenienza. “E ora ti porto alle giostre, vuoi? Il babbo ha detto che era molto dispiaciuto, ti vuole molto bene ma non poteva…“. Neppure una telefonata. Non una parola. Per giorni. E lui non stava male. Non aveva alcun problema. Solo la perdita di se’. La rimozione. Cancellare per ricominciare.

E così fu che lui, poco a poco, per molto tempo, la cancellò.

e continua…

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.

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