Antiautoritarismo, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Restiamo dis-unite! La trasversalità si misura sugli obiettivi e non per generi!

C’è una discussione in corso nella mailing list di FaS a proposito del fatto che le donne dovrebbero stare tutte unite perché la violenza colpirebbe tutte noi. Un altro modo per dire che né destra e né sinistra e tutte quante insieme a ballare in Piazza ché tanto che ci importa delle differenze?

Dunque mi pare obbligatorio chiarirla questa cosa non negando il fatto che le donne, le persone tutte, di qualunque colore politico, di qualunque genere, possano patire delle stesse pene. L’umanità è composita, disomogenea, non pensa in modo univoco, e per fortuna. Esiste una ricchezza di opinioni e punti di vista che sono linfa per ciascun@ di noi. Non temo differenze, temo gli autoritarismi, anch’essi trasversali, ed è con quelli che non posso viaggiare, ballare, parlare assieme.

Qualunque sia la persona che mi lascia dire ciò che voglio dire e che non mi impone in modo autoritario, in virtù di un dogma, una idea “superiore” imperante, una ideologia, di cambiare idea per aderire alla sua logica, vale per me una interlocuzione. A partire dal rispetto per i reciproci punti di vista, per la critica e la dimensione personale grazie alla quale la mia idea sarà mia e mia soltanto, ché io non posso essere te né voglio rappresentarti, e non accetto deleghe e non voglio uniformarmi.

E dunque il punto è che io non parlo, ballo, mi misuro, con persone che in qualunque modo mi impongono il proprio punto di vista. Quelle persone che adoperano ricatti e vittimismi e infamie e calunnie e censure e persecuzioni per farmi cambiare idea. Quelle che vanno in giro con le spranghe, reali o ideologiche, e che così intendono la complessità rimpiazzandola con una banale voce unica, pensiero unico, omologato, che non ammette dissenso, pensiero critico, che sbeffeggia lo sforzo di comprensione del mondo intero, che non ammette umanità e restaura con l’odio lessico e simbologia del proprio credo.

Sono persona: corpo, pensiero, sangue, fatica, piacere, respiro. Non puoi schematizzare il giudizio su di me. Non puoi contenermi entro banali dicotomie, non puoi impormi niente. Per me che non voglio colonizzare niente e nessun@ e che credo nel rispetto per il principio all’autodeterminazione dei popoli e delle persone, tutte, che odio le egemonie, a partire da quelle comunicative, di chi impone un’unico pensiero perché ha più risorse e più canali di comunicazione, che non credo nell’unità imposta dall’alto ma nella coesistenza tra mille differenze e culture e generi e convinzioni, è impossibile riuscire a concordare su qualunque cosa dove non c’è assolutamente alcuna intenzione a comprendere anche il mio punto di vista.

Quando arrivano le imposizioni io non parlo più con nessun@. Quando fai di tutto per patologizzare, criminalizzare il mio pensiero, in modo autoritario, perché vuoi che il tuo punto di vista diventi dogma, ideologia, imposizione anche per me tu, chiunque sia e qualunque cosa pensi, sei autoritari@.

L’autoritarismo arriva da chi riduce il problema della violenza sulle donne ad un brand e considerarlo tale significa che un bel giorno uomini desiderosi di salvare le fanciulle in pericolo, paternalisticamente, coprono le cosce e il culo delle fanciulle indecorose che usano il proprio corpo per campare.

Arriva da chi immagina che il tema della violenza sulle donne dipenda dagli uomini e non da una cultura che le stesse donne promuovono e veicolano. Da chi insiste che il nemico sia fuori da noi e non interno ai gruppi, ai nuclei familiari, ai branchi di genere, quello delle donne incluso. Da chi impone “tutela” perché il tuo tutore controlla, sorveglia, reprime, punisce, censura, segrega e ti possiede, per il tuo bene, of course. Da chi immagina di sostituire la prevenzione con soluzioni repressive e liberticide. Da chi ti impone ruoli e stereotipi (di genere) e ribadisce che tu esisti in quanto utero, madre, moglie, etero, mentre dice che ti sta difendendo. Da chi dà il tormento alle ragazze (e le chiama collaborazioniste!) poiché si fanno fotografare nude perché ha deciso che il porno è il male e che il proibizionismo e la censura sia la strategia vincente. Da chi ti impone una morale sessuale di comportamento perché decide che ciò che non piace a lei/lui non deve piacere neppure a te.

La visione secondo cui l’elemento unificante dell’antiviolenza sia l’essere femmine, biologiche si intende, averci un utero, è eteronormata, autoritaria, fascista. Ed è autoritario pensare di essere sante in se’, noi donne, e invocare l’unità di me con la Fornero perché abbiamo una fika entrambe. Significa  contemplare una unione sulla base del sesso d’appartenenza e non sulle soluzioni, sulle leggi proposte, su un accordo su obiettivi concreti. L’idea di fondo, autoritaria, fascista, è che basti essere donne per fare certamente delle cose buone, migliori, e questa idea di superiorità di genere che immagina la mostruosità tutta altrove è razzista, sessista, una vera merda.

Io non sono aperta ad una trasversalità che coinvolge le donne in quanto tali. Sono aperta ad una trasversalità che accoglie tutti i generi sulla base di obiettivi chiari. Non me ne fotte niente se tu sei contro la violenza sulle donne perché se non ci intendiamo su cosa sia violenza sulle donne e se non ci intendiamo sulle soluzioni io e te non abbiamo niente da dirci.

Per me violenza sulle donne è l’impossibilità di affermare il mio diritto all’autodeterminazione, è la morale di chi giustamente per se’ non vuole l’aborto che diventa imposizione anche su di me, é la morale di chi immagina di detenere, con supponenza, l’esclusiva dell’obiettivo della salvaguardia della vita che mi impedisce di scegliere quando morire. Per me violenza è la Riforma Fornero, è la precarietà, l’assenza di reddito, è un welfare che mi condanna ad essere dipendente economicamente. Dunque per forza ne faccio un problema di identità politica e di classe, innanzitutto, e l’elemento interclassista delle piazze che accomuna ricche e povere è il maggior alibi per favorire discriminazioni sociali che lasciano le ricche a dire che sono uguali a te perché hanno il tuo stesso organo sessuale. Sarebbero perciò assolvibili di per se’ e lasciano a te la convinzione che tu e loro siate unite da chissà quale elemento empatico. L’elemento interclassista è quello che si rintraccia per rimuovere un conflitto sociale che deriva da discriminazioni economiche profonde che le stesse donne causano. E in questo senso l’unità tra donne diventa un’arma di distrazione di massa. Tutte unite, a ballare, contro un nemico comune, e a far finta che per il resto siamo tutte assieme mentre siamo tutte strumenti di legittimazione di capitalismo e istituzioni autoritarie.

Con queste balle ci hanno fottuto per anni e sarebbe anche il momento di dire basta, adesso. Direi che bisogna distinguere le donne, le persone, di potere da quelle che potere non ne hanno, perché io posso parlare con chiunque ma se tu mi usi, se vuoi manipolarmi, se mantieni le discussioni sul vago per rimuovere il conflitto e ricavarti libertà, spazio e legittimazione per decidere anche per me allora tu sei mi@ nemic@.

La trasversalità io la faccio con uomini, donne, gay, lesbiche, trans, migranti, sex workers, precarie/i, che hanno chiaro che siamo tutti/e con le pezze al culo e che non abbiamo bisogno di odiarci a vicenda facendo guerre tra poveri. Ci sono classi dominanti e persone dominate e le persone dominate appartengono a tutti i generi. Con quelle io lotto e assieme a quelli/e discuto.

Dimostrami che rispetti il mio punto di vista e io parlerò con te. Chiunque tu sia. Qualunque sia il tuo genere. Dimostrami che di me non hai paura e io non avrò paura di te e della tua diversità. Così si discute pur nelle differenze, senza cancellarle ma coesistendo.

Dire che le donne sono tutte uguali, identiche, migliori (come per l’idea di superiorità della razza) e che debbano pensarla tutte allo stesso modo perché hanno lo stesso organo sessuale, pensate a quanto possa essere sessista, fascista e autoritaria questa idea. Chiunque cancelli le differenze con una imposizione ideologica invoca la trasversalità ma in realtà vuole fagocitarti e dominarti. E questo, dalle mie parti, si chiama totalitarismo.

4 pensieri su “Restiamo dis-unite! La trasversalità si misura sugli obiettivi e non per generi!”

  1. Loro sono le più esperte, più mature, “loro ne hanno viste di cose”, che la devi pensare uguale anche tu, e che poi ti si aprono gli occhi. Che ti guardano sorridendo perché sanno sotto sotto che diventerai una donna vera, come loro. Che poi è l’unico modo accettabile. Sempre fidarsi dell’istinto… ABORRO!

  2. Sono d’accordo con quanto espresso e aggiungo che se manca il coraggio di ascoltare un pensiero divergente dal proprio, se non c’è la capacità di liberarsi dai vincoli, schemi, comportamentali che noi stesse ci imponiamo per difenderci dal mondo, se non guardiamo oltre il nostro sopracciglio, se non acquisiamo la coscienza che dobbiamo rispettare le differenze e confrontarci con esse,a non voltare le spalle a chi non la pensa esattamente come te, non abbiamo dove andare e non basteranno milioni di manifestazioni di piazza per spostare l’ago della bilancia a favore di una cultura di pace e consapevolezza esistenziale!

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