Voglio parlare di cose intime, quelle che mi fanno persona e che dicono tanto di me. Voglio tentare di definire un’emozione, che non per forza deve essere positiva, ma c’è e mi rende viva. E’ quella costante dimensione d’incertezza che sento sulla pelle e con la quale ho imparato a convivere.
L’ho fatta diventare un abito buono per tutte le occasioni e me lo sento, lo annuso, lo accarezzo, è parte di me. E’ una fiamma che cuoce il mio corpo a fuoco lento e mi avvolge, mi impedisce di emergere, non posso soffiarlo via perché è inutile e non mi permette neppure di riposare.
La precarietà non è una questione di numeri perché muta il tuo carattere, piega la tua forza, incrina le speranze, come quando ti abitui a camminare monca, senza un arto o entrambi o nella costante certezza che domani, si, domani, perderai qualcosa d’altro. Un braccio e poi anche l’altro e poi un piede e un ginocchio e l’intera gamba e il bacino e su su fino al torace e quando senti venir meno il collo pensi di non farcela e invece ce la fai, ma per quanto ancora?
La mia seconda pelle, che mi rende immune alla felicità, che mi preserva dal poter assumere certezza sulle cose, sulla vita, sull’amore, sugli stessi pensieri che permeano le mie giornate, è di un candore senza eguali. Non sembra sporca. E’ una pelle limpida, chiara come l’incertezza. Chiara come la misura dei tuoi forse. Chiara come tutto quello di cui percepisci l’entità senza vederla per davvero. Chiara come è chiara ogni giornata che trascorre senza avere un attimo di pace.
Pelle, fuoco, niente aria, non respiro, penso al domani e non c’è un domani. C’è solo l’oggi e posso concentrarmi su quello, attimo per attimo. E c’è quello che ho vissuto ieri che non è molto ma sempre vita è. La mia, di vita, che non mi possono rubare. Fatta di un’ustione che non può essere guarita e che mi fa sentire sovraesposta a tutto.
Avrei bisogno d’acqua, di tanto in tanto, e invece è tutto così pericoloso, finanche l’amore lo è, perciò è così difficile andare avanti quando d’amore non si può vivere se già stai per morire di precarietà.
Non è una cosa così grave da dire. E’ solamente incidentale al mio momento, anzi ai momenti, credo, di qualunque donna che vive come me la precarietà. Abbiamo bisogni prima che sogni, ma poi i sogni sono importanti per restare in vita e per riuscire a sopravvivere senza aver soddisfatto i bisogni.
Che c’è che non va, mi chiedo? E chi lo sa? Non ho un lavoro, non ho futuro, non ho niente e stanno arrivando queste maledette feste e non ho nessuno accanto a me. Nessuno che mi sia caro. Nessuno che mi faccia sentire particolarmente amata. Nessuno che mi dia la forza di negoziare con me stessa un altro po’ di pazienza per arrivare almeno a domani, doman l’altro. Ancora un giorno, ti prego, solo uno. Resisti, anima mia, sotto quella seconda pelle ci sono sempre io.
Ma ti ricordi com’eri bella quando pensavi di avere il mondo in pugno e ti volevi bene e respiravi forte senza timore di consumare ossigeno? E invece guarda ora, come sei ridotta, ad accontentarti di niente, a prendere aria con il contagocce per paura che il giorno dopo non ce ne sia più a sufficienza. A misurare parole, vita, passi.
Cammino e penso, progetto una fuga, ma per andare dove? Capite che cos’è l’incertezza? E quanto sia difficile parlarne? E’ come spogliarmi qui, adesso, di fronte a tutti e dire, ecco, questa sono io e mostro la mia pelle e il fuoco che la avvolge e l’ustione che la sconfigge e tutti gli impedimenti che mi impediscono di curarla e guarirla e sono io, certo, ci sono sempre io quaggiù, voi mi vedete? Perché io quasi non mi vedo più.
Sto per sparire. Sto per finire e non ho fatto quello che volevo, non ho amato quanto avrei voluto e non sono stata amata quanto avrei desiderato. Non ho davvero niente di più intimo da dire perché quest’emozione è l’ultima cosa che mi resta. L’ultima, davvero, ed è anche l’unica cosa che posso regalare, che non ho altro da darvi in questa mia giornata buia.
Può capitare. Con la speranza che finisca…
NB: Antonella, Meno&Pausa, è un personaggio di pura invenzione. Spin Off di Malafemmina, precaria un po’ più giovane. L’about di Antonella dice che si tratta di una donna precaria post quarantenne e in pre-menopausa. Ha le caldane e cerca ventilatori, anche umani. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.
esiste un per sempre
sempre più piccolo infinitamente
che m’accompagna che si fa carico di
quello che penso
ma non basta a smettere
più si fa leggero più insiste