Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Istituzioni a difesa delle donne o apparati repressivi?

Lavoro corale, che somma più punti di vista, del collettivo FaS, ad accompagnare con le immagini un post che nasce dalla premessa di dover riflettere su come vengono trattati i casi di violenza in Italia quando i crimini sono commessi da militari, appartenenti alle forze dell’ordine.

Accogliendo con piacere le conclusioni cui arriva una compagna in un suo report sul presidio per Rosa, dove spiega che la condanna non può essere un obiettivo che scalfisce la violenza, dove il ragionamento da fare, che io faccio già da anni e continuo a fare in modo complesso e difficile, è quello della prevenzione, dell’analisi di una mentalità e una cultura che coinvolge tutti/e, nessun escluso, la società intera. Includendo in questo una critica alle forme repressive e risolutive della violenza che non risolvono alcunché. Forse perché non si cerca, appunto, di prevenire, cosa di cui io sono convinta, e forse perché l’antiviolenza è praticata a senso unico soltanto a legittimazione di istituzioni e apparati tutelari e repressivi che mai avrebbero voglia di applicare disinneschi per evitare che la violenza arrivi a compimento.

Se non analizzi la violenza, in tutte le sue componenti, se non metti in discussione tutto, ma proprio tutto, a partire dalle modalità autodeterminate che possiamo trovare per prevenire e risolvere la violenza, se non analizzi il contesto in cui quella violenza si realizza, il perché, ampio, che non può essere solo quello di addebitare la responsabilità ad un unico genere, se non studi linguaggi e forme di comunicazione, modalità di autoconservazione di tutori e patriarchi che ti impediscono di osare qualunque ragionamento indipendente, finti difensori che annaspano non trovando altro ruolo che quello paternalista della tutela o della repressione, se non si analizza il circolo vizioso in cui si entra dal punto di vista istituzionale quando la violenza diventa una questione pubblica, se non si analizza la dipendenza in tutte le sue forme, affettiva, relazionale, economica, se non si analizzano i vari modi attraverso cui tutti/e noi siamo educati/e ad andare verso certe direzioni e non si fa un ragionamento laico e non moralista sulla sessualità di ciascun@, se non si smette di restare intrappolate tra carnefici e tutori, temo che il ragionamento antiviolenza che si potrà fare sarà sempre e solo quello dal quale si potrà trarre gloria per qualche libro scritto, qualche conferenza tenuta, qualche manifestazione ben riuscita, senza che però questo scardini alcunché, senza che questo sposti una virgola.

Non puoi sconfiggere la violenza se nutri chi quella violenza te la infligge, per esempio, innanzitutto in termini istituzionali. Se sono libera di scegliere la mia sessualità, il mio contraccettivo, il mio lavoro, il mio amore, il mio desiderio allora sarò libera di scegliere anche con chi stare. Ma se lo Stato mi impone di tacere quando rivendico autonomia, diritti, se legifera per mettere manette alle mie tube del falloppio, per contenere la chiave dei miei desideri, per affidarmi ruoli arcaici di cura anche se non li ho scelti. Se io sono solo oggetto di imposizioni altrui, mi sembra chiaro che quando dicono di difendermi in realtà mi impediscono di farlo, mi chiedono di consegnarmi a loro affinché sia tutelata la “morale”, trasgredita la quale io da santa divento subito puttana.

I ragionamenti da fare, cumulati in tanti anni di riflessione e ricerca sono uno, due, più di due, tre, dieci, mille. Qui in Italia siamo ancora a 1 fratto 2 (1/2). Mezzo ragionamento dogmatico in cui se sgarri la riflessione ti riportano le citazioni della femminista anteguerra come se il femminismo fosse ortodossia invece che una pratica politica a partire da se’.

Diffidate di chi vi detta il verbo, preti o suore guardiani del dogma che siano, perché il femminismo non è dogma. Il femminismo, per fortuna, è in divenire. Tutto il resto è ideologia, cultura patriarcale che si rinsalda del femminismo/arcaico e autoritario per non perdere potere. Tutto il resto è niente…

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2 pensieri riguardo “Istituzioni a difesa delle donne o apparati repressivi?”

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