FinchéMorteNonViSepari

La responsabilità della “vittima” verso il “carnefice”

Sono io. E’ lui. Iniziamo a discutere. Alzo la voce. Lo fa anche lui. Io la alzo di più, gli punto un dito contro. Lui si avvicina, raccoglie la sfida, provocatoriamente. Io gli dico “allontanati… non vorrai mettermi le mani addosso?“. Lui è incazzato e impotente perché a quel punto combattiamo ad armi impari. Io posso urlare, lui no. Io posso gesticolare e il suo gesticolare diventa violento. Io lo posso spintonare, ma se lo fa lui, chiamerò aiuto. Perché lui è più grande di me, più forte di me. Imponente nel suo metro e 85 di altezza, con muscoli visibili e io che sono più piccola di armi ho solo le parole, i gesti. Posso usare gli spintoni, sfidarlo a muso duro con la faccia contro la sua faccia, facendo la vittima se lui risponde a modo suo. Dopo un’ora di discussione, io che lo inseguo mentre lui tenta di fuggire, lui cambia stanza e io gli dico che non possiamo troncare il discorso a metà, lui che si chiude in bagno e io che continuo a rompergli i coglioni fuori dalla porta, lo vedo esasperato.

Ho tutte le ragioni per dirgli che è uno stronzo. Lo è sicuramente. Ha fatto una cazzata enorme e io mi sento ferita. Bisogna che lo senta, che lo avverta, che lo sappia con chiarezza e che, maledizione, poi mi chieda scusa e faccia smettere questo dolore che ho dentro. Questa morsa che mi stringe lo stomaco, questa sofferenza atroce. Ma non capisci che ho bisogno di te? Non lo capisci che ho bisogno soltanto che mi abbracci? Fammi l’adulto, fammi da padre, compatisci la stizza, fammi vincere almeno una volta.

Ma la mia ferita ferisce lui. Perché non è mio padre, non è l’adulto. Perché è il mio amante, il mio amore, il mio desiderio, sogno, bisogno, è leggerezza, è pesantezza, è la passione, è quello a cui chiedo di essere un po’ macho e un po’ no a letto, quello che mi piace sicuro ma non troppo perché altrimenti diventa arrogante, che mi piace innamorato ma non appiccicoso, perché altrimenti è uno stalker, che voglio qui ora e subito perché mi serve il suo aiuto ma non sono lì quando il mio aiuto serve a lui. Quello da cui voglio essere vista e che non vedo, perché non lo sa dire, non mi sa dire quello che prova, quello che vuole, quello che sente, mentre io si, oh come lo so. So quello che passa per la mia e la sua testa e so dove vado e dove va lui.

Mi basta poco. Posso farlo incazzare e poi posso rimuovere la sua incazzatura mentre lo bacio e lo accarezzo. Posso subire il suo dominio, in casa, economico, di vario genere, ma quello sessuale ce l’ho io. Sono io che comando. Io ho il controllo. Io decido dove, come e quando. E capita che mi hai risposto male quel tal giorno, che non hai colto la mia sensibilità, che non mi hai sufficientemente ascoltata, che non mi hai gratificata, che mi hai resa insicura perché hai guardato un’altra, che mi hai detto che senza di te io sono niente, quando in realtà sei tu che non sei niente senza di me.

Ti insulto, perché sono brava ad insultare, ma non in modo volgare perché il mio vocabolario è pieno di parole mentre il tuo è ridotto all’essenziale. So trascinarti in un cortocircuito dal quale esci strattonato, disorientato, con l’idea che tutto questo non sia giusto ma non sai cosa dire, e tutto ciò che puoi fare è sentirti maledettamente in colpa. Vergogna, brutto stronzo, vergognati di esistere, di non essere abbastanza solidale, di non aver fatto e detto e di non avermi amata come io desideravo. Vergognati perché non sei quello che volevo, non sei quello che voglio e invece lo sei perché se non ci fossi comunque ricreerei con te un legame che mi serve.

Oh, quanto è vero che se ti allontani vengo subito a importi un imprinting sessuale, perché se annusi la mia pelle mi resti attaccato. So che è così, e poi ci si sorprende se si sviluppa una tale dipendenza. Ti spingo, punto il dito, ti strattono, ti mando a fare in culo, sono sanguinante, il dolore mi esce dalle orecchie, abbracciami, maledetto, e però non te lo dico, devi capirlo da solo perché se non c’arrivi “allora è inutile che io te lo spieghi“. Poi ti avvicini e io faccio la fredda, lo sono, perché il potere è il mio e dunque resti lì a stazionare in attesa di un mio cenno. Più insisti e più mi nego. Più insisti e più finisci in fondo al cesso.

Urlo e dico cose improponibili e mentre ti chiedo di assumerti la responsabilità della mia vita non mi pongo mai e poi mai la responsabilità della tua. Che ne sarà di me, che ne sarà di te? Dove mi porti? E dove ti sto portando io? Cresciuta a ritenere che tu, uomo, maschio, patriarca, devi occuparti di me e io a fare sempre la bambina di cui tu devi aver cura. A coccolarmi, compatirmi. Cresciuta a ritenere che l’unica considerazione che posso avere di te è quella che si può avere per un figlio di cui aver cura, da tenere sotto controllo, perché se sei troppo autonomo, io che donna autodeterminata posso e so esserlo meno di quanto vorrei, io che per costruire una indipendenza emotiva impiego anni, non so più qual è il mio ruolo. Come controllo uno che non ha “bisogno” di me?

E per fortuna dico che “aver bisogno” non è giusto, è malsano, ma poi faccio di tutto affinché tu di me abbia assoluta necessità, perché non mi abbandoni, perché non mi consideri persona ma linfa, acqua, ossigeno, tutto ciò che ti serve per sopravvivere. La sensazione di inferiorità è a partire da me che mi sento tale, ché se mi sentissi forte, autonoma, sicura, non avrei bisogno di controllare nessuno. Mi lascerei andare. Ti lascerei andare. E tutto sembra così semplice.

Invece continuo a urlare, ti siedi a guardare la tv e non ti lascio in pace, vorresti uscire e andare via e mi metto tra te e la porta perché dobbiamo finire il discorso e io sono lì che penso solo a me, al mio dolore, e non ti vedo mentre stringi i pugni e vorresti dire basta, e non mi metti le mani addosso solo perché sono una donna, ché andrebbe contro tutti i tuoi principi, anche se trovi fuori luogo, oramai, e fuori tempo questo compito da assolvere affibbiato dalla società, proteggermi, tutelarmi, e perché mai? Posso farlo da sola. E chi protegge te? Chi ti protegge da me?

Infine poi mi spingi via, mi dai uno schiaffo. Ed eccoti, è questo che sei, uno stronzo, lo dicevo io, un’animale, una merda d’uomo, un verme schifoso, tu sei un violento, si, un violento, ché io stavo solo cercando di parlare e comunicare e ragionare e invece tu, maledetto, non sai far altro che usare le mani, impotente, quando non sai dire la tua frustrazione, quello che pensi e senti, perché non ti bastano le parole e quelle che hai neppure te le lascio dire. E io, tanto superiore e così piena di intelligenza, comunque non riesco a prevedere che se ti rompo il cazzo un altro po’ c’è il rischio che mi lasci lì legata ad una sedia per darti la libertà di uscire e prendere un po’ d’aria.

Aria, da questa relazione così pesante, da questo cielo così grigio, da questo contesto così oppressivo. E aria sia. Dunque i vicini chiamano la polizia, arrivano a bussare, e io sono rossa in viso, lo schiaffo ha fatto male, lo guardano così come si guarda una merda umana, lo prendono, lo interrogano, gli dicono di smettere e calmarsi, lui, e io sono lì servita e riverita nel ruolo mio di vittima, e poi lo invitano a dormire fuori, altrove, e non sanno che era proprio quello che voleva, andare fuori, in quell’altrove che sarà una macchina, un amico, un’altra, chi lo sa, e mi lasciano lì a bearmi per mezz’ora di una vittoria effimera mentre l’attimo dopo già penso al fatto che lui non c’è e lo vorrei con me.

Così, poi, in tutta calma, non riesco ancora a pensare ad altri che a me stessa e non un  solo pensiero mi riguarda rispetto alla mortificazione che gli ho inflitto, al fatto che lui sia stato costretto a rispondere ai tutori, quelli dai quali io fuggo nelle piazze, quelli di cui dicevo che sono grandi merde, quelli che a Genova ci hanno fatto il culo, quelli là che non mi piacciono nemmeno un po’. Ma che importa se in quel caso la vittima sono io. Non ho responsabilità nella faccenda. Io ho il diritto di essere e fare il cazzo che mi pare e lui ha il dovere di non perdere le staffe mai e di non reagire mai e di non disobbedire mai e di usare il mio stesso metro di comunicazione, sempre.

Quando si racconta una violenza non c’è mai una via di mezzo. Non c’è mai l’imperfezione di una donna, non c’è mai l’imperfezione e l’umanità dell’uomo. Perché guardare la realtà è scomodo per tutti/e, sicché di quella se ne serve chi quella violenza la vuole negare totalmente e dall’altro lato a rispondere è chi nega che vi sia una qualunque minima forma di responsabilità delle donne.

Chiedendo scusa a tutte le vittime di violenza, me compresa, quelle che hanno avuto a che fare con violenti autentici, senza vie di mezzo, manipolatori, oppressivi, fetenti, pezzi di merda, assassini, senza voler ferire la loro sensibilità, ci sono poi quei casi in cui la chiave per disinnescare e prevenire la violenza, se la cerchi solo nel suo, di lui, autocontrollo, imponendoglielo con deterrenti di ogni genere, minacce, repressioni, punizioni, non la troverai. Non la troverete. Perché se non guardi di te anche quello che non ti piace non potrai assumerti la tua parte di responsabilità sociale e non potrai tu, in modo autodeterminato, prevenire e disinnescare.

Sei tu la chiave, certe volte. Ed è lui la chiave, certe volte. E le soluzioni si trovano insieme. Per entrambi o per nessuno. Perché della sua condanna e della mia totale assoluzione non me ne faccio niente. Non salva la vita a me e non salva la vita a lui. E se siamo morti entrambi, sai poi chi se ne fotte su chi ha ragione e su chi ha torto?

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.

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