Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Ricerche&Analisi, Violenza

Cara Rihanna: e ora sono cazzi tuoi!

La 27esimaora, in uno dei suoi più o meno stereotipati articoli, racconta della decisione dell’artista di tornare con il suo ex. L’ex l’ha riempita di botte, una sera, per questo si è beccato una condanna e già allora, quando accadde, la cantante fu duramente attaccata perché disse una cosa che a me sembra ovvia: lo amava ancora. Perché non si stacca la spina da una relazione violenta e perché non è possibile che da un giorno all’altro la persona con la quale hai vissuto, abitato, fatto sesso, fino a quel momento, diventi semplicemente il “mostro”.

Ma l’imposizione autoritaria sulla narrazione della violenza sulle donne decide che così deve essere e dunque, trascurando questo dato, che non è un dettaglio censurabile se vuoi essere consapevole di quello che succede e ne devi tenere conto quando fai prevenzione, a lei, già allora fu detto di tutto. Pazza, brutta, sporca, cattiva, traditrice della visione dicotomica che ti vuole solo santa, ripulita e mai co-dipendente da una violenza, che vuole lui mollato in una cella a fare il carnefice e lei da elevare al rango di canonizzazione delle eteree, pure, linde, candide martiri della violenza “maschile”.

Tradito il gergo tu diventi una eretica e per questo Rihanna, per aver detto una verità abbastanza scontata e banale, che tutte le donne vittime di violenza nelle relazioni conoscono, è stata crocifissa in ogni modo possibile. Oggi che poi lei decide di tornarci insieme, perché si torna sempre o comunque spessissimo con la persona che ti ha picchiata, allora apriti cielo. Lei può solo essere icona, un feticcio della lotta contro la violenza sulle donne, non può autodeterminarsi, non può cercare strade alternative alla criminalizzazione, non può risolversi il dilemma della complessità quando sai che la persona che ti ha picchiato è parte delle dinamiche di quella relazione e che le dinamiche di quella relazione sono cosa che riguardano entrambi. Disinnescare e andarsene è la cosa più difficile che esista se non si è consapevoli di questo.

E, mentre sfoglio pagine di cronaca e vedo il lungo elenco di vittime che sono tali perché sono tornate con l’ex o perché l’hanno incontrato per “l’ultima volta”, mi chiedo come sia possibile che non si rompa il velo d’omertà su questo dato tangibile, ché se non lo conosci e non lo affronti, in tutta la sua problematicità, di vite ne perderai ancora.

L’esigenza è quella di rispondere, forzando, ad un dogma che affonda le sue radici nella visione più autoritaria che ci possa essere. Tu, donna, devi essere salvata in ogni caso, da te stessa, al punto da, eventualmente, essere rinchiusa, istituzionalizzata, medicalizzata, patologizzata. Perché di autodeterminazione e autogestione del disagio, in una visione che potrebbe permetterti di trovare una via d’uscita senza ricorrere a tutori che hanno tutto l’interesse a vittimizzarti e a criminalizzare nettamente l’altr@, non se ne contempla neppure un po’.

E Rihanna non è persona ma deve fare solo l’icona, diversamente sono cazzi suoi. Nessun@ le dà gli strumenti di comprensione della faccenda dicendole che la sosterrà in ogni caso. Nessuno ammetterà che nel discorso pubblico sulla antiviolenza rientri una dichiarazione come la sua, perché lei sarà archiviata come folle, rimproverata perché quella complessità non può assolutamente essere esibita e se dovesse accadere che lui la picchierà ancora, perché potrebbe accadere, lei sarà completamente sola con tante dita puntate addosso a dirle che è stata colpa sua.

Perciò chi torna indietro non chiede soccorso quando ricapita e perciò rischia di morire. Perché ti si impone di mentire. Diversamente devi fare ammenda, chiedere scusa a tutto il mondo per non aver adempiuto al dovere di crocifissione del carnefice, per non esserti lasciata “usare” per legittimare i tuoi tutori, per non essere rimasta in balìa dei tuoi salvatori. Solo se sei disposta a chiedere scusa e ad espiare con rigide regole di astinenza, con pentimento per il sesso fatto col carnefice che ti è piaciuto, la società autoritaria, fatta di patriarchi e sorveglianti, ti riaccoglie, nella perfetta riedizione della figliol prodiga che torna, in una parabola moderna, dal padre a rilegittimarne il ruolo.

Lei sarà sola come sole sono quelle tante che non possono dichiarare di voler restare con il proprio carnefice senza sentire lo stigma della colpa, una colpa sociale prima che personale, che non riguarda l’individuo, perché ‘sta storia che la lotta contro la violenza sulle donne riguardi il rispetto delle donne in quanto individue è una balla grande quanto una casa, ma riguarda il dogma, l’ideologia, la società tutta, l’equilibrio dicotomico creato in questa divisione spicciola tra vittime e carnefici in cui tutto deve quadrare a fare in modo che la cultura di tutori, patriarchi e patriarchesse sia pienamente realizzata.

Lei e le altre sono sole, dunque, e dato che non potranno dire liberamente cosa vogliono fare allora romperanno le relazioni con il mondo fatto di patriarchi e patriarchesse che le vuole salve ma alle proprie condizioni, ché se disobbediscono possono andarsene ‘affanculo.

Quando l’antiviolenza smette di occuparsi della persona e censura le narrazioni e ti fa vergognare di essere quello che sei, ti fa violenza molto più di quella che ti ha fatto qualunque altra persona. Quando l’antiviolenza ti obbliga a rintracciare nell’altro, quello che chiamerebbero “carnefice”, l’unico che riesce a concepire e vedere la tua complessità, le tue contraddizioni, la tua umanità, ha miseramente fallito. Perché la prossima volta che Rihanna e le altre saranno picchiate sarà responsabilità di questi tutori paternalisti e censori che continuano a dirle, in sottofondo e sempre, che se l’é cercata. Se la sono voluta.

E buona fortuna a Rihanna perché io, diversamente da altre persone, per quelle come lei ci sono sempre. Sempre.

Ps. Come direbbe Marina:
certe persone che dicono di occuparsi di lotta contro la violenza sulle donne dovrebbero vergognarsi. Irresponsabili, incompetenti.
Perché nella narrazione antiviolenza fuori dal coro, nelle testimonianze ed esperienze raccolte, c’è chi impiega tutta una vita per dire cose che ha vissuto e che sono talmente ovvie da far pensare che solo il coma vigile può aver tolto la forza di dirle senza vergognarsene.
Non hanno la più pallida idea, certe persone, di quanto male sia stato fatto, di quanti anni fottuti di vita, per non riuscire a dirsi che stabilire una relazione consapevole con le proprie verità, quelle non mediate e non imposte, è utile. Diversamente non serve che ti dicano che vogliono salvarti la vita perché se ti obbligano ad una costante negazione di te, sei morta comunque.

3 pensieri riguardo “Cara Rihanna: e ora sono cazzi tuoi!”

  1. sono d’accordo. Ma inutile negare l’elefante nella stanza: non è una colpa tornare col proprio aguzzino, ma un problema c’è. Anche se non è quello che raccontano le patronesse delel donne.

  2. odiare il carnefice..specie se l’hai amato non è insolito..poi ognuno ha la sua storia e la sua complessità.massimo rispetto per Rihanna sopratutto perchè non pretende di essere di esempio a nessuno
    Parlando di Narrativa..comunque se volete leggere storie di violenza sulle donne vi consiglio Stephen King (Dolores Claiborne, Rose Madder, e It per il personaggio di Beverly)

  3. Leggo sempre con interesse il tuo sito (posso darti del tu?) e, per quanto trovi condivisibile la impossibilità di fare politiche “antiviolenza” ignorando la complessità della relazione in cui quella violenza vive, non riesco a condividere l’idea che restare con un uomo violento sia una scelta “da comprendere”. O meglio non credo lo sia sempre.
    Quando sei figlia di una relazione violenta hai bisogno che qualcosa la interrompa. Se tua madre lo ama ancora non è solo una sua scelta, diventa anche la sua/loro imposizione su di te, la tua gabbia, la tua cella.
    E per quanto sia giusto dare il tempo alla donna di elaborare il distacco, trovo egoista e insopportabile che questo tempo sia subito da un figlio/a.
    Non so quale sia la soluzione. Mia madre ci ha messo quasi trent’anni di matrimonio per “staccare” la presa e non so se sarà per sempre. Ma io mi sento ancora quella bambina spaventata che non sa che fare e spera che il buio della coperta possa spegnere anche i rumori e i ricordi. E sono quasi vent’anni che cerco di seppellire un padre da vivo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.