Antiautoritarismo, Comunicazione, Critica femminista, Ricerche&Analisi, Violenza

Non stuprarla se ha un utero funzionante

Avevo recensito la posizione di un distinto signore, cattolico, che sosteneva che se sei moglie e madre, in sintesi, l’uomo non commette su di te violenza. Nel senso che sosteneva che bisognerebbe investire su quei ruoli sociali, per le donne, e indurne il rispetto ovvero indurre il rispetto della donna in quanto moglie e madre e non in quanto donna.

Il giorno dopo mi accorgo che le medesime cose le scrive la Gabanelli, giornalista stimabilissima, che così commenta a proposito dello stupro in India:

«Il cambiamento, però, passerà solo attraverso una consapevolezza superiore, che non è quella della parità dei diritti, bensì quella della diversità nel suo significato “più sacro”: è la donna a garantire la fine o la continuazione della specie. Anche il più feroce degli stupratori è stato messo al mondo da una madre. Ogni bambina, ogni ragazza, ogni donna, è una potenziale madre. E’ un corpo che ha in sé quello che nessun uomo può avere: “La culla della tua infanzia”. Siano per sempre dannati gli uomini che violano questa dolcissima, intima, fragile origine dell’umanità».

Il rispetto per la donna in quanto potenziale madre è una esortazione che è esattamente speculare a quella di tanti soggetti conservatori, al punto che Loredana Lipperini, su un suo status facebook, così commenta: “finché si inchiodano le donne alla sacralità del materno, non si fa un passo avanti che sia uno“. Della Lipperini potete anche leggere identico riferimento sul suo blog con segnalazione ad un ulteriore pezzo su L’Unità e il “dolore che aliena la fatica dell’essere genitori“.

Poi leggo addirittura di una indagine dalla quale si concluderebbe che le donne sposate, e si badi bene, dice proprio sposate, subirebbero meno frequentemente atti di violenza. E se teniamo in considerazione i dati, approssimativi, dei delitti commessi lo scorso anno, si può in effetti notare che le donne vengono uccise soprattutto dopo che si separano o quando sono in via di separazione. Con ciò la ricerca parrebbe avvalorare la tesi secondo la quale il delitto potrebbe essere considerato una specie di rappresaglia a carattere risarcitorio giacché il contratto matrimoniale altro non è che un patto di compravendita di corpi rescisso il quale, nel caso in cui uno dei due contraenti non sia d’accordo, la ritorsione parrebbe una logica conseguenza.

Se questa è la tesi che consegue a tanta valorizzazione del ruolo di moglie e della maternità, che per inciso nella indagine che ho citato si dice giovi di maggiori benefici nel coniugio, dovremmo dunque concludere che tutte le mogli e le madri, in quanto corpi di proprietà di mariti e riproduttrici dei loro figli, godano di ottima salute e non abbiano mai alcun problema. Sappiamo invece, perché lo sappiamo, che quale che sia lo status di una donna può subire violenza e che accade, talvolta, che sia giusto la violenza il motivo della separazione.

Avviene anche l’opposto, certamente, ovvero che una donna sia molesta e che in nome dello status di moglie e madre si senta in condizioni di poter far gravare le sue decisioni, le sue scelte, su uomini che all’opposto, per seguire lo stesso filone di ragionamento, dovrebbero essere rispettati in quanto mariti e padri. Ma il punto è che tali ruoli non sono per nulla indicativi di alcunché e che se si ritiene che la violenza risieda nel fatto che il materno abbia perduto quel tanto di sacralità che aveva, restituirgliela, la sacralità, condanna le donne, tra gli altri, ma in generale le persone, qualunque sia il ruolo entro il quale si stabilisce possano essere rispettate, a non godere di diritti se non “appartengono”, se non sono di proprietà di nessuno e se non rendono servizio di riproduzione.

L’investimento sul materno, tanta retorica sul maternage, è comunque una passione di questi ultimi anni, con un regresso culturale sul quale investe anche un certo femminismo. Perciò a nessuno viene in mente di opporre una critica rispetto al fatto che segnalare che una ragazza che denuncia di essere stata stuprata sia incinta, soprattutto se l’accusato è uno straniero che per ceto e modalità riproduce lo stesso schema avvenuto in India, con relative aggressioni da parte di volenterosi e forcaioli ultrà, è utile soltanto ad avvalorare la tesi secondo la quale si sia violata quella sacralità.

Quel che si dice è che la madre non si può stuprare. La donna, chi lo sa. E per inciso la tesi dell’inviolabilità della madre viene sposata e portata avanti anche da donne che sulla stima per il materno confidano per immaginare che in quanto madri possano essere un po’ più stronze o godere di maggiori diritti che il resto del mondo. Peccato che poi in quel ruolo restano incastrate e che quello che pensavano fosse un privilegio si rivela per quel che è: una trappola di ruolo. Questioni di genere, appunto.

Ecco. Pochi spunti e qualche riflessione. Appunti un po’ alla rinfusa per seguire il filo del discorso sull’inclinazione verso la quale pende la cultura. Precipitosamente verso il basso, temo.

Leggi anche:

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7 pensieri riguardo “Non stuprarla se ha un utero funzionante”

  1. Io non credo che dire che ogni donna è una potenziale fonte di vita sia “inchiodarla alla sacralità del materno”. Io credo che gli stupratori siano persone malate, o violente, o squilibrate o cattive, o tutte queste cose insieme, e che mai e poi mai si possa attribuire la responsabilità di una violenza a una donna che la subisce.
    Ma credo anche che la vita sia sacra, e non nel ristretto senso cristiano del termine. E credo che riconoscere ciò che di stupendo le done possono, potrebbero, potranno vivere, mettendo alla luce una vita, sia essenziale.
    Non vedo collegamenti tra questi due argomenti se non il fatto che ci si può stupire che qualcuno non sappia vedere quantra bellezza c’è in questo de la possa violentare, ingenuo, ma qualcuno forse lo è ancora.
    La trappola della maternità, a mio avviso, è data, all’opposto, dalla scarsa consapevolezza di questo ruolo, della sua importanza e della sua bellezza.
    è data dall’assenza di aiuti, di strutture adeguate, di asili nido, di regolamentazioni contrattuali che non puniscano le madri, ma le aiutino a gestire la fmiglia senza dovere rinunicare al lavoro, dalla società che ti chiede di scegliere se essere madre o individuo, perché ti lascia sola.
    se la comunità capisse davvero “la sacralità del materno” noi donne non saremmo affatto inchiodate a questo concetto, ma affrancate e sollevate.
    se davvero si capisse quanto importante e difficile e sacro è mettere al mondo un bambino, non saremmo lasciate sole e ridotte a una logica di contrapposizione mamma/puttana.

    1. sono d’accordo.
      E aggiungo che se la vita non fosse sacra indipendentemente da una qualsiasi fede, non dovremmo indignarci così tanto di fronte a chi (purtroppo sempre più) invoca la pena di morte: di fronte a certi delitti odiosi una logica è rintracciabile.
      Per quel che riguarda l’articolo di Manuela Trinci postato dalla Lipperini, personalmente lo condivido in pieno; in particolare, a proposito del ricorso quasi sistematico ad analisi prenatali, è evidente e lo dicono anche ginecologi “laici” che nella stragrande maggioranza dei casi lo scopo è selettivo. Non riconoscere questo dato è falso e ipocrita.
      Abbiamo il coraggio di mantenere le nostre posizioni, qualunque esse siano, senza ricorrere a falsità.

  2. quel che dice Iolanda mi piace molto. La ricerca canadese mi sembra una delle tante ricerche che si trovano solo su internet e che dicono tutto e il contrario di tutto. Io credo nell’amore, con o senza matrimonio, chi uccide la persona che lo lascia è perchè non sa amare e non sa soffrire

  3. Ma è una questione pratica: così il monopolio della violenza lo lasciano a un uomo solo, marito. Fra le sacre mura domestiche in modo che nessuno sappia o possa aver da ridire. Cribbio bisogna pur organizzarsi sennò è un macello, eh!

  4. ps. subirebbero meno frequentemente atti di violenza<- perché i mariti le tengono chiuse in casa? Perché non hanno più una vita loro? E contando o meno la violenza domestica?
    Inoltre, magari il matrimonio fosse e venisse vissuto davvero sterilmente come un contratto! I contratti sono regolati dalla legge. O devo preoccuparmi che se cambio gestore telefonico, qualcuno verrà a cercarmi per piantarmi un coltello nella schiena?

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