La musichetta a tema. La trama in versione thriller. Un copione che tiene insieme tutti i pezzi della storia con una traccia coerente che stabilisce che lei è vittima vittimizzata e lui carnefice.
Storie vere, senza dubbio, ma “narrate” in modo ufficiale e dunque falso.
Sono sopravvissuta ad una violenza e se io fossi morta e avessero fatto una trasmissione su di me avreste visto le mie immagini con l’abito da sposa (che non ho), il sorriso di fanciulla, i sogni di realizzazione e di maternità (mah!) e tutto quello che compone un racconto in cui si dica che io altro non volevo nella vita che tenere unita la famiglia e restare per i figli o comunque per alti valori intrinseci della mia esistenza. Che esistano altri modelli femminili non è neppure concepibile.
Foto ricordo un po’ sbiadite che raccontano come tu sia la perfetta protagonista di una storia in cui non ci sono sbavature. Così lui deve essere descritto come uno che già era un po’ così e poi terrorizzante e poi all’atto del delitto anche un po’ folle. E tutta questa storia è inframmezzata dalle notizie che vengono da avvocati che dicono qual era la dimensione legale della vicenda e poi le testimonianze dei parenti che non si mettono mai in discussione e dal cui racconto pare che questa donna, la vittima, venisse da famiglie sempre equilibratissime dalle quali non siano scaturite conseguenze di nessun genere. Nel senso che parrebbe che ti consegni ad un violento perché non hai avuto culo nella vita e non perché ti corrisponde come modello complementare o speculare che compensa tue mancanze, sfrutta tue fragilità e ti devasta perché potresti essere incline in qualche modo alle dipendenze.
Tutto viene ricostruito per dire che di là c’è un mostro e tu sei o eri perfetta perché è bello e giusto che i miei mi ricordino, ipoteticamente così, e perché di certo dopo che tu sei morta non puoi metterti a rigirare il coltello nella ferita di chi non ha forse neppure gli strumenti per cercare risposte su quello che è successo o se lo fa ovviamente, spero, lo faccia in privato.
Ne viene fuori una narrazione piena di cliché e inutili stereotipi che non aiuta nessuna in un processo di identificazione e riconoscimento perché io che guardo quella trasmissione vedo cose che sembrano non avere l’ombra di una contraddizione. Io non esisto in quel racconto. Ma non esistono neppure quelle donne, credo, o meglio esiste una loro commemorazione positiva e pubblica che coinvolge un pubblico che vedrà di loro tutta la parte bella, interessante e di superficie, tutto ciò che va detto per ristabilire la verità per farla conoscere alla “gente”, a tutela del buon nome delle famiglie e affinché le cause legali, che addomesticano le narrazioni a proprio vantaggio, abbiano fine senza alcuna attenuante. Poi trascurerà ogni zona grigia che potrebbe davvero spiegare perché una donna si innamora di un uomo violento o perché non ce la fa a lasciarlo.
Umanizzare la vittima per alcuni sarebbe come dire che te la sei cercata ma non è così. Per quanto mi riguarda ci siamo cercati a vicenda. Ci sono persone che stabiliscono un legame perché si corrispondono in qualche modo. Diversamente non si piacciono o si piacciono solo quando la loro crescita avrà raggiunto un livello differente.
La violenza sulle donne, quando è domestica e si esercita nella relazione, è pelle sporca, è sentimento umano, è contraddizione pura per quello che mi riguarda e il fatto che lo schema di racconto di quella violenza che dovrebbe comprendere anche me non mi permette di sentirmi rappresentata la dice lunga sulla speculazione che si fa su questo tema.
Siamo ancora lì a proporre la donzella in pericolo e il tutore/cavaliere che la va a salvare o che poi vendica la sua morte con una punizione esemplare.
Tutto molto triste, per davvero. Peccato che questo non aiuti nessuna a capire come fare a non intercettare una persona violenta quando la incontri e peccato che questo non mi abbia mai aiutata a uscirne fuori.
Aderire alla narrazione dominante priva di ogni sfumatura, di zone grigie e di complessità, è spersonalizzante. Anzi. Questa narrazione che si sostituisce alla tua fino a invisibilizzarla procura turbe dissociative di non poco conto. Fuori da te, perdi contatto con te stessa e finisci per interpretare una parte che non è neppure la tua. Riappropriarmi di me e mandare a quel paese il mondo per raccontarmi come voglio io per ciò che sono e che ho vissuto è sempre stato il mio migliore strumento di autodifesa. Se io capisco i miei limiti non mi approssimerò mai più ad una persona che potrebbe uccidermi perché ne sento l’odore lontano un miglio. Se io mi conosco davvero sarò salva e lo sarò solo, e non c’è dubbio, per merito mio.
NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.”
Ottima analisi
Concordo su certe banalità ripetute in tutte le storie (es. i figli sempre adoratissimi, gli amici premurosi ma ignari, i genitori che avevano capito tutto sin dall’inizio, sapevano che era cattivo ma non potevano fare nulla), condite dalla musica del telefilmTwin Peaks che rimanda a una vittima donna generica e universale. Eppure anche nel tentativo di costruire secondo uno schema predefinito sono riuscita a ravvisare qualche elemento di autenticità: famiglie distratte e culturalmente arretrate, giovani sorelle che pensano che lo stupro del marito sia una contraddizione in termini, vittime che avevano cacciato di casa il futuro assassino ma continuavano a stirargli le camicie e cucinargli il pranzo per poter in qualche modo alimentare la relazione malata. Quello che la trasmissione cerca di appiattire con una narrazione agiografica sembra venire fuori da solo, almeno a mio giudizio.
in realtà non è bella ne la trasmissione, ne la recensione. Entrambe tendono a far impersonare il maggior numero di persone possibili sia nel carnefice che nella vittima. Una radioterapia del dolore che zia rai ci regala. ricorda la storia dello Yin e yang . In realtà i ruoli sono ben definiti nella vita, anche se a scadenze o a rotazione, poi bisogna sempre vedere se in senso figurato e metaforico o reale del termine.
Il costo pagato per montare format simili , lo investirei in forze di polizia per indagini serie ( che aiuterebbero anche chi veramente ha avuto di questi problemi) o comunque per programmi più costruttivi.Se proprio la rai deve buttare soldi perché non ne da di più alla Gabanelli che se li merita tutti ?
Una persona sana e non autolesionista tende a cambiare canale.Dovrebbero spiegarlo a quelli che calcolano l’audience , o forse gli italiani sono diventati un popolo di codardi/e e autolesionisti/e .
Ecco perché in francia hanno fatto la rivoluzione, ed i giapponesi avevano i kamikaze.
Noi abbiamo la cultura dell’ “amore criminale”.
Baratterei volentieri il bidè di casa mia con un pezzetto di cultura francese , quella del popolo, o con la carlinga/missile di un kamikaze giapponese , ecco ,senza andare troppo per il sottile.
anche loro avranno sicuramente tv spazzatura, ma qui si parla di zia rai , non certo di tele vicolo stretto.
Non piace neppure a me.
Non mi piace neppure a me, Por la crudele realtà!! Anzi soffre de più una donna maltrattata qua in Italia! Cominciando delle leggi che danno schifo, la sociedad, le istituzioni…
No si capiscono le parole, troppo alta la musica. Ma chi fa la regia di “Amore criminale”?
Perfettamente d’accordo con te.. Non potevi essere più esauriente