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Antiviolenza: analisi antiautoritaria su stereotipi sessisti e ruoli di genere

E’ una analisi lunga che prosegue quanto detto qui e nei link segnati in basso. Grazie a chi leggerà fino in fondo.

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Femminicidio e Violenza di Genere

Femminicidio, secondo il significato che gli è stato attribuito,  non è l’omicidio di una donna, una qualunque, ma è una vessazione/violenza/omicidio verso una donna in quanto donna, che si è ribellata/sottratta al ruolo che le viene imposto culturalmente ovvero al ruolo “di genere” che è doverosamente chiamata a interpretare. Non necessariamente il carnefice è un uomo.

Ci sono altre persone che si ribellano ai ruoli “di genere” culturalmente imposti e dunque bisogna definire quali sono, quando e come gli altri generi sono obbligati a interpretarli, in quali modi la società impone l’adesione ad essi e in quali modi si produce la pressione/violenza/vessazione che addomestica/punisce la ribellione. La violenza (di genere) che è esercitata a questo fine può essere realizzata da chiunque.

Sappiamo che la reazione violenta alla ribellione contro i ruoli di genere nei confronti di gay, lesbiche, trans, si chiama omofobia, lesbofobia, transfobia.

Stereotipi, ruoli di genere e il “maschile”

Gli uomini, più comunemente visti come carnefici, per darsi una patina di innocenza, bisogna che prendano le distanze dai propri simili che hanno praticato violenza (Noi No – come se le donne fossero chiamate a fare la stessa cosa), bisogna che riscoprano un proprio lato femminile (come se averci il lato femminile significasse di per sè che nella femmina risieda l’innocenza), e che assumano una identità di genere il più lontano possibile da quella dell’uomo etero.

Lo stereotipo e il ruolo di genere che viene imposto, dunque, è quello della negazione ad una mascolinità etero che sia autonoma, autodeterminata, lontana dalle logiche dei branchi, ma non per questo assimilabile all’imposizione stereotipata che passa attraverso le teorie del femminismo autoritario.

Delle imposizioni “di genere” nei confronti degli uomini parlano spesso le donne, nel senso che sono le donne, non so se femministe, che scippano agli uomini la possibilità di autonominarsi. Se infatti alcuni uomini assumono una visione autodeterminata della questione e si smarcano da quella interpretazione per togliersi di dosso, principalmente, il marchio del carnefice, così come ad alcune donne piace togliersi di dosso il marchio della vittima, vengono percepiti come non sufficientemente meritevoli di attenzione, ovvero, vengono percepiti finanche come negazionisti, nemici.

Dicotomie obbligate

Le donne che si smarcano dal ruolo (imposto) di vittima non sfuggono alla dicotomia santa/puttana, vittima/colpevole. Gli uomini che sfuggono il ruolo (imposto) di carnefice non sfuggono alla dicotomia tutore/carnefice.

Per assurdo sono proprio le femministe (autoritarie) che stabiliscono che l’unico ruolo “positivo” dell’uomo possa essere quello di “tutore”. E’ quella la mentalità che legittima il controllo – da parte dell’uomo – del corpo delle donne, l’uso che se ne fa, la normatività conseguente rispetto al sesso. Gli uomini – etero – sono dunque assegnati alla tutela e quelli che non sono disponibili a questo ruolo sono definibili in carnefici/negazionisti.

L’omofobia femminista

Sfugge a questa norma, e chi lo sa se queste femministe si rendono conto di quanto sia omofobica questa posizione, l’uomo gay perché lui viene considerato affine in quanto che si è ribellato alla cultura patriarcale e dunque solo in questo modo avrebbe espiato la colpa del peccato originale.

Il gay per dimostrare che è “diverso”, il che significa “migliore”, non-umano, un Dio, giacché l’umanità è citata solo in relazione a debolezze, di uomini che non hanno resistito agli istinti primordiali, di creature che non hanno saputo controllare il proprio se’ violento, non deve dire “Noi No” e non deve essere chiamato alla “tutela” responsabilizzata delle donne. Al gay non viene affidata la nostra sorte. Rispetto al gay ci vediamo sodali, vittime allo stesso modo, immaginando che l’appartenenza a quel genere possa scongiurare il pericolo che dunque viene rappresentato unicamente – e superficialmente – dal fatto che l’uomo etero possa desiderare la donna.

Il male riposto nel Desiderio e nella Sessualità Autodeterminata

Da lì ci vuole poco a dire che “desiderare” diventa un problema in se’ ed è tutto un continuo normare e dire che così non si fa, questo non si tocca, quello si fa in quell’altro modo, arrivando a interferire pesantemente nelle relazioni e patologizzando uomini e donne che scelgono una sessualità diversa da quella imposta da questo ragionamento.

Parlo di normatività della sessualità senza violenza, dunque consensuale, ché la sola consensualità non basta, ma è tutto un fiorire di proibizionismi su sessualità altre, dal bdsm alla vendita dei servizi sessuali in se’ (e le due cose non sono assimilabili e le metto assieme solo per definire azioni d’uso autodeterminate del proprio corpo da parte di alcune donne) rispetto alle quali femminismo autoritario e suoi coadiutori al maschile agitano perennemente lo spettro della violenza subita finanche inconsciamente.

Perciò ad una donna che si eccita con un sesso fatto di corde, legami, dominazioni, e che vive le relazioni in un modo differente, non viene proprio riconosciuta la libertà di dirsi, raccontarsi e viversi. Di lei si dirà che è sicuramente vittima e anche se non lo è bisogna vittimizzarla per consentire che l’impalcatura teorica sulla quale si fonda tutto il dogma non crolli miseramente.

L’uomo e il suo Peccato Originale

Non riconoscere la scelta autodeterminata delle donne che vivono di sessualità fuori dalla norma, diventa il modo per concludere che, in fondo, la colpa risiede sempre nel maschio. Allo stesso modo la religione stabiliva che la colpa dovesse risiedere nella femmina. Sicché questi esseri che hanno un debito con il mondo, debito di oppressione per la cultura patriarcale che è mezzo di dominazione veicolato da tutti i generi, nessuno escluso, non possono togliersi di dosso l’onta del peccato originale a meno che non si prostrino e non riassumano nelle proprie gesta: espiazione, pentimento, totale adesione alle tesi dell’altr@, delle parti oppresse, lasciando che si ricucia sulla loro pelle una identità di genere che per alcuni appare forzata.

E la ricerca di una identità autonoma che sfugga a questa normatività forzata implica, più spesso di quanto non si creda, solitudine sociale, nel caso in cui si tratti di una ricerca totalmente autonoma, e implica stigmatizzazione quando, al fine di cercare quella identità, si finisce con il ridare vigore, più o meno o per nulla consapevolmente, ai vecchi ruoli consolidati di un maschile fedele interprete della cultura patriarcale.

Comunque sia: sono queste creature, ovvero quelle che non si lasciano benedire dalla distribuzione in serie di riconoscimenti all’uomo che ha fatto il bravo e si è comportato bene, che riscrivono le modalità di diserzione dal patriarcato, ragionando sui ruoli di genere che, in nome di una oppressione passata, presente e futura, praticata da altri e di cui pagano lo scotto sociale e culturale tutti, sono obbligati a interpretare.

Stereotipi, ruoli di genere e il “femminile”

Dicevo prima che Santa sta a Dio perché Vittima sta a Tutore così come Puttana sta a Umano perché Colpevole sta a Carnefice. Potete formulare mille combinazioni tra soggetti uomo/donna e quel che ne viene fuori è che questi sono i ruoli che frequentemente vengono interpretati.

Tra i principali ruoli di genere imposti che definiscono il “femminile” troviamo quelli che sono relativi a:

– la riproduzione;

– la cura (e nella “cura” è compresa la sessualità finalizzata alla “assistenza morale” dell’uomo)

l’appartenenza (con relative dipendenze, inclusa quella economica);

– la sessualità e l’uso del corpo.

Tutto ciò è riassumibile, banalizzando, nella convinzione che la donna sia materna, istintivamente angelica e gentile, asessuata, dunque non interessata a fare sesso nei modi che preferisce, per il proprio piacere, quanto piuttosto a concepire la sessualità e l’uso del proprio corpo in quanto “Dono” da assegnare a meritevoli o a quelli che con numeri da circo inenarrabili sapranno conquistarlo e/o comprarlo. In quest’ottica non si concepisce affatto la scelta autodeterminata di una donna che non vuole figli, o che li ha ma non vuole prendersi cura del mondo intero, che vuole vivere la sessualità in modo indipendente per il proprio piacere, che oppone un rifiuto a qualunque forma di strumentalizzazione circa l’uso del proprio corpo, che non vuole appartenere.

Educazione/normatività/repressione ai ruoli di genere

I ruoli assegnati di cui parlo vengono imposti in mille modi. Messaggi ossessivi tendono a educare e formare, fin da piccole, le donne ad essere perfettamente aderenti a quelle specifiche funzioni. Per qualunque scelta autodeterminata e indipendente che sfugga a cliché e convenzioni la società risponde con patologizzazioni (non sei normale, sei malata) e demonizzazioni (devi essere per forza una strega o una criminale).

Lo stesso contesto in cui si dice tu possa operare delle scelte, rispetto ai ruoli di genere imposti, viene normato: puoi fare un figlio, meglio se con un matrimonio alle spalle, con un partner etero di sesso maschile e anche nella Pma (procreazione medicalmente assistita) non puoi usare altro seme al di fuori del marito; puoi prenderti cura dei tuoi genitori anche a distanza (che culo!) purché deleghi un’altra, la badante, a fare quello che non puoi fare tu; puoi lavorare ma conciliando con la famiglia e se lavori un po’ di più sei immediatamente definita in negativo una “donna in carriera”; puoi scegliere l’uomo con cui fare sesso ma se “appartieni” e resti sotto la protezione di qualcuno è meglio perché diversamente sei esposta ad ogni genere di molestia e/o giudizio negativo sulle modalità d’uso del tuo corpo e sulla sessualità che preferisci vivere. Ancora oggi non puoi usare la contraccezione senza incontrare una serie infinita di ostacoli lungo la tua strada, non puoi decidere di prevenire una gravidanza indesiderata o di interromperla, non puoi contare su un welfare che sostenga incarichi di cura equi redistribuiti tra i generi e servizi pubblici, non puoi neppure vivere la sessualità come ti pare, opporre un rifiuto, mostrare eccessiva autonomia nella scelta.

La libertà di scelta, dunque, praticamente è tanto relativa quanto nulla perché quella che viene definita in quanto tale è pura ipocrisia. Come dire che a delle persone prigioniere viene detto che possono scegliere di che vita vivere all’interno di una cella in cui qualcun@ decide per te di quanti metri quadri disponi, come devi pensare, parlare, vestirti, con chi devi relazionarti.

Ancora dei Ruoli di Genere al “maschile”

Tra i principali ruoli di genere imposti che definiscono il “maschile” troviamo quelli che sono relativi a:

– la riproduzione (anche questo però entro norme precise: famiglia, etero, eccetera);

– il mantenimento (lavoro retribuito e responsabilità economica della famiglia durante e dopo un matrimonio);

– la tutela (sorveglianza, controllo);

– sessualità e uso del corpo (l’essere fedele al ruolo del maschio virile, il dovere di “ogni lasciata è persa”, il corpo per lavori pericolosi e/o di fatica rispetto ai quali non esiste alcuna richiesta di quote rosa).

Riassumo anche in questo caso: esiste la convinzione che l’uomo sia un eterno guerriero, forte anche se infantile, che piuttosto che assumersi responsabilità nei ruoli di cura al massimo può fare la guerra e poi giochicchiare con i figli. Si pensa che l’uomo sia istintivamente violento e maggiormente bramoso di sesso rispetto a persone di qualunque altro genere. Se dunque la sessualità della donna per ruolo di genere imposto si definirebbe nel “Donare” quella dell’uomo si riassumerebbe nel “Prendere”.

Atti di diserzione del Maschile

Un uomo che si sottrae alla guerra, alla tutela, all’atto eroico del salvatore nei casi estremi (vigile del fuoco, militare, etc) diventa oggetto di derisione e scherno. L’umanità di chi ha paura viene definita codardia o in altri modi per nulla gentili.  Lì si manifesta il tratto omofobico di chi giudica e ancora lì si rifiuta l’idea che un uomo etero possa essere altro rispetto ai ruoli imposti. Se non è quello che la cultura impone allora sarà “inferiore” e dunque “frocio” o “femminiello”, includendo nel giudizio che definisce l’inferiorità di un genere anche quello femminile.

Un uomo che si sottrae alla attitudine da predatore nel sesso viene giudicato allo stesso modo. Chi non vuole un figlio non può determinare nulla. E’ lei che decide e a lui toccherà soltanto assumersene la responsabilità (vedi casi in cui lei resta incinta, fa un figlio e poi informa il padre dopo un tot per chiedere il mantenimento senza che lui abbia mai partecipato prima a quella scelta).

Colui il quale, avendo scelto e voluto un figlio, invece che esserne il compagno di giochi unatantum, vuole prendersene cura viene giudicato ancora una specie di femmina mancata, spregiativamente definito mammo. Diversamente il suo interesse per i figli sarà riconosciuto come sospetto, perverso. Perché mai un padre vorrebbe stare con suo figlio o sua figlia se non fosse un pedofilo?

L’accusa o il sospetto di “pedofilia” nei confronti di padri che hanno una modalità “differente” di approccio con i figli, gli fanno il bagno, li baciano e accarezzano come più comunemente farebbe una madre, li cullano e si addormentano assieme, li vivono, si prendono cura di loro, non è poi così infrequente nel giudizio di persone che esigono che il padre, in quanto naturalmente “sporco”, “colpevole”, “perverso”, faccia “solo” il “padre”, ovvero quella figura distante e autoritaria o giocherellone in piccole pause settimanali, che pensa a mantenere i figli e nulla più.

Un uomo che si sottrae al mantenimento della ex moglie, la quale ex moglie esige il mantenimento perché condannata a (o sceglie di) essere economicamente dipendente da padre/marito/stato per i motivi relativi l’adesione ai ruoli di genere spiegati prima, viene giudicata una persona che ancora una volta sfugge ad un ruolo imposto.

Educazione/normatività/repressione ai ruoli di genere

Come le donne anche gli uomini vengono educati a diventare questo. Un bambino sarà dipinto d’azzurro fin dal primo vagito, non potrà giocare con una bambola senza subire sfottò o senza che sia patologizzato, non può manifestare un interesse sessuale non dominante senza che sia sfottuto.

Colui il quale non fa figli, non mantiene la famiglia, non fa la guerra, non agisce da “tutore”, viene giudicato non normale, irresponsabile, cattivo, gli viene assegnata una patologia ovvero viene demonizzato come fosse un criminale. E’ a tutti gli effetti un disertore dei ruoli di genere e come tale viene perseguito e punito.

Natura Vs Cultura

Anche lui non è libero di scegliere perché la sua disobbedienza diventa pericolosa per chi vuole tenere in piedi un’impalcatura fatta di costruzioni culturali e dell’idea, che è propria di due tensione specularmente conservatrici, quella di un maschile e di un femminile (il femminismo essenzialista fatto di riduzionismo biologico) opposti e identici, che i ruoli siano assegnati per obbedienza all’imperativo della “natura”.

Assertori e assertrici della differenza tra il maschile e il femminile dichiarano che siamo ciò che abbiamo tra le gambe. Io utero e dunque valgo. Io pene e dunque – again – valgo. Io utero e dunque non lavoro in senso retribuito, lavo i piatti, passo la cera, bado all’anziano, faccio sesso come norma impone. Io pene e dunque resto in trappola nella catena produttiva, svolgo lavori pesanti, mantengo moglie e figli, vedo mio figlio solo da lontano se sono separato, proteggo/tutelo i soggetti deboli a costo della vita, faccio l’eroe e muoio volentieri per la patria, per la persona intrappolata in un incendio, un terremoto, una catastrofe qualunque.

Conclusioni: femminicidio e violenza di genere

Alla luce di tutto ciò, ripeto: Femminicidio, secondo il significato che gli è stato attribuito,  non è l’omicidio di una donna, ma è una vessazione/violenza/omicidio verso una donna in quanto donna, che si è ribellata/sottratta al ruolo che le viene imposto culturalmente ovvero al ruolo “di genere” che è doverosamente chiamata a interpretare. Non necessariamente il carnefice è un uomo.

Violenza di genere può essere anche una vessazione/violenza/omicidio verso un gay in quanto gay, una lesbica in quanto lesbica, una trans in quanto trans, un uomo in quanto uomo che si sono ribellati/sottratti al ruolo imposto culturalmente e dunque al ruolo “di genere” che sono chiamati a interpretare. Non necessariamente il/la carnefice è una donna, un gay, una lesbica, una trans, un uomo.

Allo stato attuale, secondo i numeri, benché approssimativi che abbiamo, la violenza di genere più diffusa è quella contro la donna in quanto donna. D’altro canto il dato della violenza di genere che tocca altre direzioni non è stato indagato a sufficienza e chi ha provato a farlo è stat@ vissut@ come una minaccia invece che come una provocazione paradossale e culturale, forse utile, a demolire stereotipi sessisti, a scuotere indifferenza rispetto a fenomeni che non vengono mai presi in considerazione.

E la riflessione continua…

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Un pensiero riguardo “Antiviolenza: analisi antiautoritaria su stereotipi sessisti e ruoli di genere”

  1. Tutti cresciamo in una cultura e non possiamo prescindere da essa nel bene e nel male, nemmeno se decidiamo di andare “contro” ma questo non vuol dire essere “eterodiretti”
    “Appartenere” in amore è reciproco e deve fondarsi sul rispetto.
    Il sesso (in qualunque forma sia, in una relazione stabile o no) se è consensuale è un donarsi e prendersi reciproco..nel gioco della seduzione e del sesso..anche se uno dei due sembra “passivo” non lo è, entrambi decidono.
    Conciliare lavoro e famiglia è giusto e dovrebbe valere pure per gli uomini..se i bimbi ci sono qualcuno se ne deve occupare, meglio che sia chi ha voluto metterli in questo mondo, perciò viva congedi di maternità e paternità alla scandinava, asili nido e altre misure che possono aiutare i lavoratori genitori (part time che non penalizzi la carriera ecc..). i figli se ci sono vanno mantenuti..e non è che una donna casalinga li mantiene meno di un uomo lavoratore (o viceversa)
    Il femminismo della differenza è criticabile e criticato per tante ragioni ma mai e poi mai ha detto “se hai l’utero passi la cera”..la differenza sessuale è considerata in maniera un po’ meno

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