FinchéMorteNonViSepari

Brutality, eau de cologne

Non lo sapevo, ve lo giuro, ma il titolo che avevo scelto per questo post prescinde dall’esistenza di una linea profumifera al maschile di cui ho scoperto l’esistenza ora. Vi lascio al mio post.

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Se un giorno ti svegli e pensi che tutto vada male puoi sempre accendere la televisione e guardare l’ultimo spot per conto della Brutality parfume, che mostra uomini virili e tartarugosi, femmine striscianti con la bava (alla bocca), folle di poveri sfigati che siccome che non usano quel liquido non accederanno mai al paradiso e infine c’è la voce a fondo campo che dice qualcosa come “Brutality… e riuscirai a spaccare in due il mar rosso”.

Gli spot fatti da gay per gay non sono poi diversi. Noti stilisti presentano corpi marmorei che si producono in performance inenarrabili (tipo slacciare niente po’ po’ di meno che un reggiseno) e accavallamenti sparsi che non mutano la sintesi del messaggio: “comprami… e la virilità straborderà dalle tue mutande”.

L’investimento educativo fatto in machismo deve essere di miliardi all’anno per tutta questa gente e questo di sicuro incide nella scelta soggettiva di ciò che si ritiene desiderabile. L’immaginario è perfettamente influenzato dai messaggi pubblicitari che plasmano, educano, formano e persuadono a comprare prodotti e ad adottare precisi modelli di vita e di comportamento.

Così certi uomini penseranno di essere più o meno giusti in rapporto a quei modelli e certe donne penseranno di essere più o meno giuste se piaceranno e si faranno piacere gli stessi modelli.

Qui abbandono il campo neutro, perché mi riguarda quello maschile ma fino ad un certo punto, e parlo dell’effetto deleterio che queste pubblicità hanno su alcune donne.

Si parla spesso dell’uso del corpo delle donne e che sarebbe formativo di dinamiche sociali sessiste. I corpi maschili sono altrettanto usati e costituiscono un motivo di influenza dei nostri desideri.

Partiamo dal marketing spicciolo. Chi sono gli uomini che mi sono capitati a tiro?

Uno assomigliava all’icona rappresentativa di Gesù. Capello lungo, barba incolta, castano chiaro, occhio sbrilluccicante. Sono cresciuta vicinissima ad una chiesa e quell’icona stava attaccata dappertutto. Non può non avermi influenzato in qualche modo.

Un altro somigliava ad un noto attore straniero. Solo di faccia perché per il resto era un tamarro di prima categoria. Poi c’era quello che somigliava ad un cantante e anche lì mi affaticavo a scorgere i tratti similari per conseguirne che avevo avuto un gran bel culo a poter giovare di siffatta presenza. E c’era quello che richiedeva lustro nell’approccio perché al suo confronto io sparivo. Lui era brillantinoso e champagnoso per via della somiglianza con una specie di modello di cui nemmeno più ricordo il nome.

E in questa ricerca di cloni mortificanti per l’intelligenza umana com’era ovvio, salvo che per il simil-gesù che non voleva certamente imitare il cristo, si trattava di uomini che loro malgrado simulavano goffamente vite e movimenti che li rendevano caricaturali e ridicoli. Ma ad una certa età non ci si accorge di tutto questo. Quello di cui io mi accorgevo, con sospiri e speranze, era che mi accontentavo. Volevo cristo e mi bastava un clone. Impareggiabile senza alcun dubbio.

Il tratto estetico in una prima fase delle relazioni pseudo-amorose c’entra. Inutile dire di no perché c’entra eccome. Gli uomini che somigliavano ad attori che non mi piacevano neppure li cagavo. Potevi essere il più meraviglioso uomo della terra ma l’unico difetto che ti trovavo addosso era semmai il fatto che non somigliavi troppo a quello lì. Dunque nessun problema a capire che se dall’altro lato fanno la stessa cosa è perché rispondono allo stesso bombardamento mediatico che si traduce in rincoglionimento collettivo.

Perché io per piacerti devo travestirmi da presunta aspirante moglie di vampiro, finanche con la faccia da cretino, giacché è quello il tuo modello erotico sessuale del momento di fronte al quale ti rovini in seghe e tu per piacermi devi travestirti da eroe dark coi dentoni finti che arriva e mi tromba e sparisce alle prime luci dell’alba.

E’ tutto un po’ così, in fondo, e non c’è verso di aggiustare la cosa se non pensando al fatto che quando associ l’aspetto al carattere di una persona ti rendi conto che hai sbagliato tutto e che le tue priorità sono ben altre. E che oltretutto, da grandi, ci si accorge che la questione vera nel sesso sta semmai nei sensi, nella chimica, odore, tatto, gusto, e tante belle cose che ti fanno ritenere bello anche chi per i media non lo sarebbe mai.

L’estetica dominante promuove machismo, elegge modelli di virilità che escludono una serie ampia di categorie di uomini intelligenti, meravigliosi, ma anche bellissimi e però che non somigliano a quello lì, e questo marketing sociale ti fa pensare o mi fa pensare che un uomo che non usi Brutality e non sia inutilemente arrogante e stronzo non sia quello che fa per me. Così come dall’altro lato pensano che se lei non è una stangona di tre metri che gravita nel cosmo e plana solo quando tu hai un’auto da 100 mila euro allora non vale poi moltissimo.

Sto generalizzando e non va bene. Finisco. Non ce l’ha prescritto il medico di farci piacere uomini stronzi. E certe volte siamo noi che siamo evidentemente proiettate ad una scelta ma può accadere che questa scelta sia condizionata e dunque sezionare con ironia una réclame può salvarci.

Uno dei risultati più felici della mia vita dopo essere sopravvissuta ad un violento? Che le pubblicità mi fanno ridere. Moltissimo.

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.”

3 pensieri su “Brutality, eau de cologne”

  1. Interessante analisi però come al solito ti invito a considerare anche l’aspetto biologico.
    http://www.sublimia.it/relazione-uomo-donna/mascalzoni.html

    E’ la pubblicità che crea l’uomo brutality o sono le donne ad essere inconsapevolmente attratte dall’uomo brutality e la pubblicità si è adeguata?

    In fondo se le donne apprezzassero l’uomo coccolone la pubblicità produrrebbe il profumo micion 🙂 perchè proporre micion dovrebbe essere più disagevole che proporre brutality per il sistema pubblicitario?

    1. ho studiato e ho praticato troppa comunicazione per accettare questa tesi che mi sembra alquanto semplicistica. i bisogni vengono indotti e mi stupisce che tu non lo sappia. nella pubblicità si induce la necessità di un determinato prodotto a seconda delle esigenze di chi domina il mercato e vende e non secondo le necessità di chi compra. bisognerebbe che tu leggessi allora quali sono le dinamiche per fare in modo che le persone acquistino prodotti improbabili. la cultura patriarcale vende ruoli e tipologie maschili nelle quali sei incastrato anche tu. puoi essere solo tutore o carnefice. e mi stupisce anche come tu che tenti di mettere in discussioni i paradigmi di quella dicotomia possa immaginarti a tuo agio in un determinismo biologico che ti intrappola in quei ruoli.
      bisogna che tu decida. non puoi mettere in discussione la dicotomia se decidi di restare dentro la biologia. perciò, con ulteriore decisione, respingo la tua sollecitazione. il machismo è un brand che viene imposto e nel quale non state bene neppure voi uomini o almeno tanti tra quelli che conosco. Per scucirvelo di dosso impiegate anni salvo il caso in cui qualcuno non tenti di convincere altri che il macho è la sua natura e che il contrario sarebbe perversione e malattia. E da lì il passo verso l’omofobia e verso la discriminazione nei confronti di un maschile che non è “brutale” è veramente breve. no, non sono le donne che amano il bruto. è il bruto che si è dato appeal nel tempo affinché il suo brand fosse plausibilmente immaginato anche da te come indispensabile.

      1. Oltretutto, e finisco, io non mi permetto di dire cosa piace al maschile del femminile e giudico alquanto invasivo il fatto che esista una cultura, che è patriarcale, che imponga e pontifichi su cosa piace a me, in quanto donna, del maschile. Potrò sceglierlo io senza che nessuno senta la necessità di normare le mie preferenze o di farmi ritenere che ciò che io voglio e desidero sia sbagliato? Ecco cos’è quello che si chiama induzione di un bisogno. Proprio questo. L’insistente e costante intrusione nelle mie scelte e nelle mie preferenze al punto da sostituire al mio desiderio un altro che non mi rappresenta che vorrebbe ancora e ancora immaginare di poter dire ciò che voglio meglio di come potrei dirlo io. Sono io, e mi rappresento, e non c’è alcuna religione, che si chiami tale o che si chiami “scienza” che possa normare i miei desideri relativamente la mia sessualità. E torna la vecchia discussione… Chiudo! Sai come la penso. Direi di non tornarci più. 🙂

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