FinchéMorteNonViSepari

La trappola

Quando lasciai il mio ex dopo qualche mese ci ritornai insieme. Avevo interpretato nel frattempo il ruolo della vittima e lo ero in effetti ma non nel senso che volevano quegli altri.

Quello che accadde fu che a parte la di lui famiglia poi tutti si commossero alla vista dei lividi. Era un gran danno da esibire e dalla vergogna passai all’ostentazione. Un livido ben fatto è un lasciapassare per tante cose. Chi ti sputava addosso prima poi ti vuole salvare perché la delega è totale. Tu sei lì, fragile, in stato di soggezione, paura, perché – accidenti – sei sopravvissuta e non sempre avviene.

Passa la paura, riprendi a fare la tua vita, qualunque essa sia, però ti viene richiesto di fare un po’ come i malati. Perché dall’assistenza al controllo il passo è breve. E’ una licenza di potere sulla tua vita.

Stanno lì a dire che questo è meglio che non lo fai e questo neppure e devi dire che lui è un mostro, senza dubbio, un essere insensibile e totalmente stronzo. Non puoi mediare questa accusa perché lo leggi dalle espressioni di chi ti ascolta che devi fornire una verità priva di dettagli contraddittori.

Ti picchiava? Si. Ti faceva male? Si. Ti piaceva quando ti toccava? E qui ti viene in mente di comprare una vocale perché non sai che risposta dare. Se dico si interpreto il copione o sono off topic?

E il sesso ti piaceva? E’ quello il dramma. Qualcuna deve dirlo che non puoi scordare gli orgasmi da un giorno all’altro e che la passione di pelle ti resta impressa a prescindere dalla paura.

Ma come puoi desiderare uno che ti fa questo? Mi chiese l’unica persona a cui l’ho detto. E che ne so. E’ chimica. Non è mica razionale. Tu decidi a tavolino quali uomini farti piacere? Ma poi non avevo l’esperienza che ho adesso e se lui mi piaceva e mi faceva sentire desiderata non ero così selettiva. E chiariamolo comunque che non smetti di essere interessata a quella persona perché ti ha quasi uccisa. Non è proprio così che funziona.

Insomma il punto è che dopo un po’ di conversazioni fasulle in cui potevo solo dire che ero stata vittima di un mostro tornai dal mostro che era l’unico che mi riconosceva come imperfetta, fallace, piena di contraddizioni, perché a volte è il luogo in cui ti sputano addosso quello in cui meglio puoi abbracciare la tua umanità.

E se ti serve quello vedi un po’ tu che dove stai vivi un disagio perché devi fingere tutto ciò che non sei e non puoi fare emergere gli errori, i pensieri che non stanno nel copione, non puoi imparare a vivere e capire.

Mi sono fatta massacrare, naturalmente, perché se non funziona la prima volta figurati se può funzionare la seconda. La prima ero quasi viva e la seconda fui più o meno morta.

Quello che voglio dire è che non serve tornare indietro per correggere la dissociazione tra ciò che pensi e senti e ciò che ti chiedono di dichiarare. Bisogna pretendere di poter dire che si, lui mi ha massacrato ma fare sesso con lui era un incanto. E non vi fate dire che è un sentimento morboso o viziato perché per quello che mi riguarda viziato e morboso sarebbe stato non ammetterlo e non decidere di troncare nonostante tutto vivendo la sopravvivenza e il lutto di un rapporto finito male.

Nelle situazioni di violenza non c’è nulla di lineare, di schematico, di incasellabile. La violenza non è una “malattia” i cui contorni puoi vedere descritti in sintomi e definizioni generali. Si tratta di esperienze individuali e in quanto tali bisogna viverli autodeterminando la propria risoluzione.

Non ho certezze e non ho risposte. Scopro negli anni delle verità che fino a qualche tempo fa mi erano sconosciute, ma ciò che so è che spesso mi sono sentita sola e in trappola e quella trappola di certo non l’avevo creata solo io.

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.”

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