Malafemmina

Il fronte di liberazione del piede comodo

Stasera serata bar. Il boss mi chiama per dirmi che vorrebbe fare delle foto delle dipendenti per fare delle cartoline di benvenuto in cui mostra il bar trendy con le cameriere trendy che però non hanno uno stipendio trendy.

“Mettiti qualcosa di carino… che so… scarpe femminili, non i soliti scarponi da montanara che metti tu…”

“Ma sei sicuro che vuoi fotografare anche le part time del fine settimana?”

“In che senso…”

“Nel senso che lavoriamo in nero. Se arrivano i controlli come farai a dire che siamo semplici clienti?”

“Hai ragione. Allora facciamo una cartolina con le dipendenti e un’altra con le clienti più belle…”

Pensa di farmi un complimento.

“Cioè?”

“Mettiti qualcosa di carino…”

“Quindi non cambia niente? Guarda che non metto le scarpe con i tacchi.”

“Ma dai, che problema c’è…”

“Hai presente quanto è complicato saltellare per il tuo bar con vassoi pieni di tazze, bottiglie e bicchieri? Metterai anche tu i tacchi? Io porto una scarpa di ricambio e dopo la foto mi rimetto comoda.”

Grugnisce.

L’ultima volta che ho indossato i tacchi “per lavoro” mi avevano ingaggiata per una serata da animatrice in una specie di discoteca.

E’ passato del tempo, ricordo quei soldi come i più faticosi che io abbia mai guadagnato.

Pensavo sarebbe stato un gran divertimento. Essere pagata per ballare e divertirsi. Invece è stato un vero incubo, a partire dall’abbigliamento.

Minigonna, calze improponibili, blusa fosforescente, tacchi da suicidio. Tamarra. Non ho altre parole per definirmi. Perché ci vuole talento a conciarsi in stile con certi programmi televisivi riuscendo ad apparire finte per tutto il tempo senza sentirsi ridicole e inadeguate.

Via via che scorreva il turno cominciai a perdere i pezzi. Non potevo fare pausa tranne che per bisogni fisiologici e comprovati. Ho temuto di dover portare una provetta di pipì per dimostrare che dicevo la verità. Non vi dico quale fila interminabile c’era in quel bagno pieno di ragazze che andavano a fare i bisogni tre per volta. Ho capito allora che c’è un modo di bussare che esprime vera disperazione mentre le triadi sibilavano risatine divertite.

A fine serata avevo perduto le calze, le scarpe, la blusa era diventata opaca, la gonna era appiccicaticcia alle gambe, il rimmel sparso dappertutto, l’eyeliner tratteggiato, come quello del gioco dell’impiccato, capelli unti e rovinosamente appiattiti sul cranio. Trasudavo appeal come una casalinga dopo le pulizie di fine stagione.

La cosa più umiliante della serata? Il tizio completamente ubriaco che continuava a fissarmi come se fossi acqua nel deserto e che puntando le mie tette dichiarò che i miei occhi erano molto belli.

In conclusione diciamo che bisogna fare un comitato per rivendicare il diritto a non lavorare con i tacchi. Una specie di fronte di liberazione del piede comodo.

Mi vengono in mente altre storie ma devo andare.

NB: Malafemmina, diario di una precaria qualunque, è un personaggio di pura invenzione e un progetto di comunicazione politica. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. 

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