FinchéMorteNonViSepari

Dimmi che ti appartengo

Perché non è sempre vero che siamo queste meraviglie di indipendenza.

Sono una persona mediamente colta, istruita e che ragiona. Porto avanti le mie rivendicazioni politiche, mi misuro con i miei limiti e partecipo anche a manifestazioni contro la violenza sulle donne.

Sono belle le manifestazioni. Però io mi sento spesso fuori posto. Sento che dal ragionamento manca un pezzo che è quello che riguarda me. Sento che c’è tanta bella intenzione di combattere un nemico esterno mentre hai il problema in casa.

Quelle persone che sfilano sembrano essere tutte prive di problemi. Non hanno mai messo in atto dinamiche viziate. Non vivono rapporti morbosi. Sono perfette.

Quello che mi manca è un confronto vero con altre donne, ma anche con uomini, in cui io possa dire  che quella violenza devo estirparla prima dentro di me perché altrimenti me la porto dietro e formo ed educo altra gente, donne, uomini, restituendo alle donne l’idea di una totale assoluzione che non le salva. Le condanna. Ci condanna. Perché sentirci totalmente vittime non è umano. E’ celestiale tutt’al più .

La prima volta che ho fatto sesso con il mio ex volevo sentirmi dire che ero sua, che gli appartenevo. Il giorno dopo volevo rinfrancasse il mio bisogno, una chiamata, una parola, una visita che sancisse quell’avvenuta consegna del mio corpo. L’appartenenza.

E in seguito ho fatto di tutto per stabilire che io fossi una cosa sua e sentirmelo dire mi faceva piacere, mi gratificava. Sembrava essere il mio più torbido desiderio. Appartenere a qualcuno.

La gelosia era un segno inequivocabile di interesse. Se sei geloso ti appartengo e se sei un bravo proprietario che stabilisce una linea di possesso allora io sono al sicuro. Sto bene. Come fossi un cane in mano al suo padrone. E’ il collare che mi dà la sicurezza di un buon pasto perché altrimenti sarei senza riparo.

Vedere che lui controllava i miei messaggi o che chiedeva dove fossi stata mi faceva piacere. Consolidava quel legame. Mi rendeva sicura di lui e del suo amore. Tanto più lui mi controlla, immaginavo, tanto più mi ama. Se non è geloso io non gli interesso.

E in questo istruivo anche le mie amiche. Se lui non mostra che tiene un po’ a te allora lascialo perdere, dicevo.

Ho innescato giochini idioti, anni fa, per metterlo alla prova. Perché te lo dicono in ogni film o racconto che se vuoi verificare l’interesse di quella persona devi farti vedere con un altro. E poi lui torna. Tornano anche gli ex, notoriamente, che sebbene ti abbiano lasciata non possono tollerare che tu appartenga ad un altro.

E poi c’è tutta la mole enorme di giustificazioni per fare una buonissima impressione. Se voglio appartenere allora non devo raccontare che ho fatto sesso con tizio e caio. Meglio dire che la prima volta fu un errore, che la seconda chi lo sa e che l’unico amore sei solo tu che ne approfitti e segni il territorio chiedendomi quali sono le zone non violate.

Poi accadde che la gelosia fu troppa e allora mi sono scontrata con un muro che principalmente era fatto di assenza. La mia assenza. Io non c’ero a padroneggiare l’argomento. Non ero presente a me stessa mentre chiedevo la cessazione di quel contratto di proprietà.

Dimmi che ti appartengo, gli dicevo. Dimmi che non ti appartengo più, gli imponevo.

La so la storia della consensualità e del rispetto per le mie scelte. So che tutto questo non è semplice da dire e che sarebbe tanto più comodo affermare che lui era un mostro e io totalmente salva. Ma come spesso accade la verità è tanto più complessa e se io non l’avessi affrontata, se non avessi provato ad estirpare, e non ho ancora finito, questi modelli da me stessa, quella violenza avrebbe avuto definitiva permanenza nella mia vita. Sopravvissuta ad uno sarei finita con un altro uguale.

L’autonomia affettiva è una cosa difficile da recuperare. Ma è necessario. Così è stato per me.

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.”

2 pensieri su “Dimmi che ti appartengo”

  1. perchè non si capisce che ci può essere condivisione anzichè possesso? in fondo la libertà di sentirsi legati ad una persona non fa parte della libertà stessa? essere liberi significa essere insensibili alla nostra stessa natura che ci porta a legarci , a cercarci a non voler essere soli? solo domande sì perchè di risposte non ne ho …

  2. sono d’accordo col tricheco. Appartenersi reciprocamente non è una galera, può essere ed è bellissimo, tenere all’altro, aver bisogno d’amore non significa necessariamente essere schiavi o padroni. E la gelosia va tenuta a bada se c’è fiducia reciproca come deve esserci in un rapporto sano.
    Poi è chiaro che ci sono anche rapporti malati ma la malattia non è il romanticismo.
    E lasciate in pace i film che non fanno altro che raccontare storie. L’amore fa parte della vita e va narrato

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