Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Precarietà, R-Esistenze

Napoli, azione antagonista: perché coprire le ragazze/cubo?

Su Facebook mi segnalano questa nota con relativa discussione e commenti che se volete potete leggere. Da lì viene il comunicato e le immagini che riporto in basso.

C’è un negozio – a Napoli – che vende elettronica e che per farsi pubblicità ha scelto di realizzare una vetrina munita di ragazze/cubo ballereccie che di certo non passano inosservate. Non so se prima si fossero lamentate o abbiano dato segni di rivolta compagne, femministe, ma mi fa specie che un gruppo di ragazzi, compagni, da ciò che leggo, decidano di andare a “salvare” queste donzelle in pericolo anche se non l’avevano chiesto, o almeno non mi pare di leggerlo da nessuna parte, e anche se probabilmente per quel mestiere venivano pagate.

Perché mai questi ragazzi non hanno coinvolto un collettivo femminista per decidere se quella fosse la cosa giusta da fare? Perché mai la protesta scelta è stata di coprire alla vista dei e delle passanti i corpi delle ragazze? Sapete che così avete detto alle ragazze che erano indecorose e moralmente reprensibili? Avete chiesto alle ragazze che ballavano cosa ne pensavano? Ma non si usa più che le battaglie passano per l’autodeterminazione dei soggetti coinvolti? Siamo ai piani salvifici e paternalisti? Alle colonizzazioni? Alle soluzioni imposte?

Ho fatto la ragazza/cubo molti anni fa per campare, come terzo lavoro, e se fosse venuto qualcuno a coprirmi facendomi sentire una specie di svergognata grata per tanta generosa attenzione da parte di un salvatore qualunque io gli avrei dato il tacco con la zeppa in faccia.

Avrete avuto tutte le migliori intenzioni ma vi giuro che mai una iniziativa di compagni mi è sembrata tanto inopportuna e offensiva nei confronti delle donne e se questo genere di iniziative vengono perfino percepite come positive io credo che la deriva scivolosa che sta assumendo questa cosiddetta battaglia moralista rispetto ai corpi delle donne sia arrivata al limite.

Questa azione andava fatta pressappoco così, se si voleva fare.

1] Bisognava coinvolgere le compagne, antisessiste, e le ragazze e chiedere se si sentivano sfruttate, se avevano scelto, se erano pagate poco, male, in nero, con contratto regolare o chi lo sa. Perché è possibile che avessero delle richieste da fare ma forse riguardavano tutt’altro. Magari migliori condizioni contrattuali, per esempio.

2] Avuta notizia della condizione di sfruttamento bisognava che le compagne svolgessero, forse, un presidio disturbante, un volantinaggio, ché se interrompi gli affari di una impresa privata comunque devi saperlo che ti becchi una denuncia, ma non è quello il punto. Il punto è che tutto avreste dovuto fare meno che coprire le cosce di queste ragazze perchè loro non erano la cosa sporca da cancellare dalla vista dei benpensanti.

3] Le compagne avrebbero simbolicamente potuto coprire, per operare un rovesciamento di senso, un subvertising, le televisioni, la merce, perchè giudicata immorale, o avrebbero potuto inscenare un balletto in quel marciapiede per non fare sentire sole le ragazze, mostrando una solidarietà vera e non prurigginosa e paternalista.

E tante altre cose si sarebbero potute fare ma tutte, sempre e comunque, ricordando che non si può salvare qualcun@ che non vuole essere salvat@ o che non sembra essere assolutamente in condizioni di pericolo. Che le lotte si fanno a partire da se’ e che ci si salva da sole se si vuole senza bisogno di “tutori”, inclusi quelli antagonisti.

In questo senso vorrei chiedere chi ha fatto peggio tra il venditore e i compagni perché mi pare che entrambi abbiano usato quei corpi, il primo chiedendo si spogliassero per vendere e i secondi coprendoli e poi facendo caciara in nome della difesa della dignità delle donne.

Il punto è che le donne non sono merce, è vero, ma non lo sono neppure in senso lato, neppure per accreditare azioni che personalmente giudico lesive del diritto all’autodeterminazione di ciascun@ perché vorrei capire dove sta la differenza tra questa azione, in termini simbolici intendo, e un bombardamento in Afghanistan in nome delle donne.

Comunque eccovi il loro comunicato e le immagini e per un aggiornamento leggete QUI.

>>>^^^<<<

VERGOGNA!! Il corpo delle donne non è una merce da mettere in vetrina!

E’ questa l’idea di lavoro che ha in mente per i giovani il noto megastore di elettronica di piazza Quattro Giornate “Dino Galiano”? Erano ormai giorni che passando per piazza Quattro Giornate si assisteva al triste spettacolo di nostre coetanee ridotte a “merce animata”, messe in una vetrina a ballare in abiti corti e provocanti, per far vendere qualche televisore di più. A tutto questo come ragazzi del quartiere riuniti nel collettivo “Zona Collinare in Lotta” abbiamo deciso di dire basta. Intorno alle 19,30 di oggi martedì 14 dicembre, abbiamo messo in scena una protesta.
Con i nostri giubbotti abbiamo oscurato il degradante spettacolo. Da subito si è radunata una piccola folla di passanti che ci ha manifestato tutto il proprio appoggio. Applausi e urla di disapprovazione verso Dino Galiano hanno fatto subito comprendere allo store che la festa era finita. Tutti i clienti sono stati fatti uscire in fretta e furia e le serrande abbassate. Inutile sottolineare come subito dalla vicina caserma si siano precipitati un po’ di carabinieri a dar manforte ai gorilla di Dino Galiano che con modi a dir poco intimidatori cercavano di allontanarci dalla pubblica via.
E’ meglio che Galiano così come tutti gli altri padroni, capiscano che nel nostro quartiere non c’è posto per chi, in nome del profitto, vuole speculare e mercificare sul corpo delle donne!

Zona Collinare in Lotta

Pubblicato anche su Femminismo a Sud.

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13 pensieri riguardo “Napoli, azione antagonista: perché coprire le ragazze/cubo?”

  1. Aggiungo. se si fosse trattato di lavoratori in nero nei cantieri privi di ripari e sicurezza ci sarebbe stata una azione del genere? O gli unici corpi di cui si suppone un abuso, da salvare, sono quelli scoperti che ballano in una vetrina?

  2. Per quanto sia ovviamente per la libertà di ognuno di fare ciò che vuole (nel rispetto degli altri), mi viene da chiedermi “Siamo proprio sicure che la libertà di farci mercificare e oggettizzare sia proprio libertà?”. Certo ognuna col proprio corpo fa quello che vuole, ma non sarebbe forse necessaria un’indagine più profonda sul perché mettere delle ragazze in vetrina fa vendere di più? Sul perché un negozio di elettronica usa un metodo che chiaramente si rivolge ad una clientela unicamente maschile (dubito che le donne omosessuali fossero comprese nel target ricercato)? Certo, per alcune questi lavori sono un’alternativa alla disoccupazione, ma non sarebbe opportuno riflettere anche sul perché le nostre opportunità, in quanto donne, debbano essere di questo tipo?
    Sia chiaro, non sono una moralista (non mi pare, almeno), non ho la “sacralità del corpo” in alcun modo né altro e anch’io penso che l’azione sarebbe riuscita meglio attraverso altri metodi, ma non ridurrei il tutto ad un “il corpo è mio e lo gestisco io”, senza valutare quanto la società che ci circonda influenzi le nostre scelte di gestione corporea.
    Insomma, rivendicare il diritto a farsi utilizzare come oggetto decorativo mi ricorda i compagni degli anni 70 che facevano passare la liberazione sessuale delle donne attraverso al fare sesso con loro 😛
    Ed è proprio perché dietro a quelle gambe ci sono anche delle teste che penso sia utile un’idagine più profonda. Anzi, sarebbe anche molto interessante sapere cos’hanno pensato le lavoratrici di quest’azione.
    Mi scuso per il papiro 🙂

      1. No, certo, non ho scritto “solo di questo tipo”. Solo che penso che ci sia un motivo culturale per il quale è più facile per una ragazza o per una donna guadagnare utilizzando il proprio corpo in modo “decorativo” (non trovo una parola migliore, però si capisce). Penso che anche per una donna sia piacevole vedere un bell’uomo, magari anche un po’ scoperto, però molto raramente quest’immagine viene utilizzata per vendere qualcosa (anche quando il prodotto è chiaramente rivolto alle donne), mentre invece il corpo femminile è utilizzato per vendere davvero di tutto. E, certo, a volte è un “bene”, perché per alcune ragazze in cerca di lavoro è un’occasione, appunto, però, personalmente, davanti a questo utilizzo del corpo e del desiderio non posso che farmi delle domande che vanno oltre alla libertà di scelta incondizionata sul proprio corpo.
        Credo anche di non essere l’unica in questi spazi a fare certe riflessioni, solo che da questo post sembrava che l’unico motivo per protestare fossero eventualmente le condizioni di lavoro e non, effettivamente, il messaggio che viene perpetuato attraverso un determinato utilizzo dei corpi.

      2. Alice, anche se non ce ne accorgiamo a volte, ci sono anche fotomodelli e spogliarellisti maschi (se sono questi i lavori a cui ti riferivi) però capisco quello che dici, a proposito di certi lavori tipo le hostess alle fiere (solo non credo che la dignità di una hostess di fiera o di una cubista di discoteca sia più minacciata rispetto a quella di qualunque altra lavoratrice, non credo che il lavoro che fai ti renda di per sè meno dignitosa come persona, poi cero ci sono lavori appaganti e non, lavori che puoi considerare umilianti e non, ma è un altro discorso e c’è sempre una componente soggettiva in tali giudizi)..guarda sulla pubblicità io ho una mia teoria: il corpo erotizzato va più che bene, è il contesto che fa la differenza..vorrei che i corpi erotizzati femminili fossero mostrati in pubblicità per promuovere almeno dei prodotti che hanno a che fare col corpo femminile e/o con l’erotismo (profumi, lingerie, rossetti ecc..)..gli elettrodomestici non rientrano in questa categoria. Poi l’azione dei ragazzi napoletani anche se bene intenzionati mi è parsa sbagliata per i motivi esposti dall’autrice del blog

  3. @ Alice

    L’indagine profonda si può fare, però c’è il proverbio “tira più un pelo di…”
    Poi la società cambia e la situazione si potrebbe rovesciare.

    Sulla libertà invece la questione è veramente complessa, ma ciò che conta è non cedere alla tentazione di vedere in noi la piena consapevolezza di quanto siamo liberi e di credere che gli altri lo sono un po’ di meno perché altrimenti non farebbero quello che fanno. Cosa che può essere, ma non per forza.

  4. Paolo, non ho veramente mai -mai- accennato alla dignità delle donne che lavorano col proprio corpo.
    E fin dal primo post non ho sostenuto l’azione dei ragazzi, quindi, insomma, o il tuo era un discorso generale o se era in risposta a me significa che non mi sono proprio spiegata o che il mio commento è stato letto molto velocemente. 🙂

    E non volevo neanche dare l’impressione di credermi “Illuminata”, anch’io sono influenzata dalla società in cui vivo, credo sia anche normale. Sono d’accordo sul non credersi mai “arrivati” ma continuare ad interrogarsi, è quello che cerco di fare. 🙂

    1. sì il mio voleva essere un discorso generale.
      Quanto alla società, credo anch’io sia normale esserne influenzati (siamo un mix di natura e cultura inestricabile) ma ciò non ci rende necessariamente “non liberi”e pure noi possiamo influenzarla..non c’è passività.
      Anche questo vuole essere un discorso generale

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