Antiautoritarismo, Pensieri Liberi, Storie

La libertà è reato

Ce l’ho col carcere per tante ragioni. Ho visto chi ci vive dentro e non ne trai niente di buono. Non si capisce chi sia innocente e chi colpevole. Non si capisce se ha appreso il motivo per cui è lì oppure no. Tanti sono dentro solo perché sono neri, verdi, gialli, colorati. Tanti lo sono perché poveri e disintegrati. Poi ci sono i pazzi, quelli che Foucault ci chiacchierava a lungo, con la loro storia e il loro significato di anormali in una società “normale”. Rinchiusi pure quelli. E ci sono gli immigrati da identificare ed espellere e gli asociali di questa società un poco incomprensibile fatti di panico e di assenza di comprensione per gli eventi. E ancora i bimbi che se non li vuole nessuno o se lo Stato se ne appropria li mette in istituto. Rinchiusi. Rinchiusi. Rinchiusi.

E c’è la gente che resta chiusa in branco o a fare chiacchiere nei propri ghetti e chiudono e richiudono ogni spiraglio finché proprio si smette di respirare. Aprite almeno le finestre, perdio, che il mondo possa sentire e se il mondo sente e vi contamina perché l’ascolto stesso un po’ vi condiziona, allora rassegnatevi perché le differenze non si possono controllare. C’è da capirle, il più possibile, per quel che è dato sapere a noi umani che di sapere sappiamo veramente un cazzo. Ma proprio niente.

Con le nostre teste che funzionano a compartimenti stagni, l’impossibilità di ragionare mettendo assieme gli elementi, bloccare i ragionamenti per paura di aprire a nuove strade, come se ad uno scienziato tu ponessi continuamente problemi di morale ed etica e alla prima scoperta un po’ diversa partono le scomuniche.

La discussione pubblica su tante cose ormai è intrisa di limiti e censure e sono ancora prigioni e noi siamo rinchiusi, rinchiusi, rinchiuse, rinchiusa.

Rinchiusa in questo meccanismo che mi porta a immaginare che piuttosto che discutere con chi mi vuole indottrinare è bene che sia io a scegliermi il tipo di indottrinamento. Scelgo di leggere, libro dopo libro, in un silenzio surreale, senza i rumori della rete, senza lamenti e intrusioni, con il terrore che in basso alla pagina spunti un “like” di facebook e che due o tre commenti possano incespicare per dire a Dostojevski che è un cazzaro o alla Yourcenar che è una narcisista paranoica, e quella stronza della De Beauvoir chissà quanti ‘affanculo si sarebbe presa se avesse inserito il suo “Secondo Sesso” in forma di status su un qualunque social network.

Ché poi una scrive, legge, impara e mette nero su bianco pensieri e dice cose che non è detto debbano suscitare consenso popolare, non in tutti, ma è la stessa maniera di pensare e scrivere che è diventata schiava di forme da reality show per cui devi rispondere a richieste di altri mondi che non sanno partorire parole per proprio conto.

Il web 2.0 è una gran cagata, diciamolo, una prigione più prigione di tante altre che va vissuta per quel che è senza obblighi e senza immaginare mai che le relazioni siano altro a parte quel che appaiono, estranee, distanti, mutuate tra esseri che ti scelgono e ti acclamano se dici cose che le rappresentano e ti buttano nel cesso se non le rappresenti più. E questo prescinde dal fatto che tu abbia scelto di avere quel ruolo o meno.

Ma la prigione più grande, quella intima dalla quale innanzitutto è necessario liberarsi è fatta di ricatti, emotivi, affettivi, economici. Quelli si sono complessi da risolvere ed è un gran massacro dover fregarsene di tutto e tutti per aprire la galera e fare passi fuori e all’aperto.

L’altra grossa prigione è la mente, mia, tua, nostra. Se non imparo a pensare liberamente e senza subire condizionamenti da nessuno poi difficilmente posso dirmi libera.

Per dire: c’è una persona che ho incontrato in galera durante una sessione di volontariato e sebbene fosse dietro le sbarre era assai più libera di me. E certe volte in galera finisci anche per questo. Perché troppa libertà è reato.

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